mercoledì 26 ottobre 2016

26 Ottobre 1860, incontro di Teano: Tutte le bugie



Come volevasi dimostrare il ladro di cavalli nonché negriero e uxoricida e pure falso assieme al suo degno compare Vittorio Emanuele II che stranamente mantenne il suffisso secondo dopo l’annessione e la creazione del regno d’Italia, sarebbe dovuto essere vittorio Emanuele I re d’Italia ex II re di Sardegna ma questa è un'altra storia, intanto leggiamo la verità scritta da questa rivista online “Vesuvio Live”
Rocco Michele Renna

Il 26 ottobre del 1860 si verificò un episodio molto particolare. Giuseppe Garibaldi, che grazie al suo manipolo di mille avventurieri aveva sostanzialmente ultimato la conquista del Regno delle Due Sicilie, incontrò a Teano il monarca sabaudo Vittorio Emanuele II, il quale avendo già occupato i territori pontifici nelle Marche ed in Umbria si affrettò a dirigersi verso sud.

Lo scopo del re era molto preciso e doveva essere conseguito celermente: evitare che Garibaldi e le camicie rosse si spingessero fino a Roma. Se ciò fosse accaduto lo scenario che si sarebbe profilato non avrebbe certamente arriso alla causa piemontese, in quanto sarebbe scattato l’intervento dell’imperatore francese Napoleone III che già da tempo si professava zelante difensore di Sua Santità il Papa Pio IX.

Fu così che Giuseppe Garibaldi e Vittorio Emanuele II s’incontrarono. Il sovrano grazie ai servigi ed alle armi dei garibaldini riuscì ad inglobare tra i possedimenti della sua corona lo stato borbonico; il condottiero nizzardo dopo aver consegnato al re l’autorità sulle regioni meridionali, ottenne che i suoi uomini entrassero nell’esercito regolare sardo conservando il medesimo grado che avevano ottenuto durante la spedizione nel Mezzogiorno d’Italia – promessa che, per inciso, non fu poi mantenuta dal monarca.

Da quel 26 ottobre di 156 anni fa le sorti della penisola non furono più le stesse. Dal momento in cui Garibaldi strappò il Mezzogiorno d’Italia ai Borbone, nel consegnarlo a Vittorio Emanuele II, diede iniziò alla storia di un nuovo paese. Un’Italia che da lì a poco sarebbe divenuta certamente unitaria, ma che avrebbe avuto dei mali endemici. Divisioni e disomogeneità, oggi come allora, la caratterizzarono. Popoli che tra di loro non avevano nessun punto di contatto e nessuna affinità, si ritrovarono ad indossare le complesse vestigia di una Nazione.

In molti hanno parlato di questo evento e copiosissimi fiumi d’inchiostro sono stati impiegati per consegnarlo ad imperitura memoria, ma altrettanto numerosi sono i dubbi ed i retroscena che contraddistinsero questo avvenimento e che meritano di essere sottoposti alla nostra attenzione.

Ufficialmente si ritiene che l’incontro sia avvenuto per l’appunto a Teano, in provincia di Caserta, presso l’odierno ponte San Nicola. La precisa località, però, è tutt’ora motivo di discussione. Secondo alcuni documenti, infatti, l’incontro avvenne nell’abitato dell’attuale Vairano Scalo, frazione del comune di Vairano Patenora. Gli storici risorgimentali avrebbero scelto di collocare l’incontro a Teano, perché già all’epoca la città vantava un prestigio maggiore rispetto al semplice agglomerato di casupole dove Garibaldi e Vittorio Emanuele II si sarebbero, effettivamente, ritrovati.

Vairano Scalo non poteva quindi fungere da cornice per un evento di tale portata. L’efficace lavoro di esaltazione portato avanti dalla storiografia era iniziato per motivazioni che potremmo definire “geografiche”, ma ammesso e non concesso che questo cambio di location ci sia stato, la mitizzazione dell’evento che stiamo trattando era tutt’altro che terminata.

Il fatto che Giuseppe Garibaldi avesse consegnato il Regno delle Due Sicilie a Vittorio Emanuele II deluse le aspettative di chi sperava nell’instaurazione di un regime repubblicano nei territori dell’Italia meridionale, evento che avrebbe consentito una successiva avanzata militare verso Roma per porre fine al potere temporale di Pio IX. È molto interessante notare che probabilmente i “repubblicani delusi” avevano dimenticato che Garibaldi, già prima di partire da Quarto alla volta della Sicilia, aveva stipulato un accordo con Vittorio Emanuele II.

Il generale era al soldo di casa Savoia, ed il re con la sua venuta in Campania altro non fece che far valere la parte dell’accordo che lo favoriva, pose fine alle “fatiche” del suo sottoposto, sollevandolo da ogni incarico. A questo punto i servigi di Garibaldi non erano più necessari ed i Mille avevano fatto il loro tempo. Il monarca sabaudo non solo si precipitò a mettere le mani sull’ex stato borbonico e le sue ricchezze, ma con una mossa estremamente astuta esautorò, di fatto, Garibaldi, gettando acqua su ogni eventuale miccia che mille avventurieri in armi avrebbero potuto facilmente innescare.

Quello che viene considerato uno degli episodi centrali della storia del Risorgimento, in buona sostanza, altro non fu che una mossa preventiva di un re che, una volta raggiunto il suo scopo, non aveva più bisogno di un generale troppo scomodo ed eccessivamente potente. Quella di Vittorio Emanuele II fu una vera dimostrazione di forza che mise a nudo l’ambiguità e la precarietà sulle quali vertevano i rapporti tra due delle più importanti figure dell’Ottocento italiano, che hanno ricoperto un ruolo di primo piano nel processo che portò all’unità d’Italia. La storiografia però ha magistralmente taciuto queste problematiche, preoccupandosi solo di conferire al tutto un’aurea di esasperata miticità.

Fonti:
– Alfonso Scirocco, Garibaldi. Battaglie, amori, ideali di un cittadino del mondo, Laterza, 2001.
– Giuseppe Cesare Abba, Da Quarto al Volturno. Noterelle di uno dei Mille, Sellerio, 2010.
– Indro Montanelli, Storia d’Italia, Fabbri,1994.
_ http://www.vesuviolive.it/cultura-napoletana/storia/167476-26-ottobre-1860-incontro-teano-garibaldi-vendette-sud-ai-savoia-tutte-le-bugie/

sabato 15 ottobre 2016

REFERENDUM: LE 10 BUGIE DEI SOSTENITORI DEL "SI"





Che questo referendum sia un’altra truffa dello stato che vuole assolutamente avere le mani libere per potere fare i propri comodi è acclarato ma è giusto che si faccia luce sui punti del referendum stesso.
Non hanno voluto nemmeno che potessimo scegliere in libertà cosa promuovere o abolire, vogliono solo carta bianca è per noi del Sud Italico non va affatto bene.
Dopo 155 anni di sfruttamento coloniale rischiamo di subire il colpo di grazia da parte di questi invasori che si fanno chiamare "fratelli italiani" ma se lo fossero davvero non si sarebbero comportati come un flagello per noi del sud, addirittura si vantano di eguagliare la Germania ma si guardano bene dal fare come la Germania che ha eguagliato le due parti (Germania est e ovest) senza farne patire i disagi ad una di esse.
Andiamo a leggere cosa scrive questa rivista on line "Libertà giustizia.it" che reputo la più vicina alla realtà dei fatti e lascio a voi ogni considerazione, io per il bene della mia terra e del futuro dei miei figli voto "NO!"
Rocco Michele Renna



1. «Al referendum si vota per abolire il Senato».
Falso. Il Senato, seppur ridotto di poteri e per numero di senatori, continuerà a esistere, nello stesso Palazzo in cui si trova. Sembra ovvio, ma solo pochi giorni fa una tivù nazionale ha mostrato un cartello secondo il quale si sarebbe votato «per abolire il Senato». Lo stesso Renzi oggi a Firenze ha detto testualmente che «non esisteranno più i senatori», un’evidente falsità.

2. «Con la riforma si faranno le leggi più in fretta».
Falso. A parte le materie in cui il Senato mantiene funzione legislativa paritaria (“leggi bicamerali”), negli altri casi il Senato può proporre modifiche per una seconda lettura alla Camera e in molti casi la Camera, per approvare le leggi senza conformarsi al parere del Senato, deve poi riapprovarle a maggioranza assoluta dei suoi componenti (non basta quella dei presenti in aula). In tutto, sono una decina le diverse modalità possibili di approvazione di una legge. Il che porterà non solo a una serie di rimpalli, ma soprattutto a conflitti sulla tipologia a cui appartiene una proposta di legge, quindi sul suo iter.

3. «Il nuovo Senato abbatterà i costi della politica».
Parzialmente falso e di sicuro molto esagerato. I risparmi consistono nel fatto che i nuovi senatori (in quanto consiglieri regionali o sindaci) non saranno pagati per le loro funzioni senatoriali, ma avranno comunque le spese di trasferta a Roma dalle Regioni di provenienza e probabili forme di rimborso. Il personale di palazzo Madama che non resterà al Senato verrà trasferito. Si calcola ottimisticamente che il risparmio sulle spese oggi a carico di Palazzo Madama sarà di circa il 20 per cento rispetto alle spese attuali. Una riforma che avesse avuto come obiettivo il risparmio sui costi della politica avrebbe potuto dimezzare il numero complessivo dei parlamentari (315 deputati e 150 senatori, totale 450) ottenendo risparmi molto maggiori. Con questa riforma i parlamentari stipendiati restano infatti 630 (i deputati), più i rimborsi e le trasferte a Roma dei 100 senatori.

4. «Il nuovo Senato non sbilancia i contrappesi democratici».
Falso, se combinato con l’Italicum. La legge elettorale per la Camera (Italicum) assegna al partito vincente e al suo leader il controllo di 340 seggi. Data l’assenza di un’altra Camera con funzioni legislative altrettanto forti, ne consegue un accentramento di potere nelle mani dell’esecutivo e del premier. Inoltre nelle elezioni in seduta comune con i senatori (ad esempio per la scelta del Presidente della Repubblica e dei membri non togati del Csm) questo meccanismo consegna al premier un potere molto maggiore. La possibilità che il Quirinale diventi un’espressione più diretta della sola maggioranza rende a sua volta maggiori i poteri del premier anche nell’elezione dei giudici della Consulta: la maggioranza di governo ne esprimerebbe direttamente 3 (tramite la Camera) e altri 5 attraverso il Presidente della Repubblica (se questi fosse espressione della sola maggioranza), più altri 2 se la maggioranza al Senato è la stessa che c’è alla Camera. Quindi su 15 giudici della Consulta un numero tra 8 e 10 (su 15) rischia di essere scelto direttamente o indirettamente dalla maggioranza di governo.

5. «Con il nuovo Senato ci sarà più stabilità».
Potenzialmente falso. La maggiore stabilità c’è se al ballottaggio per la Camera vince lo stesso partito che ha già la maggioranza al Senato, il che non è scontato. Ad esempio, se nascesse domani, il Senato previsto dalla riforma Boschi sarebbe a grande maggioranza Pd (in quanto eletto dai consigli regionali quasi tutti Pd) ma se poi al ballottaggio per la Camera vincesse il Centrodestra o il M5S si creerebbe una conflittualità perenne tra Camera e Senato.

6. «Il nuovo Senato ricalca il modello tedesco».
Falso. In Germania i membri del Bundesrat sono vincolati al mandato ricevuto dai governi dei Länder di provenienza. In altre parole, devono votare come deciso dai loro Länder e così ne rispecchiano la volontà, ne sono espressione diretta: in modo da costituire un contrappeso federale e locale al potere centrale. Secondo la riforma Boschi, invece, i senatori non hanno alcun vincolo di mandato rispetto alla regione di provenienza, quindi non ne esprimono le volontà: sono solo espressioni della loro appartenenze politico-partitiche.

7. «Il nuovo Senato aumenta la rappresentanza locale quindi il federalismo»,
Falso. Al contrario, la riforma Boschi toglie alle regioni molti margini legislativi e ne riduce autonomia (salvo le Regioni a Statuto speciale). L’ambiguità del testo e il rimando a leggi ordinarie aumenterà inoltre il contenzioso tra Stato e Regioni.

8. «La Costituzione è uguale da 70 anni, basta!».
Falso. Dal 1948 a oggi la Costituzione è già stata modificata diverse volte anche su questioni importanti: dall’istituzione delle Regioni al pareggio di bilancio, dal Titolo V sulla struttura dello Stato fino all’abolizione completa della pena di morte. Si può discutere se una modifica è o è stata un miglioramento, ma è difficile sostenere che la Costituzione italiana sia inerte e uguale a sé stessa da 70 anni.

9. «Se vincono i no Renzi si dimette e sarà il caos».
Falso e ricattatorio. Non è costituzionalmente un referendum su Renzi: nessuno lo obbliga a dimettersi se vincono i no. Quello che sta facendo il premier è quindi un ricatto politico che distorce il voto su una cosa più importante di qualsiasi premier “pro tempore”, cioè la Costituzione. I premier passano, la Costituzione li trascende. In ogni caso, anche se Renzi si dimettesse, il presidente Mattarella potrebbe dare un altro incarico per terminare la legislatura, che del resto ha già avuto un altro governo con la stessa maggioranza prima che ci fosse quello di Renzi.

10. «Questo referendum è la scelta tra l’Italia che dice sì al futuro e l’Italia che sa dire solo no»,
Falso. Questo referendum è solo la scelta tra chi ritiene che la riforma Boschi sia migliorativa della Carta attuale e chi ritiene che sia peggiorativa. La formuletta mediatica “Italia dei sì contro Italia dei no” è, di nuovo, svilente rispetto alla rilevanza della Costituzione, legge fondamentale del nostro vivere comune che non ha nulla a che fare con la narrazione renziana, con la presunta o reale modernità del premier. Allo stesso modo, questo referendum non ingabbia chi è contrario alla riforma Boschi tra quanti ritengono immodificabile e non migliorabile la Costituzione: semplicemente, chi vota no ritiene che queste modifiche non siano migliorative ma (nel loro complesso e fatto il bilancio) prevalentemente peggiorative.

FONTE