giovedì 28 febbraio 2019

S.O.S botromagno e difesa grande


Sono uno dei soci fondatori del Movimento Duosiciliano e rappresentante per Gravina ed Altamura del Movimento stesso, la cui direzione sta a Bari.Ero anche un volontario della Associazione Nazionale Volontari Polizia di Stato (A.N.P.S) del distaccamento di Gravina sezione di Matera. Attualmente sono Il  Responsabile territoriale del C.I.U. Corpo interventi Umanitari, in possesso di alcuni attestati riguardanti la protezione dell’ambiente. Uno degli ultimi attestati doveva servire ad istruirci ulteriormente per la formazione di un corpo di guardie volontarie giurate, decretati dal comune. Guardie addette al controllo dell’ambiente e della città in generale.
Naturalmente, come molte altre cose della mia città,  il progetto GPG GAC (guardia ambientale comunale)  dell’Assessore Divella è finito nel dimenticatoio anche se in precedenza venne attivato per pochi e poi annullato perché non si era ancora approvato il regolamento. Approvazione che slittava in continuazione fino alla prescrizione e annullamento dei decreti inizialmente concessi.
 E' mio preciso intento come Brigante e fondatore del M2S difendere la mia terra e anche con l'iscrizione al Corpo Interventi Umanitari, del quale sono il responsabile territoriale, mi dà la possibilità, in questa città, di intervenire per salvaguardarla, nei limiti legali naturalmente. Essendo anche un membro del comitato fondatori del Movimento Duosiciliano (Briganti) con sede a Bari, il principio dei Briganti moderni   (Brigante è l’appellativo con la quale le truppe di invasione savoiarde chiamarono i patrioti duosiciliani che difendevano la propria patria) è proprio quello di difendere la propria terra dalla distruzione storica del nostro passato e la salvaguardia dell’ambiente stesso , la nostra arma non è quella del passato, ma la più micidiale che esista: la cultura e trasmissione della verità storica.
La via percorsa dagli antichi peuceti di Sidion

primo punto di arrivo la casina ha il tetto marcio










Dunque mi sono incamminato sulla vecchia via appia che attraversa il colle di Botromagno , per scattare qualche bella foto panoramica, al parco archeologico e per controllare che non ci fossero sversamenti selvaggi di rifiuti  vari nonché amianto per poter eventualmente segnalare a chi di dovere.
Tempo fa dal comune è partita una lodevole iniziativa per la salvaguardia del parco archeologico sulla sommità del colle stesso “SOS Botromagno”, considerando che il parco archeologico di Gravina in Puglia è fra i più grandi parchi archeologici d’Europa, ma quello che ho visto è stata una grandissima delusione .
Ad un erto punto l’antica strada è franata per un terzo nel fondo sottostante nella parte destra in salita e la parte sinistra la muraglia che conteneva il terrazzamento è venuta giù, insomma si può circolare solo in fila indiana, una strada vecchia di migliaia di anni… Parafrasando un presentatore della tv non più fra noi, “Non finisce qui”.
pozzo con acqua incustodito
Arrivati sulla sommità scopro chei precedenti progetti non hanno avuto regolare manutenzione, sterpaglie con crolli si susseguono, una casina adibita a posto di ristoro abbandonata non ha porta ed il tetto in legno è marcio è può crollare da un momento all’altro, adiacente alla casina c’è un pozzo incustodito pieno di acqua, considerando che chiunque, anche un bambino può salire fin lassù.
la situazione della necropoli
Passo oltre e mi avvio verso la necropoli contrassegnata come “zona Lucatuorto” e lì c’è di tutto, dal residuo di vasellame a ossa (spero di animali), con le tombe tutte scoperte invase dalle erbacce che le rendono ancor più pericolose essendo molto profonde, alcuni pozzi senz’acqua, presumibilmente di ispezione, anch’essi parecchio profondi, barre di ferro che emergono dal terreno per circa 10/20 cm in verticale, nascoste dalla vegetazione. La cosa che mi ha fatto veramente rabbrividire è stato vedere dei turisti presumibilmente inglesi o tedeschi, aggirarsi senza una guida del posto fra le rovine, turisti che potevano mettersi in serio pericolo.

Per questo mi rivolgo alla Città , a Tutta l’amministrazione comunale e alla sovrintendenza,  a Nome dei cittadini e del Movimento che rappresento, quel sito ha bisogno di essere salvaguardato, custodito e fatta regolare manutenzione chiedendo ai proprietari dei lotti, se ce ne sono ancora, di intervenire sui crolli è inutile buttare soldi per interventi paliativi e poi non se ne fa più nulla oppure fare bandi con esperienze triennali vincolanti del quale non so se sono del tutto legali o meno ma non è compito mio stabilirlo, certo è che con questo vincolo si favorisce solo una parte dei partecipanti e non si da mai l'opportunità ad altri di cominciare, il parco archeologico di Botromagno, Difesa Grande e di tutta la città di Gravina non può essere lasciato all'abbandono solo per pigrizia cittadina o dell'amministrazione di turno

Rocco Michele Renna

mercoledì 6 febbraio 2019

Interi apparati politici di tutta Europa colpevoli di un presente ed un futuro che a chiamarlo precario si è molto soft

interi apparati politici di tutta Europa colpevoli di un presente ed un futuro che a chiamarlo precario si è molto soft
di Canio Trione
Dopo una campagna elettorale che i più garbati hanno definito sgangherata non abbiamo nulla di chiaro e definito se non un dopo elezioni altrettanto sgangherato. Cionondimeno le borse non appaiono allarmate. Le quotazioni sono stabili, i tassi di interesse lo stesso, i valori delle obbligazioni e segnatamente quelle pubbliche, sono anch’esse stabili. Certamente da molto prima della diffusione degli esiti elettorali si erano aperti i paracadute che erano necessari a dare segnali rassicuranti ed evitare traumi; peraltro la nostra borsa non è stata mai affidata interamente al mercato ma è sempre stata molto ben sorvegliata e influenzata dagli amici e dagli amici degli amici di chi vuole che le cose rimangano come sono sempre state. E così non si registrano scossoni. Tutto sotto controllo dunque? Certo, peraltro il governo futuro presentato da Di Maio alla vigilia del 4 marzo è stato assemblato pescando dalle università a garanzia della ortodossia anche culturale del futuro operato del probabile governo e quindi è stato pensato e proposto per dire ai Poteri Forti che “potete stare tranquilli non vi sono rivoluzioni alle porte”.
Però il momento è di quelli da far tremare le vene e i polsi:
il famigerato debito pubblico nazionale è ancora sostenibile grazie ai tassi bassi promossi dalla Bce ma sta per divenire più oneroso per l’avvento dell’inflazione nei paesi ricchi; inflazione che produrrà aumento dei tassi che pagheremo noi… come si fronteggia tale emergenza che costerà un prezzo salato e crescente ai poveri dell’Europa? Non si sa.
Coloro che sono stati gettati fuori dall’economia dal rigore di Monti oggi vengono chiamati a pagare le tasse (quelle che non si calcolano sui redditi ma sui consumi e sulle proprietà) come se fossero stati beneficiati dalla “ripresa” (che se c’è lo è a vantaggio di coloro che i soldi già li hanno); come li reintroduciamo nel mondo del lavoro? Nessuno neanche se lo chiede.
Tutti, indistintamente, continuano a vagheggiare una ripresa da promuovere con maggiore spesa pubblica sapendo che certamente non esistono mezzi se non per piccolissimi interventi che peraltro saranno bilanciati e neutralizzati da interventi recessivi resi necessari dallo stato pietoso in cui sono state ridotte le finanze pubbliche. Nessuno ha una idea di come riavviare lo sviluppo senza soldi e quindi verosimilmente semplicemente non vi sarà…
La tecnologia permette ulteriore arricchimento alle persone ed imprese che possono robotizzare i processi produttivi; impoverendo ed escludendo intere generazioni. Che si fa? Si blocca il progresso tecnologico?.
Nel resto del globo non va meglio; gli Usa intendono portare in casa un po’ di ricchezza che da tempo spargono in giro per il mondo; ed intendono farlo con un po’ di protezionismo; che succederebbe però se oltre ai dazi sull’acciaio dovessero pensare e applicare dazi sul vino o sul food? Magari per ulteriore ritorsione al dazio sulle motorette americane che vengono importate in Europa?
La Gran Bretagna sta pensando ad un mondo nel quale la propria economia possa essere meno dipendente dall’Europa e dall’euro; certamente questa cosa le riuscirà non foss’altro che per il fatto di essere più libera di farlo; ma quali conseguenze avremo noi italiani come singoli e come economia? Nessuno può dirlo.
I Trattati europei vanno riscritti nell’interesse di tutti, grandi e piccoli, potenti e deboli; non v’è nessuno in Europa che non dica e non avverta la necessità di mettere mani ai Trattati rei di aver disarcionato interi apparati politici di tutta Europa e colpevoli di un presente ed un futuro che a chiamarlo precario si è molto soft. Come e chi lo fa?
Milioni di persone spinte nella povertà più buia che vivono in ogni parte del mondo e sulle sponde del Mediterraneo, possono e vogliono utilizzare le possibilità offerte dalla mondializzazione per venire a gustare le delizie dei paesi più ricchi. Come si fa a dare una sistemazione definitiva a questa enorme questione? A tutt’ora non esistono risposte sistemiche.
La unicità del mercato mondiale che comincia da essere osteggiata dalla amministrazione americana presenta dei malfunzionamenti grandi quanto una montagna che producono povertà crescente minando il concetto stesso di pacifica convivenza planetaria. Che si fa?
Si tratta di problematiche già esistenti prima delle elezioni ma oggi non si può più dire che se ne occuperà chi vincerà la competizione elettorale; da quest’ultima è emerso che il Sud ha protestato più forte del resto d’Italia e non per chiedere un “reddito di cittadinanza” come sostengono i commentatori nordici che credono che siamo un popolo di piagnoni e questuanti (come lo sono effettivamente le classi dirigenti locali sempre con il cappello in mano) ma per dire che stiamo peggio degli altri e che non basta far venire qualche immigrato in meno e far pagare a tutti la stessa aliquota (che significa togliere la progressività a vantaggio dei più abbienti, usualmente nordici) per uscire dal blocco di ogni attività economica; i meridionali hanno detto, votando, che si deve restituire alla persona umana la propria dignità e cioè la propria inalienabile libertà di lavorare, investire, programmare il proprio futuro senza dover chiedere ad un impiegato un lasciapassare pagato a caro prezzo con tasse ingiuste. Quindi quello del 4 marzo è stato, in campo economico, un voto di libertà!! libertà dalle angustie e dai controlli insensati ed opprimenti che usualmente vengono pensati e realizzati dalle potenze occupanti e quindi nemiche e non dal proprio governo democraticamente eletto.
Bari, 6.3.18                                        Canio Trione

domenica 1 luglio 2018

Castello di Monteserico, Genzano di Lucania (PZ) di Raffaele Barone

Castello di Monteserico - Photo credit by Michele Di Chito

Il castello di Monteserico è un castello federiciano costruito assieme ad altri sparsi sul limite della fossa bradanica per tenere sottocontrollo il territorio e alla bisogna diventavano fari di segnalazione comunicando agli altri castelli della linea di difesa . Linea di difesa al quale facevano parte anche il castello del Garagnone , quello di Spinazzola , il maniero federiciano di Gravina IN Puglia (BA) ecc.
Qui di Seguito il Geometra Raffaele Barone ne spiega le origini storiche e quant'altro serve a conoscere questo castello isolato nelle campagne di Genzano di Lucania , facendo attenzione, comunque, che attorno al castello sono stati trovati resti di una cittadina e una necropoli, quindi un tempo non era tanto isolato.
Rocco Michele Renna


Geom. Raffaele Barone
Conosciamo le origini e la sua storia millenaria.
II castello sorge a circa 542 m. s.l.m. sui margini occidentali di un colle, nel territorio del comune di Genzano di Lucania, che domina un vasto paesaggio collinare, delimitato ad oriente dall’alta Murgia.
Costruito in un sito abitato già dal IX sec. a.C. (scavi effettuati sul versante occidentale della collina hanno portato alla luce resti di un abitato ed una necropoli pre-romana), nei pressi della via Appia. Probabile presidio Bizantino; nelle sue vicinanze nell'anno 942, l'esercito longobardo guidato da Guaimaro II (duca di Salerno) e Landolfo (duca di Benevento), fronteggiò quello bizantino agli ordini dell'archistraregos Anastasio (nel 1902 furono ritrovate due tombe di guerrieri longobardi nei pressi del torrente basentello, databili X sec). Intorno all’anno mille, fu fortificato da Ottone II (955-983) nella sua avanzata verso la calabria contro la presenza musulmana in italia meridionale (i saraceni nel 872 avevano saccheggiato Grumento, nel 907 occupato Abriola e Pietrapertosa, erano insediati stabilmente a Tricarico e nel 994, secondo Lupo Protospata, avevano occupato Matera). Presidiato e già fortificato sempre in mano Bizantina, viene menzionato da Amato di Montecassino per la sconfitta ivi subita dagli stessi per opera dei Normanni nel 1041 (il nucleo di quello che sarà il castello come lo conosciamo oggi, con la sua struttura centrale costituita dal donjon, una fortezza simile a una torre, risale proprio al periodo della dominazione normanna).
Roberto il Guiscardo (†1085) probabilmente vi soggiornò nella sua avanzata verso la Calabria.
Federico II (1194-1250), destinò il complesso a residenza del "magister massarium Apuliae". Nello Statutum de reparatione castrorum che conteneva un elenco dei castra, delle domus e dei palatia a cui bisognava garantire una manutenzione con il contributo degli abitanti delle università vicine, tra le opere fortificate presenti nell’attuale Basilicata, vi era anche la domus di Monte Serico, del cui stato di conservazione dovevano avere cura i soli abitanti del luogo. Nel XIII sec., Monteserico appartenne a Goffredo de Monte Selicola al quale succedette, nel 1275, il figlio Raynaldo.
Agli inizi del 1300 signora di Monteserico fu Aquilina; il 2 maggio 1321, essendo Papa Giovanni XXII, Roberto II, vescovo di Acerenza, sollecitato dalla stessa "Domina de Monte Sericola", emana il Decreto di Fondazione del Monastero delle Clarisse, sotto il titolo di Santa Maria Annunziata, in Genzano. Successivamente la massaria Montis Silicule passò ai Sanseverino e, nel 1348, a Francesco del Balzo. Nel 1443 il castello di Monteserico era un Regio Demanio. Tra XV e XVI sec. si ha la scomparsa del borgo di Monteserico che sorgeva sul pianoro antistante il castello che rimane abitato.
Ferdinando il Cattolico lo donò alla Duchessa di Milano, Isabella d'Aragona, il 7 giugno dell'anno 1507. Alla morte di Isabella il feudo venne dall'Imperatore Carlo V dato alla di lei figlia Bona Sforza, Regina di Polonia. Nel 1557 Monteserico, devoluto alla Corona, rientrò a far parte del patrimonio della medesima. Nel 1603 era del genovese Grimaldi e nel 1613 dei Doria. Nel 1642 vi è l'attestata e riconosciuta giurisdizione sul castello di Monteserico da parte dell'alto Magistrato Reggente Tappia, Marchese di Belmonte. A partire dagli inizi del '700 la Regia Dogana delle pecore di Foggia include nell'affitto della statonica di Monteserico l'uso del suo Castello, attrezzato con forno, panetteria e molino. Acquistato nel1857 dai Baroni Dell'Agli-Cetti, fu venduto ai Cafiero nel 1875.
Dopo il primo conflitto mondiale il tenente Gandini comperò una porzione del feudo del Cafieri ed il Castello che, ristrutturato, ospitò la stella del cinema muto Lyda Borelli. Successivamente divenne proprietà dei Di Chio di Spinazzola.
Attualmente è proprietà del Comune di Genzano di Lucania.
Bibliografia: - M. Battaglino, Aquilina di Monteserico. Osanna edizioni- Venosa, 2008.
- E. Lorito, Genzano di Basilicata - cronografia. Tipomeccanica - Napoli, 1949.
- Storia de' normanni di Amato di Montecassino volgarizzata in antico francese, a cura di Vincenzo De Bartholomaeis, Roma 1935.
- Castra ipsa possunt et debent reparari: indagini conoscitive e metodologie di restauro delle strutture castellane normanno-sveve : atti del Convegno internazionale di studio promosso dall'Istituto internazionale di studi federiciani, Consiglio nazionale delle ricerche, Castello di Lagopesole, 16-19 ottobre 1997, Volume 1

info: facebook: sei murgiano se...

martedì 26 giugno 2018

Banzi (PZ) e la Taverna del Brigante

Banzi (pz) piccolo ma gradevole ed accogliente paesino della lucania, piccolo di densità ma grande nella sua storia antica, dove oggi la vita scorre tranquilla e un po' sorniona, dove ancora ci sono le antiche tradizioni locali che vengono tramandate e rispettate, dove anche una festa padronale diventa una grande festa per tutta la città, una festa vera! Una cittadina dove anche il suo Sindaco partecipa assieme ad i suoi concittadini in amicizia e gioia.
http://lnx.altobradano.it/banzi/
In questa cittadina c'è, fra le diverse attività commerciali, "La Taverna del Brigante".
Piccola ma accogliente dove il senso dell'ospitalità è alto come solo i popoli del sud sanno dare con amore verso gli stranieri e chi oriundo di questa città ogni tanto torna a respirare l'aria di casa.
Menù non complicati ma di gusto per gli occhi e per il palato, semplici ma ricchi di sapori antichi. Io che avevo uno dei miei genitori nato in questa città non potevo esimermi dal provare la cordialità di questi ragazzi e della loro cucina, signori miei vi garantisco che quasi mi sono commosso nel risentire, dopo tanti anni, il sapore di casa mia, della cucina casalinga della mia infanzia... Insomma andate, ordinate e sedetevi comodamente e lasciate correre la vostra fantasia mentre il cibo preaprato sapientemente, con cura ed esperienza moderna nella preparazione ma millenaria nella cura della materia prima, inonderanno i vostri sensi non appena scenderà il primo boccone.
Andate a nome del Brigante Rocco ve lo consiglio vivamente e mi sento di dare con fermezza il premio di 3 gigli : cordialità, qualità e porzioni abbondanti da Brigante.

Il quarto giglio, il bollino da brigante, beh non credo che tarderà ad arrivare ormai possiamo definirli i piccoli briganti della cucina banzese, naturalmente non tralsciate il resto della città con le altre attività tutte da premiare in fondo

 Rocco Michele Renna

venerdì 11 maggio 2018

TRE MILIONI DI FRANCHI IN PIASTRE D’ORO A GARIBALDI PER COMPRARSI IL SUD, ce lo raccontano i massoni.

Millo Bozzolan


TRE MILIONI DI FRANCHI IN PIASTRE D’ORO A GARIBALDI PER COMPRARSI IL SUD, ce lo raccontano i massoni.

DI MILLO BOZZOLAN

I MASSONI SVELANO COME FURONO FINANZIATI I MILLE se ce lo spiegano loro, cosa c’era sotto, c’è da dar retta alla fonte…
Marsala, provincia di Trapani nel 1860, Val di Mazara fino al 1812, nel momento più infelice della sua storia.

Adesso, ecco la sconcertante rivelazione. Viene dal convegno “La liberazione d’Italia nell’opera della Massoneria”, organizzato a Torino nel settembre del 1988 dal Collegio dei Maestri Venerabili del Piemonte, con l’appoggio di tutte le Logge italiane. Di recente sono stati pubblicati gli Atti, a cura dell’editrice ufficiosa dei massoni. Una fonte sicura dunque, visto il culto dei “fratelli” per quel Garibaldi che fu loro Gran Capo.
Un breve intervento —poco più di due paginette, ma esplosive— a firma di uno studioso, Giulio Di Vita, porta il titolo “Finanziamento della spedizione dei Mille”.
Già: chi pagò? Come riconosce lo stesso massone autore della ricerca: «Una certa ritrosia ha inibito indagini su questa materia, quasi temendo che potessero offuscare il Mito. Quanto viene solitamente riferito è un modesto versamento —circa 25.000 lire— fatto da Nino Bixio a Garibaldi in persona all’atto dell’imbarco da Quarto».
E invece, lavorando in archivi inglesi, l’insospettabile Di Vita ha scoperto che, in quei giorni, a Garibaldi fu segretamente versata l’enorme somma di tre milioni di franchi francesi, cioè (chiarisce lo studioso) «molti milioni di dollari di oggi». Il versamento avvenne in piastre d’oro turche(*): una moneta molto apprezzata in tutto il Mediterraneo.

le famose "piastre" turche
A che servì quell’autentico tesoro? Sentiamo il nostro ricercatore: «È incontrovertibile che la marcia trionfale delle legioni garibaldine nel Sud venne immensamente agevolata dalla subitanea conversione di potenti dignitari borbonici alla democrazia liberale. Non è assurdo pensare che questa illuminazione sia stata catalizzata dall’oro». Anche perché ai finanziamenti segreti se ne aggiunsero molti altri (e notevolissimi, palesi) frutto di collette tra tutti i “democratici” di Europa e America, del Nord come del Sud.
Sarebbero così confermate quelle che, sinora, erano semplici voci: come, ad esempio, che la resa di Palermo (inspiegabile sul piano militare) sia stata ottenuta non con le gesta delle camicie rosse ma con le “piastre d’oro” versate al generale napoletano, Ferdinando Lanza.
Garibaldi incontra un inviato del gen. Lanza per trattare l'armistizio
Con la prova dei molti miliardi di cui disponeva Garibaldi si può forse valutare meglio un’impresa come quella dei Mille che mise in fuga un esercito di centomila uomini (tra i quali migliaia di solidi bavaresi e svizzeri), al prezzo di soli 78 morti tra i volontari iniziali.
Ma c’è di più: il poeta Ippolito Nievo se ne tornava da Palermo a Napoli al termine della spedizione. Il piroscafo su cui viaggiava, l’”Ercole”, affondò per una esplosione nelle caldaie e tutti annegarono. Si sospettò subito un sabotaggio ma l’inchiesta fu sollecitamente insabbiata. Le cose possono ora chiarirsi, visto che il Nievo, come capo dell’Intendenza, amministrava i fondi segreti e aveva dunque con sé la documentazione sull’impiego che nel Sud era stato fatto di quei fondi. Qualcuno evidentemente non gradiva che le prove del pagamento giungessero a Napoli: non si dimentichi che recenti esplorazioni subacquee hanno confermato che il naufragio della nave del poeta fu davvero dovuto a un atto doloso.

il piroscafo Nettuno, simile all'Ercole. Tutt'e due appartenevano alla "Armata di mare" del Regno delle Due Sicilie
Si cominciava bene, dunque, con quella “Nuova Italia” che i garibaldini dicevano di volere portare anche laggiù: una bella storia di corruzioni e di attentati. Ma Nievo portava, pare, solo ricevute: dove finirono i miliardi rimasti, e dei quali solo pochissimi capi dei Mille erano a conoscenza?
In ogni caso, era una somma che solo un governo poteva pagare. E, in effetti, la fonte del denaro era il governo inglese (non a caso lo sbarco avvenne a Marsala, allora una sorta di feudo britannico, e sotto la protezione di due navi inglesi; e proprio su una nave inglese nel porto di Palermo fu firmata la resa dell’isola).
Come riconosce il «fratello» Di Vita, lo scopo della Gran Bretagna era quello già ben noto: aiutare Garibaldi per “colpire il Papato nel suo centro temporale, cioè l’Italia, agevolando la formazione di uno Stato protestante e laico“. Le monarchiche isole pagarono cioè il repubblicano Eroe perché distruggesse un Regno, quello millenario delle Due Sicilie, purché anche l’Italia, «tenebroso antro papista», fosse liberata dal cattolicesimo.
fonte: Istituto di Ricerca Storica delle Due Sicilie
fonte:  https://venetostoria.com

lunedì 7 maggio 2018

120 ANNI FA, LA GENTE DOMANDAVA IL PANE A MILANO.BECCARIS RISPONDEVA PRENDENDO A CANNONATE LA FOLLA

Chi era il re bomba? per non dimenticare il bombardamento di Genova
Risultati immagini per beccaris
120 ANNI FA, LA GENTE DOMANDAVA IL PANE A MILANO.
120 ANNI FA, BECCARIS RISPONDEVA PRENDENDO A CANNONATE LA FOLLA.

"A Monza intanto si tiravano le somme della tragica serata: alla farmacia Predari erano stati medicati quindici feriti; in ospedale tra i feriti più gravi decedevano poche ore dopo il ricovero la casalinga Teresa Meroni, di 49 anni, che era stata raccolta davanti all'osteria del Moro, con la spina dorsale attraversata da un proiettile; «il meccanico ventenne Piatti Carlo, ferito all'ombelico e colle gambe fracassate, e l'imbiancatore Assi Gerardo, di 27 anni, cui una palla aveva asportato la parete addominale. Degli altri che morirono poi, agonizzavano ancora, all'Ospedale, Villa Carlo d'anni 18, e Vergani Pasquale, di 29 anni, ferito al basso ventre, entrambi cappellai. Altri ancora, feriti meno gravemente, aspettavano laggiù la guarigione per passare, dall'Ospedale, alle carceri: Caccianiga Carlo, un cappellaio che quel sabato stesso aveva estratto il numero per la coscrizione, e a cui una palla aveva attraversato il polpaccio; Vannin Valentino, cappellaio, di 24 anni, ferito alla testa, e a cui il tribunale di guerra regalava poi, a titolo di indennizzo, 2 anni e mezzo di reclusione; Remoti Silvio, cappellaio, ferito a una gamba; Figini Domenico, altro cappellaio, ferito ad una mano; l'apprettatore Derenti Eligio, ferito pure alle gambe; il cappellaio Erba Natale, ferito alle mani; Ferrerio Pompeo, commesso, che, attraversando la piazza, era stato raggiunto da una palla e ferito ad un braccio; Del Corno Giovanni, meccanico, che chinatosi per rialzare ed aiutare la povera Meroni, s'era buscato una palla nel deretano; il meccanico Ratti Edoardo, ferito a un polpaccio; Pastori Giovanni, ferito al naso da una sciabolata; Mauri Carlo, ferito ad un polpaccio; Camesasca Vincenzo, ferito al capo e tradotto alle carceri la sera stessa ...». A questo elenco vanno aggiunti i primi due caduti in piazza San Michele: Giacomo Castoldi, di 44 anni, fornaio e il quattordicenne Antonio Sala, figlio del proprietario dell'osteria del Moro, ucciso da una fucilata al cuore"
Non è il resoconto di una battaglia. Era semplicemente il conto delle vittime del maggio 1898, quando avvennero i massacri compiuti dalle truppe agli ordini del generale Bava Baccaris, a Milano. A chi chiedeva pane, a chi chiedeva una vita dignitosa, i soldati italiani risposero a fucilate e colpi di cannone. Cannonate contro una folla inerme. E si tratto solo dell'inizio di una repressione che colpi duramente socialisti ed anarchici. Tale repressione portò Bresci a scaricare la sua rivoltella contro Umberto I, nel 1900, reo d'aver premiato Baccaris, meritevole di una medaglia per aver cannoneggiato una folla inerme.
I nomi di - alcuni - di quei morti vogliamo ricordarli in questo triste aniversario. Che non si parli solo di Umberto il Re. Ma anche del cappellaio Natale, del meccanico Edoardo, dell'imbiancatore Gerardo. Che hanno pagato col sangue la loro unica, semplice richiesta: il pane.

LA QUESTIONE MERIDIONALE IN UN RAPPORTO DELLE "SS"


L'immagine può contenere: 2 persone, persone seduteLA QUESTIONE MERIDIONALE IN UN RAPPORTO DELLE "SS" di Pasquale Peluso

Il rapporto sulla situazione interna dell’Italia fascista prima della guerra fu redatto dal colonnello Likus delle SS, funzionario del ministero degli Esteri alle dirette dipendenze di Ribbentrop, e fu scritto in italiano perché molto probabilmente doveva esser letto da Mussolini in persona (per quanto riguarda le vicende del rapporto e il personaggio di Likus, cfr. “Storia illustrata”, n.270, maggio 1980, pp. 13-14).
Likus, come già detto, aveva un giudizio molto positivo sul popolo meridionale e per caratteristiche antropologiche e culturali lo riteneva del tutto uguale al popolo del resto d’Italia. La differenza però esisteva “nei ceti medi e nei dirigenti, gli unici che abbiano quei difetti che si imputano all’intero popolo (del Sud)”. “I benestanti e i dirigenti – afferma il colonnello – risentono dei costumi lasciati prima dagli angioini, poi dagli spagnoli: mancano di senso sociale e di responsabilità, di cultura e di onestà. Essi sono i maggiori denigratori del loro popolo, che taglieggiano volendo vivere senza far nulla”.
Anche i Borbone, secondo Likus, avrebbero avuto la loro parte di responsabilità nel tollerare le malefatte della classe dirigente meridionale. Ma questo, atteso quanto si è detto, non può esser condiviso per intero. Bisogna aggiungere che già gli Aragonesi avevano combattuto energicamente lo strapotere baronale nel XV secolo; che Carlo III di Borbone aveva contro di esso mobilitato tutte le risorse del dispotismo illuminato; che Ferdinando IV non aveva esitato a incamerare buona parte dei beni ecclesiastici, per creare quella Cassa Sacra che sarebbe servita a riparare le enormi distruzioni causate in Calabria dal terremoto catastrofico del 1783. Con ciò aveva intaccato il potere dei preti, che avevano nella classe dirigente delle Due Sicilie un ruolo rilevante quanto quello baronale. Da considerare anche il disprezzo che Ferdinando II nutriva, con rare eccezioni, verso gli aristocratici del regno. Quando si arrabbiava con loro, si racconta che si esprimesse con un gioco di parole che opponeva alla tracotanza aristocratica la minaccia di farsi giacobino: “Fò tutti baroni”, diceva stizzito. Non poteva poi assolutamente sopportare la genia dei “paglietti”, che erano gli avvocati napoletani, tutti per lui liberali e massoni incalliti, mestatori della peggior risma che si servivano della giurisprudenza non certo al servizio della vera giustizia. In realtà Ferdinando, con tutta la sua buona volontà, non poteva eliminare la tendenza alla sopraffazione e all’intrigo che era comune alla classe dirigente di tutta l’Italia, e non solo.
Likus riconosce ciò che il fascismo aveva fatto per la modernizzazione del Sud: “Dove è sorta un’industria ben guidata sono anche cresciute maestranze intelligenti, capaci, oneste, laboriose e pulite. Il problema quindi è di creare delle gerarchie che non siano locali. Purtroppo il Duce è caduto nell’errore di alimentare l’immissione dei meridionali nella burocrazia. E’ notevole il caso della Sicilia, dove prefetti, magistrati, gerarchie sonno tutti siciliani”. Infine Likus nota amaramente che “attualmente il direttorio del partito è nella maggioranza meridionale”, e ciò ha causato “quelle deficienze che hanno minato l’opera del fascismo”.