mercoledì 23 novembre 2016

vescovo di Gravina e Montepeloso Alfonso Maria Cappetta (1859-1871) un brigante inconsapevole


 

Del vescovo di Gravina e Montepeloso Alfonso Maria Cappetta (1859-1871)
Visse il suo episcopato in pieno Risorgimento italiano. La sua permanenza nella Diocesi fu caratterizzata da un periodo politico particolare: la fine del Regno delle Due Sicilie, la perdita del potere di Francesco II e tutti gli avvenimenti che portarono all’Unità d’Italia. A seguito della della rivoluzione e dello sbarco di Garibaldi  ( sarebbe meglio definirla prima invasione da parte di Garibaldi in Sicilia), molti vescovi del Regno di Napoli furono costretti a fuggire perché considerati "borbonici". Su molti presuli furono esternati giudizi non molto positivi: assieme a molti, mons. Cappetta fu considerato, seppur persona caritatevole, nient'affatto affidabile sul piano politico, in quanto filo borbonico.
Ma nonostante ciò mons. Cappetta rimase al suo posto in mezzo alle sue "pecorelle", anche se dovette fare i conti con sacerdoti che aderirono alla lotta armata, come don Matteo Abruzzese di Gravina, arrestato per detenzione di armi e munizioni.
Il 1860 fu segnato dai conflitti utili per l’unità d’Italia. Nel Meridione noti furono i moti insurrezionali dei comitati di Potenza ed Altamura, che dichiarano decaduto Francesco II di Borbone e l’unita d’Italia. La Chiesa filo borbonica ebbe parte attiva nell’informare la pubblica sicurezza su eventuali azioni da parte delle forze ribelli. Ad esempio, un’informativa al Comitato di Potenza avvisava che da Napoli partiva un sacerdote di Gravina, Nicola Manfredi, che avrebbe raggiunto la città di Lecce per documentarsi sugli uomini e sulle azioni del comitato ribelle locale e riferire il tutto alle autorità e forze di polizia.
Il novello Stato nazionale dovette affrontare i rapporti con la Chiesa annullando il concordato del 1818 ed estendendo all'ex territorio borbonico la legislazione sabauda del 1850. Sulla base di ciò, furono soppressi gli Ordini religiosi che non operavano nell'ambito dell'assistenza agli infermi e nella beneficenza.
La documentazione di quel periodo evidenzia la sofferenza della Chiesa pugliese, costretta a operare con precarietà e in condizioni di frattura con il nuovo Stato laico. A questo si aggiungevano personaggi anticlericali.
Comunque mons. Cappetta non si lasciò corrompere quando a causa della soppressione degli Ordini Religiosi, anche il Seminario di Gravina fu richiesto dallo Stato. Egli lottò con tutte le sue forze protestando, insieme ad altri vescovi viciniori con lo stesso problema, e ottenendo altresì che non fossero soppressi quattro monasteri femminili. Mons. Cappetta fu inviso dal nuovo governo, così, quando giungevano delle truppe a Gravina, veniva requisito il Palazzo Vescovile, questo per spingere il vescovo ad abbandonarlo. Mons. Cappetta, per nulla intimorito, rispondeva con pacatezza ...." E' vero che in Acerenza avrei il palazzo di famiglia, ove non sarei soggetto a questi insulti; ma è vero pure che se Dio avesse voluto liberarmi da tante mortificazioni, non mi avrebbe affidato il Vescovado, e quindi imposto l'obbligo di starmene accanto del gregge anche a costo della mia vita...."
E sulla stessa questione al governatore Vincenzo Rogadeo, mons. Alfonso rispose con il seguente tono:
" Pregevolissimo Signor Governatore,
educato alla Scuola del Vangelo non posso non ammirare i nobili sentimenti che Ella nutre verso la Gran Patria Italiana e quindi con Lei condividerli anch'io, nella stessa che mi viene circoscritta dall'Apostolato per la riforma dè costumi e dall'incivilimento cristiano. Epperò non tralascio di assicurarLa Sig. Governatore, che come per lo innanzi così per l'avvenire, non cesserò mai di predicare più col fatto che con la parola a questo popolo, dalla Provvidenza alle mie cure pastorali affidato, quali siano i voleri di Dio nel regolare i destini d'Italia. Mi auguro di mantenere in questa Diocesi per il bene delle anime e delle aspirazioni italiane, l'ordine e la tranquillità pubblica che sono la manifestazione d'un popolo civile e cristiano. Sono questi i miei voti che umilio all'Altissimo ogni mattina sull'altare dell'incuento Sacrificio e mi attendo che siano esauditi. Colgo intento questa occasione per dedicarLe i sensi della mia più sentita stima, con che passo a segnarmi.
Suo D.mo Ser.o ed Om.o + Alfonso Maria
Il clima surreale che si respirava produsse il brigantaggio post unitario.
scritto da Saverio paternoster e appunti in blu di Rocco Michele Renna
Fonte:
Saverio Paternoster
Don Alfonso MAria cappetta

sabato 19 novembre 2016

Pan Brigante, il pane che usavano i briganti del Cilento nel 1850





E’ un pane che usavano i briganti del Cilento nel 1850 per potersi nutrire durante i lunghi periodi in cui si nascondevano.
Una ricetta semplicissima e alla portata di tutti, si preparava con la frutta secca a disposizione.
Contiene solo zuccheri e grassi naturali. Si conserva a lungo, per più di un mese.

Pan Brigante
    
Tempo di preparazione: 5 min. per impastare + 60 min. per preparare la frutta secca
Tempo di cottura:  45 minuti
 Ingredienti per una teglia quadrata 24 x 24 (corrispondente ad una tonda d. 28)
  • 200 g di pistacchi
  • 200 g di noci
  • 100 g di mandorle
  • 100 g di nocciole
  • 200 g di fichi secchi
  • 200 g di uvetta
  • 100 g di canditi di cedro
  • 100 g di canditi di arance
  • 200 g di farina 00
  • 150 – 200 g di miele (millefiori o acacia)
  • scorza di 1 arancia bio
  • scorza di 1 limone bio
  • 1 cucchiaino di cannella
  • i semi di una bacca di vaniglia

Procedimento
Preparare tutti gli ingredienti.
Ammollare l’uva sultanina nell’acqua tiepida, scolare, asciugare e passare in poca farina.
Tagliare la frutta secca grossolanamente e a mano.
In una capiente ciotola mettere la farina, gli aromi, il miele e tutta la frutta secca.
Lavorare con le mani per amalgamare bene (si riempiranno di miele).
Versare il composto nella teglia da forno, precedentemente imburrata ed infarinata o ricoperta da carta da forno.
Compattare e livellare con una spatola rigida.
Cuocere in forno statico già caldo a 160° per circa 45 minuti.
Lasciare raffreddare prima di togliere dalla teglia.
Tagliare a quadrotti e servire il Pan Brigante.

CONSIGLI:
Si possono aggiungere 200 g di cioccolata fondente e un cucchiaino di cacao amaro.
Si può utilizzare la frutta secca che preferite o avete a disposizione.

La ricetta è del pasticcere Pietro Macellaro e l’ho trovata qui.

giovedì 17 novembre 2016

Anno 1594, arriva nella Sede episcopale di Gravina l’eletto vescovo Vincenzo Giustiniani



Mons. Giustiniani



Sull’ingresso all’Istituto lo stemma di mons. Giustiniani che riporta un aquila reale, per questo successivamente la strada venne appellata via “aquila piccola”.
Nel 1596, il seminario risulta costruito e inizia le sua attività.
Nel 1612 il Giustiniani compie la “Visita Pastorale”, riguardo il seminario annota una notevole frequenza, evidenziando che le scarse risorse finanziarie non avrebbero potuto sostenerlo ancora a lungo. Per questo l’arcivescovo di Acerenza fa ricorso per un intervento risolutivo.
Il Seminario diocesano diventa quasi un’ossessione per il vescovo di Gravina. Tra il 1613 e il 1614 il Vescovo provvede a una Matricola di beni del Seminario in cui sono annotati i possessi, i censi, i territori e pesi sotto vari titoli, documento importante per definire lo stato economico-finanziario dell’istituto in quel periodo.
Nelle foto sottostanti particolare delle strutture della prima fabbrica del Seminario gravinese.

Anno 1594, arriva nella Sede episcopale di Gravina l’eletto vescovo Vincenzo Giustiniani nominato l’anno prima.
Il suo primo pensiero e atto è quello di occuparsi della formazione dei giovani e futuri presbiteri, istruiti fino ad allora da pubblici insegnanti e sacerdoti di esemplari costumi, pagati dall’Università. Mons. Giustiniani, come i suoi predecessori e i suoi successori, nota una diffusa ignoranza, soprattutto nel Clero. Alla luce di tali riscontri vuole con grande forza l’erezione di un Seminario, che risulta il primo nella Terra di Bari e nell’Arcidiocesi di Acerenza di cui Gravina era suffraganea.
Va ricordato che dopo il Concilio di Trento ci furono già tenui tentativi di istituzione del Seminario da parte dei vescovi Pellegrino (1552-1568) e Bossi (1568-1574).

stemma Giustiniani

Mons. Giustiniani ordina al Capitolo gravinese la nomina di un procuratore con il compito di seguire la vicenda del Seminario. Coadiuvato da due deputati, questo procuratore avrebbe dovuto occuparsi in seguito del buon governo e dell’amministrazione dell’Istituto. Il Capitolo si accorda sulla nomina a procuratore di Francesco Clemente, canonico e teologo all’interno dello stesso Capitolo.
Gli inizi sono davvero difficili per la mancanza di fondi necessari per andare avanti. I tentativi di imporre opere pie a tutte le istituzione laiche ed ecclesiastiche sono vane: tutti rifiutano, compreso l’Università che fino ad allora aveva mantenuto un pubblico maestro. Questi dati di fatto sono segnalati nella “Relatio ad Limina” inviata nel dicembre 1595. Comunque mons. Giustiniani non si arrende alle palesi difficoltà e riesce a recepire fondi, assicurandosi parte dei proventi di diritti e decime dovute alla Chiesa e sottratte o percepite indebitamente dall’Università. Pretende contributi anche dall’arcidiocesi acheruntina.
Alle difficoltà vissute giornalmente dai cittadini, nel 1595 si aggiunge l’invasione di locuste che distruggono buona parte delle attività produttive della zona. L’esasperazione spinge la popolazione e il sindaco Manilio Camerota a rivolgersi a Giustiniani in modo che trovasse il modo di allontanare il flagello: la cultura di quel periodo portò a pensare che fosse in atto una maledizione, proprio come negli episodi analoghi descritti nella Bibbia, e che quindi c’era bisogno di un esorcismo contro i terribili insetti.
Foto Saverio Paternoster

A buon ragione mons. Giustiniani approfitta del momento e concepisce un vero e proprio processo contro i temibili animali, che hanno persino un avvocato che li difende, al fine di dimostrare che il caso non è fortuito, ma deriva dalla non osservanza al pagamento dei diritti dovuti alla Chiesa. L’occasione è propizia per chiedere denaro e ristabilire antiche immunità che sarebbero poi servite per il buon fine dell’erezione del Seminario.
Il vescovo riesce a ottenere i fondi e sentenzia contro gli insetti:
«Vogliamo emettere sentenza di maledizione contro detti animali che devastano i confini della nostra Diocesi; e sopra ogni altra valida considerazione: è bene sapere che gli umili animali, poiché sono senza ragione non possono considerarsi delinquenti e quindi punire e maledire, tuttavia considerato che ciò che è stato provocato dai detti animali, fu flagello mandato da Dio contro i peccatori del popolo e che il diavolo si serve di detti animali nocivi per procurare danni al genere umano. Perciò onde placare l’ira di Dio e cessi la ragione di nuocere a causa dei peccati, come pare per opera del diavolo e fermato l’autore del male cesseranno i mali per la solita misericordia e pietà di Dio, che sempre suole punire i peccati degli uomini e suole anche benignamente accogliere la penitenza della sua plebe, è lecito, per evitare ogni futuro danno, come è solito ottenere con le chiavi della Chiesa di Dio, maledire e scomunicare detti animali con il diavolo che si serve di essi».
In poco tempo la fabbrica del Seminario è innalzata nel rione chiamato, a dispetto del nome, “Inferno”, nei pressi delle mura cittadine della “porta di sopra” (denominata successivamente porta Aquila) nella strada della “Porticella” (oggi via seminario vecchio). Sull’ingresso della struttura campeggia lo stemma del Giustiniani.
Saverio Paternoster

fonte facebook Saverio Paternoster

venerdì 4 novembre 2016

Il grido di dolore di una città , Gravina in Puglia (BA)

Il grido di dolore di una città
Ieri mattina intorno a mezzogiorno Raffaele Dimattia è stato trovato senza vita. Accovacciato sulle macerie di un periodo più buio di altri che pare stesse vivendo (come più volte segnalato dagli inquirenti) tra i ciottoli del torrente Gravina, sotto il ponte Viadotto. In una giornata soleggiata, la luce ha svelato brutale e improvvisa quanto la vita sia incredibilmente fragile. È in quello stesso luogo che il 31enne era stato avvistato l’ultima volta il giorno dopo la scomparsa. Il corpo di Raffaele è stato recuperato da un elicottero dei vigili del fuoco, con un boato assordante che non ha coperto il rumore della disperazione dei familiari, accorsi sul posto. Ora, i sorrisi di Lello resteranno impressi solo nelle foto, nelle immagini che lo ritraggono anche sui social. È il popolo della rete, gli amici che si chiedono perché... (Marina Dimattia -Gazzetta del Mezzogiorno)



... Ancora una volta Gravina sale agli onori della cronaca per motivi funesti. Non ci soffermiamo sul perché o come mai non è stato trovato subito questo ragazzo, visto che è stato rinvenuto solo dopo diversi giorni e nello stesso posto dove, più o meno, è stato visto l’ultima volta. Non ci soffermiamo nemmeno sul dolore dei familiari straziati da questa brutta notizia, non lo facciamo non perché siamo freddi e insensibili, tutt’altro… Lo facciamo proprio per non turbare ulteriormente questa famiglia che oggi piange un ragazzo di 29 anni, e soprattutto per non sentirci dire che lo strumentalizziamo. E sì, perché a Gravina lo sport che va alla grande è la critica passiva. Questa gente che critica non si è mai spiegata il perché e, per scoprirlo, abbiamo dovuto, purtroppo, aspettare che il cadavere venisse su per emersione dal letto del torrente o come mai abbiamo avuto bisogno di una associazione alpinistica di speleologia non di Gravina? Perché a Gravina non abbiamo niente di tutto questo! Abbiamo una protezione civile comunale, ma voi penserete che stia scherzando, vero? Purtroppo no, confermo: abbiano una sezione di protezione civile comunale formata da ingegneri e professionisti vari oltre che da volontari comuni, che probabilmente non hanno cognizione di speleologia o ricerche subacquee. Eppure abbiamo un torrente in alcuni punti molto profondo, quasi inaccessibile per la protezione civile, poiché senza esperienza e anche perché, probabilmente, nessuno di loro si sarebbe sporcata la divisa per scendere fin laggiù (divisa che viene regolarmente pagata dal comune). Eppure quella zona è molto pericolosa! E se invece di un adulto ci fosse stato un bambino? A che pro questi corpi, mi chiedo, se non vengono sfruttati? Fortunatamente non tutti sono così, ci sono anche alcuni ragazzi (pochi per la verità) che si danno veramente da fare e sono quelli che tengono su la baracca. Vogliamo parlare delle altre strutture di Gravina, per esempio la polizia municipale? In una città di quasi 50.000 abitanti sono meno di 20 unità e molti già in età pensionabile non riuscirebbero a coprire l’intera città, figuriamoci se possono essere impiegati nelle ricerche di una persona scomparsa. Hanno un piccolo mezzo antincendio per spegnere qualche focherello, ok, ma è davvero con quello dovrebbero arginare i ripetuti incendi che massacrano la nostra Gravina e il suo habitat rupestre? È sempre con quello che vorrebbero fronteggiare la massa di giovani e meno giovani che il sabato sera, e non solo, si radunano in quei posti isolati per ubriacarsi e drogarsi? Senza neppure mettere in conto che questi posti sono scarsamente illuminati. Metteranno le telecamere? E a che servono, visto che non c’è una figura attiva? A che pro. se non si fa prevenzione nelle scuole e nelle famiglie? Abbiamo Uno degli ultimi Boschi della Puglia e non abbiamo nemmeno una ubicazione per i Vigili del Fuoco, perché l’hanno spostata ad Altamura. Siamo consci che una parte delle colpe è da attribuire alla spending review di Renzi e compagni, ma anche alla cattiva amministrazione pre-Valente, con strascichi anche su questa. Movimento Duosiciliano sez. Gravina vuole far sentire la sua voce elevando un grido di Dolore e una preghiera per questo ragazzo e per la sua città, ma soprattutto chiedere a gran forza a questa amministrazione o alla futura «Diamoci da fare per Gravina, ora o mai più!» Lo chiedo pure ai cittadini passivi: fatelo anche per Raffaele, per Ciccio e Tore e tanti altri malcapitati che potrebbero incappare in sventurate giornate. È anche per questo che il Movimento Duosiciliano lotterà al fianco della città e dell’Amministrazione che raccoglierà la nostra richiesta. Vogliamo un posto attrezzato per i Vigili del Fuoco a Gravina, specializzazione speleologica per gli operatori anche di protezione civile, un corpo di vigilanti del territorio attivi anche nel bosco Difesa Grande, vogliamo le GAV (le GUARDIE AMBIENTALI COMUNALI VOLONTARIE), guardie decretate, volontarie ma non gratis, quindi opportunamente rimborsate delle spese , Gav che per un periodo molto breve hanno funzionato, poi i decreti furono frettolosamente ritirati e non se ne sa più niente, considerando un corso di sei mesi sponsorizzato proprio dal comune di Gravina. Ci auguriamo che le future GAV vengano appunto chiamate in servizio grazie a quel corso e non ad altri corsi fatti da associazioni che frettolosamente stanno fiutando “L’Affare”
Renna Rocco Michele (segretario cittadino e membro del comitato fondatori di MDS)

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