mercoledì 27 luglio 2016

TUTTI ABBIAMO TRACCE DI "CICCILLO" l'UOMO DI ALTAMURA NEL NOSTRO D.N.A.

uomo di Altamura Foto dal Web


Uomo di Altamura foto dal web


Genere Homo
La prima specie del genere homo conosciuta è l'homo habilis (circa 2 milioni di anni fa). Molto simile all'australopiteco, l'homo habilis viene già ritenuto uomo per le sue abilità manuali: utilizzava infatti strumenti rudimentali per la caccia.
Un'evoluzione arriva con l'homo erectus (circa 1 - 1,5 milioni di anni fa). L' erectus ha posizione eretta e una maggior capacità intellettiva, testimoniata anche dal maggior sviluppo della tecnologia rispetto all'homo habilis.
L'Uomo di Neanderthal (circa 100 mila anni fa) anticipa l'ascesa dell'Homo sapiens, la cui testimonianza principale è data dall'Uomo di Cro-magnon.
* Homo habilis (fra 2,5 ed 1 milione di anni fa)
* Homo rudolfensis (2 milioni di anni fa)
* Homo ergaster (fra 2 milioni e 600.000 anni fa)
* Homo erectus (fra 2 milioni e 300.000 anni fa)
o "Argil", o Uomo di Ceprano
* Homo antecessor (800.000 anni fa)
* Homo heidelbergensis (fra 600.000 e 200.000 anni fa)
o "Ciampate del Diavolo"
* Homo arcaicus (250.000 anni fa)
o "Ciccillo", o Uomo di Altamura
* Homo neanderthalensis (fra 250.000 e 30.000 anni fa)
* Homo floresiensis (da 95.000 a 18.000 anni fa)
o "Ebu", o Uomo di Flores
* Homo sapiens (da 200.000 anni fa ad oggi)



centro visite Lama Lunga
Lo scheletro fossile dell'Uomo di Altamura venne scoperto nel 1993 da alcuni speleologi altamurani e baresi all'interno del sistema carsico di Lama lunga, nel territorio di Altamura, nell'Alta Murgia della Puglia. Un primo e unico frammento dello scheletro, estratto fisicamente nel 2009 da una scapola, ha consentito di raccogliere dati sul Dna, quantificare alcuni aspetti sulla morfologia e collocare cronologicamente l'Uomo di Altamura in un intervallo finale del Pleistocene Medio compreso tra 172 e 130mila anni. Non a caso lo scheletro presenta caratteristiche morfologiche e paleogenetiche che lo identificano come appartenente alla specie Homo neanderthalensis combinati con elementi di maggiore arcaicità. È un "antico" Neanderthal, la specie umana estinta vissuta in tutta Europa tra almeno 200mila e circa 40mila anni fa. Non c'è nulla di altrettanto completo come l'Uomo di Altamura nella documentazione paleoantropologica mondiale che precede la comparsa e la diffusione della nostra specie e riportare lo scheletro in superficie consentirà - assicurano gli esperti - analisi genomiche di grandissimo interesse scientifico. 


L’uomo di Neanderthal non si è estinto. Non completamente, almeno. Una parte vive in noi. È nei nostri geni. Le popolazioni di Neanderthal e gli Homo sapiens provenienti dall’Africa si sono incontrati 80.000 anni fa e, sia pure raramente, si sono incrociati e hanno avuto una prole fertile. Cosicché oggi nei nostri geni di sapiens eurasiatici c’è una piccola ma non banale componente (compresa tra l’1 e il 4%) di Dna ereditato da Neanderthal.

È questa la prima – e forse neppure la più importante – conclusione che propone il gruppo di Svante Pääbo, dell’Istituto Max-Planck di antropologia evolutiva di Lipsia, in un articolo pubblicato venerdì su Science dopo aver analizzato oltre 3 miliardi di basi nucleotidiche del Dna nucleare di tre femmine di Neanderthal vissute circa 38.000 anni fa in una grotta della Croazia e aver paragonato la sequenza del loro Dna con quella di tre eurasiatici e di due africani. Dopo un’analisi attenta e molto sofisticata, Svante Pääbo e i suoi collaboratori hanno verificato che nel Dna dei tre eurasiatici vi sono tracce inconfutabili del Dna del neandertaliano. Tracce assenti nei due africani.
In definitiva possiamo dire che l’uomo di Neanderthal non si è completamente estinto. Una parte, sia pure minima, vive in noi.

Ma leggiamo questo affascinante articolo della Giornalista Anna Meldolesi che da una idea seppur affascinante ma chiara sulle nostre origini
Rocco Michele Renna




Anna Meldolesi


Anna Meldolesicollabora con il Corriere della sera occupandosi di cultura e attualità scientifica. Il suo ultimo libro è “Mai nate. Perché il mondo ha perso 100 milioni di donne” (Mondadori Università 2011). È stata cofondatrice della rivista darwin, per cui ha lavorato fino al 2011. Scrive per la sezione news della più importante rivista internazionale di biotecnologie, Nature Biotechnology.

Il Neanderthal che vive in noi
31 GENNAIO 2014 | di  Anna Meldolesi
Lui era un massiccio Neanderthal, lei una bella ragazza anatomicamente moderna. O forse lui era un cacciatore sapiens e lei un’energica neandertaliana. Non sappiamo se si siano amati sulle coste del Mediterraneo o in un’oasi mediorientale, ma le genti che oggi popolano Asia ed Europa conservano ancora le tracce di quell’antica unione. Comincia più o meno così, come una love story ambientata nel Paleolitico, l’articolo di Science che presenta le ultime rivelazioni nel campo dell’antropologia molecolare. Due studi, pubblicati in contemporanea su questa rivista e su Nature, hanno confrontato il genoma di centinaia di persone viventi con quello di un esemplare di Neanderthal vecchio 50.000 anni. La morale della favola è che noi sapiens siamo anche un po’ neandertaliani e che incrociarci non è sempre stata una fortuna.
La prima sorpresa è racchiusa in due percentuali, calcolate dai ricercatori del Max Planck Institute di Lipsia e delle Università di Harvard e Washington. Venti per cento è la porzione del genoma neandertaliano che sopravvive nelle popolazioni moderne. Sessanta per cento, invece, è la quota degli europei e degli asiatici moderni che hanno pelle, unghie e capelli almeno in parte neandertaliani. L’Africa fa eccezione, perché gli incroci con Neanderthal sono avvenuti solo dopo che i nostri progenitori “ufficiali” sono emigrati dalla culla dell’umanità, perciò il contributo neandertaliano al genoma degli africani è virtualmente nullo. Dobbiamo essere grati ai nostri cugini estinti, dunque, per l’impermeabilità e le capacità isolanti delle nostre fibre di cheratina. Probabilmente ci avrebbe fatto comodo ereditare da Neanderthal anche un incarnato pallido, per favorire la produzione di vitamina D alle alte latitudini, ma non siamo certi che questo sia avvenuto. Quel che sappiamo è che i nostri cugini estinti non ci hanno portato in dote solo caratteri utili. Del bagaglio di origine neandertaliana, infatti, fanno parte alcuni geni implicati in malattie come diabete di tipo 2, morbo di Chron, lupus, cirrosi biliare. “Forse per loro non erano dannosi, ma interagiscono male con il nostro Dna e quindi ci fanno ammalare”, ha ipotizzato David Reich che è uno degli autori. Una nota curiosa: è neandertaliano anche un gene che influenza la capacità di smettere di fumare.
La seconda sorpresa riguarda la presenza di blocchi di genoma in cui il Dna neandertaliano è assente. Se pensiamo al nostro Dna come a un paesaggio, allora possiamo immaginare al suo interno una successione di oasi e deserti, in cui i geni neandertaliani hanno trovato casa o non hanno attecchito. I deserti più inospitali sono due. Uno è rappresentato dai geni espressi nei testicoli, dove si sviluppano gli spermatozoi. L’altro è il cromosoma X, che è presenti sia nei maschi che nelle femmine (in queste ultime in duplice copia). David Caramelli pone l’accento su un altro grande assente: nessuno di noi sembra conservare traccia del contributo neandertaliano al cosiddetto Dna dei mitocondri. Per il paleo genetista dell’Università di Firenze “si tratta di un mistero che finora nessuno è riuscito davvero a spiegare”.  Mettendo i vari pezzi insieme si arriva alla conclusione che tra i due gruppi umani che hanno convissuto per migliaia di anni in Medio Oriente e in Europa ci fosse una distanza biologica tale da consentire il meticciamento ma al prezzo di rendere sterili una parte rilevante degli individui ibridi. Sarà anche vero che gli opposti si attraggono, ma questa è una storia di partner più che imperfetti. Quasi incompatibili

http://lostingalapagos.corriere.it/2014/01/31/il-neandertal-che-vive-in-noi/

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