venerdì 19 settembre 2014

Non piangete, pregate per me, ed io pregherò per voi nell'altra vita

" Pregherò per te, pei figli, pel paese"
S.M. Ferdinando II Di Borbone RE Delle Due Sicilie

Sua Maestà Ferdinando II Re delle Due Sicilie sul letto di morte nella Reggia di Caserta

  Erano tutti costernati; il duca di Calabria, i principi e le principesse più grandi piangevano, ed era muta dal dolore Maria Sofia, sinceramente affezionata al suocero.

Per mezzo del nunzio e del ministro di Napoli a Roma, fu chiesta per telegrafo la benedizione papale, che giunse poche ore dopo, con affettuose parole di Pio IX.
Monsignor Gallo ebbe l'incarico di preparare il Re a ricevere l'estrema unzione e la benedizione del Papa.
Ferdinando II non si mostrò sorpreso dell'annunzio, anzi volle ordinar egli stesso il necessario per la cerimonia religiosa.
Disse che, oltre al cero rituale, se ne accendessero altri tre: uno della Candelora, uno del Supremo e uno della Santa Casa di Loreto, e ordinò che si portassero in camera due immagini, l'una rappresentante Gesù, che cade sotto la croce e l'altra, l'Addolorata.
Quest'ultima fu tolta dalla stanza, dove gli era morto un figliuoletto, in ricordo del quale Ferdinando II aveva fatto voto di morire, con gli occhi rivolti a quell’immagine.
I due quadri vennero collocati sopra due sedie, dirimpetto al letto.
Durante la messa, che fece celebrare nella sua camera, il meno commosso dei presenti apparve lui, che stringeva in mano una effigie della Immacolata, impressa su drappo di seta.
Ricevuto l'olio santo, volle vedere tutti di sua famiglia anche i piccini e con le lagrime agli occhi li abbracciò e baciò tutti, li benedisse e loro raccomandò di amare la madre, di essere buoni, religiosi e devoti
della Madonna.
Abbracciò, baciò e benedisse Maria Sofia. Faceva grandi sforzi per apparire sereno e rassegnato. Raccogliendo la sua voce, già divenuta fioca, disse :
"Lascio questa bella, cara ed amata famiglia; il Signore in questo momento mi dà la grazia di essere tranquillo e di non soffrire alcun dispiacere, di distaccarmi dalle persone e dalle cose le più amate;
lascio il Regno le grandezze, onori, ricchezze, e non risento dispiacere alcuno.
Ho cercato di compiere, per quanto ho potuto, i doveri di cristiano e di Sovrano.
Mi è stata offerta la corona d'Italia, ma non ho voluto accettarla ; se io l'avessi accettata, ora soffrirei il rimorso di avere leso i diritti dei Sovrani, e specialmente poi i diritti del Sommo Pontefice. Signore vi
ringrazio di avermi illuminato.

Lascio il Regno ed il trono come l'ho ereditato dai miei antenati Il Re avrebbe continuato ma i medici, temendo che la fatica del discorrere potesse accelerarne la fine, insistettero percbè tacesse e
pregarono i principi a uscire dalla camera.
Intorno al letto del malato rimasero i medici, Criscuolo, i marinai e Galizia.
La Regina non aveva requie ; andava e veniva, come fuori di se, e i principe ereditario, che non si mosse, singhiozzava in un angolo.
Nella sera dal 21 al 22, il Re ebbe qualche ora di calma ma, dopo la mezzanotte, peggiorò.
L'abbattimento e la prostrazione delle forze crescevano; i polsi debolissimi, intermittenti e quasi evanescenti, e la respirazione affannosa.
All'alba, la circolazione periferica venne a mancare; cominciarono a raffreddarsi le estremità ; si manifestò un sudore freddo al volto, e la deglutizione divenne difficile.
Però le facoltà intellettuali ed i sensi erano tuttora integri. Udiva persino le parole de' vicini e il suono dell'orologio.
Verso le dieci voltosi al chirurgo Capone, che stava al capezzale, gli disse: "Per questa sera ti tolgo l'incomodo di assistermi. Ti ringrazio delle affettuose cure prodigatemi: tu me le hai fatte non perchè sono Sovrano, ma per opera di carità, ed il Signore ti renda la carità e visto che Capone piangeva, soggiunse:

 " non piangere, prega per me, ed io pregherò per te nell'altra vita „ .
Verso mezzo dì, accennò a voler dormire, ma, dopo trenta minuti, parve che entrasse in agonia. Monsignor Gallo recitava le preci, mentre tutti, inginocchiati intorno al letto, piangevano a singhiozzi.
L'infermo si riebbe ad un tratto, riaprì gli occhi e balbettò : " Perchè piangete ? Io non vi dimenticherò „;
e alla Regina : " Pregherò per te, pei figli, pel paese, pel Papa, pei sudditi amici e nemici e pei peccatori „.
Libro dal quale è stato tratto questo articolo
Poi perde la parola, stese una mano sul crocifisso del confessore, l'altra alla Regina in segno d'addio, reclinò il capo sul lato destro e spirò.
L'orologio segnava l'una e mezza dopo il mezzogiorno.
Era domenica.


Rocco Michele Renna

Maria Cristina Regina delle Due Sicilie, la Reginella Santa

Una regina che predilesse i poveri

 Maria Cristina Regina delle Due Sicilie

Gesù, o buon Gesù, glorificate questa vostra Serva

Cagliari, 14 novembre 1812 - Napoli, 31 gennaio 1836


Maria Cristina di Savoia, figlia del re Vittorio Emanuele I e di Maria Teresa d’Asburgo, ricevette dai pii genitori una solida formazione cristiana. Nel 1832 sposò Ferdinando II, re delle Due Sicilie, e nel duplice stato di moglie e di regina fu modello luminoso di ogni virtù. Vera madre dei poveri, seppe farsi carico delle sofferenze del suo popolo, per la cui promozione ideò ardite opere sociali. Morì ancora giovane, dopo aver dato alla luce il primogenito Francesco, tra l’unanime compianto della famiglia reale e del popolo napoletano. Fu sepolta nella basilica di Santa Chiara in Napoli. Il 6 maggio 1937 papa Pio XI dichiarò eroiche le sue virtù 
  • Una regina che predilesse i poveri Una carrozza transita per le strade sterrate della Napoli dei primi anni Trenta dell’800. A un tratto si blocca e con grazia scende e si inginocchia fino a terra, incurante anche del fango, la regina in persona. Dal finestrino ha visto passare un prete con il Viatico, l’Ostia per gli ammalati, ma in quel gesto immediato di devozione cristiana in Maria Cristina di Savoia non c'è niente di sorprendente. Anche perché, poco tempo prima, andata in sposa al re di Napoli, Ferdinando II, quella stessa regina aveva stabilito, d’accordo col marito, che una parte del denaro per la festa nuziale servisse da dote per 240 spose povere e a riscattare un buon numero di pegni depositati al Monte di Pietà. Nel 1832, appena ventenne e fresca sposa, Maria Cristina è dunque una donna di solida fede cristiana, che ha nutrito con una solida formazione fin dall’infanzia assieme alle sue sorelle. Nel suo cuore, in particolare, il Vangelo produce un’eco spirituale profonda che la porta a desiderare di ritirarsi in clausura. La ragion di Stato la vuole invece sul trono e moglie di un re. Lei accetta ma con il suo atteggiamento improntato ai valori cristiani modella anche l’ambiente di corte che la circonda: come quando fa in modo che per tutti sia possibile nei giorni festivi partecipare alla Messa. La sua giornata, fatti salvi i suoi doveri, è per i poveri. Per meglio dire, sono i poveri il suo “dovere”. Del suo direttore spirituale si dice avesse un baule pieno di ricevute delle persone da lei beneficate. E a lei devono la vita anche tutti quei condannati alla pena di morte che, per intervento di Maria Cristina, videro commutata in grazia l'esecuzione capitale. La vita di Maria Cristina di Savoia si spezza col parto del primogenito, che nasce il 16 gennaio 1836. Il 29, a un passo dall’agonia, prende in braccio il bambino, lo porge al re suo marito e gli dice: “Tu ne risponderai a Dio e al popolo… e quando sarà grande gli dirai che io muoio per lui”. Si spegne il 31 gennaio 1836 tra il dolore di una città che in soli tre anni ha imparato ad amare colei che da quel momento verrà ricordata come la “Regina santa”.
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https://i.ytimg.com/vi/9s0vmeLs73M/hqdefault.jpgDa duecento anni si parla della Venerabile Maria Cristina di Savoia, figlia di Vittorio Emanuele I (1759-1824) e di Maria Teresa d’Asburgo Lorena (1773-1832), perché il suo ricordo è ancora molto vivo, testimonianza  di un profondo legame che esiste fra lei e il popolo del Sud, che fece suo. Ventiquattro anni appena di vita e tre anni di regno sono stati sufficienti per lasciare un’impronta indelebile nella storia: settentrionale per carattere e abitudini, è tuttora venerata come santa nel Mezzogiorno d’Italia. Nacque il 14 novembre 1812 a Cagliari, dove Casa Savoia si trovava in esilio, essendo il Piemonte occupato dalle forze napoleoniche. Subito venne consacrata a Maria Santissima. Adolescente, dopo l’abdicazione del padre Vittorio Emanuele I a favore di Carlo Felice (1765-1831), il soggiorno a Nizza, il trasferimento a Moncalieri (dove il padre morì) e dopo una breve sosta a Modena, si stabilì con la madre e la sorella Maria Anna (1803-1884), che diverrà Imperatrice d’Austria, a Palazzo Tursi nella città di Genova. Tutte e tre nel 1825 decisero di recarsi a Roma per l’apertura dell’Anno Santo: la paterna benevolenza di Papa Leone XIII, la solennità delle sacre funzioni, la visita alle numerose chiese, ai tanti monasteri e alle catacombe fecero accrescere d’intensità la fede di Maria Cristina. Appena ventenne, dopo la morte della madre, lasciò Genova, sola ed affranta, per volere di Re Carlo Alberto (1798-1849), che la invitò a raggiungere Torino. A sorreggerla e confortarla in tanto succedersi di lutti e distacchi, non le rimase che la sua salda e forte fede, così forte che avrebbe desiderato divenire monaca di clausura, ma Carlo Alberto, la Regina Maria Teresa di Toscana (1801-1855) e l’entourage di Corte cercarono di dissuaderla, ricordandole le ragioni di Stato. Infine, il suo direttore spirituale, l’olivetano Giovan Battista Terzi, fece cadere ogni sua resistenza. Scriverà: «Ancora non capisco come io abbia potuto finire, col mio carattere, per cambiare parere e dire di sì; la cosa non si spiega altrimenti che col riconoscervi proprio la volontà di Dio, a cui niente è impossibile». Il 21 novembre 1832 nel Santuario di Nostra Signora dell’Acquasanta, presso Veltri, venne celebrato il matrimonio con Ferdinando II delle Due Sicilie (1810-1859). La Regina decise, in accordo con il Re, che una parte del denaro destinato ai festeggiamenti per le loro nozze fosse utilizzato per donare una dote a 240 spose e per riscattare un buon numero di pegni depositati al Monte di Pietà. Il suo credo cattolico non fu un sentimento, ma un fatto di vita: ogni giorno assistette alla Santa Messa; non giunse mai al tramonto senza aver recitato il Rosario; suoi libri quotidiani furono la Bibbia e l’Imitazione di Cristo; partecipò intensamente agli esercizi spirituali; fermò la carrozza, ogni qual volta incontrasse il Santo Viatico per via e si inginocchiò anche quando vi fosse fango… in cappella tenne lungamente lo sguardo sul Tabernacolo per meglio concentrarsi su Colui ch’era padrone del suo cuore. Affidò la protezione della sua esistenza  a Maria Santissima e donò il suo abito da sposa al Santuario di Santa Maria delle Grazie a Toledo, dove tuttora si conserva con venerazione. Non si occupò del governo dello Stato, ma fu assai benefica la sua influenza sul marito, che con coraggio si oppose alle idee risorgimentali e liberali. «Cristina mi ha educato», soleva dire Ferdinando II, avvezzo all’uso di espressioni talvolta indecenti, ed ella divenne la sua preziosa consigliera, trasformandosi nel suo «Angelo», come egli stesso la chiamava. Benedetto Croce riferisce che Maria Cristina ottenne per molti condannati a morte la grazia e fra questi persino Cesare Rosaròll (1809-1849), il quale cospirò per uccidere Ferdinando II. Fu donna di intelligenza non comune, colta ed esperta in discipline come la fisica e la classificazione delle pietre preziose. Le eccezionali esperienze mistiche e di estasi arricchirono il suo profondo cammino spirituale. Inoltre la sua umiltà e la sua carità erano immense e conquistarono i napoletani: inviava denaro e biancheria, dava ricovero agli ammalati, un tetto ai diseredati, assegni di mantenimento a giovani in pericolo morale, sosteneva economicamente gli istituti religiosi e i laboratori professionali, togliendo dalla strada gli accattoni. L’opera più grande legata al suo nome fu la «Colonia di San Leucio», con una legislazione ed uno statuto propri, dove le famiglie avevano casa, lavoro, una chiesa ed una scuola obbligatoria. L’attività produttiva era basata sulla lavorazione della seta che veniva esportata in tutta Europa. Il 16 gennaio 1836 nacque Francesco II, l’ultimo Re di Napoli, che verrà detronizzato dalla nefasta e massonica impresa garibaldina. Ma il parto condusse alla morte la giovane Maria Cristina, morte che lei stessa aveva predetto e che accolse con rassegnazione, nella gioia di dare al mondo una nuova creatura di Dio. Era il 31 gennaio e le campane suonarono il mezzogiorno. Maria Cristina, con in braccio il tanto atteso Francesco, giunto dopo tre anni di matrimonio, lo porse al sovrano, affermando: «Tu ne risponderai a Dio e al popolo… e quando sarà grande gli dirai che io muoio per lui». Rivestita del manto regale, adagiata nell’urna ricoperta di un cristallo, venne trasportata nella Sala d’Erede per l’esposizione al pubblico. Per tre giorni il popolo sfilò in mesto pellegrinaggio per rivedere per l’ultima volta la «Reginella Santa», come ormai tutti la chiamavano. La salma venne tumulata nella Basilica di Santa Chiara (la stessa che accoglie le spoglie anche di Salvo d’Acquisto), dove si trova tuttora. Subito si verificarono fatti prodigiosi grazie alla sua intercessione. Pio IX nel 1859 firmò il decreto di introduzione della sua causa di beatificazione. Nel 1958 l’autorità ecclesiastica dispose una ricognizione del corpo della Venerabile e, nonostante i danni provocati dal tempo, dall’umidità e dall’incuria, esso risultò intatto.
Autore: Cristina Siccardi
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Ancora una appartenente alla Casa di Savoia è testimone con la sua vita, della religiosità che ha contraddistinto la Casa reale nei secoli, tanto è vero che vi è un buon numero di beati, venerabili e servi di Dio a far da corona di santità a questo antico casato ma che si perde nella dannazione con Vittorio Emanuele II e la sua progenie del quale ricordiamo che lo stesso Vittorio Emanuele II era cugino della Reginella Santa. Fra questi annoveriamo la venerabile Maria Cristina, regina del Regno delle due Sicilie, nata a Cagliari il 14 novembre 1812, mentre i genitori Vittorio Emanuele I di Savoia e Maria Teresa d’Asburgo d’Austria, erano in esilio. Fu subito consacrata alla Madonna dalla regina sua madre, consacrazione che fu poi rinnovata da Maria Cristina stessa, appena fu in grado d’intendere e volere. Nel 1815 le quattro principesse Maria Beatrice, le gemelle Marianna e Maria Teresa e Maria Cristina, insieme alla loro madre raggiunsero Torino, dove il re un anno prima aveva fatto ritorno, essendo mutate le condizioni politiche. Le principesse e soprattutto Maria Cristina, crescevano a corte come se fossero in un ambiente oratoriano, guidate dalla regina e dal padre confessore l’olivetano Giovan Battista Terzi. Crebbe nella sua fanciullezza formandosi ad una cultura consona ad una principessa e ad una spiritualità profonda; quando ebbe nove anni, il re Vittorio Emanuele I, dovette rinunziare al trono e dopo un periodo d’esilio a Nizza si stabilì a Moncalieri con tutta la famiglia e qui morì dopo tre anni nel 1824. Nei due anni successivi partecipò insieme alla madre ed alla sorella Marianna ai riti del Giubileo del 1825 andando a Roma, al ritorno si stabilì a Genova, riducendo le sue attività alla formazione e alla conduzione della casa, intanto a 20 anni le morì anche la madre e suo unico conforto rimase padre Terzi. Ritornò a Torino per disposizione del re Carlo Alberto, dove però le incomprensioni in cui si venne a trovare a corte la fecero molto soffrire, qui sorse in lei il desiderio di diventare suora di clausura; ma il suo direttore spirituale la dissuase, essendo al corrente dei piani di Carlo Alberto che l’aveva destinata come sposa al re di Napoli Ferdinando II, al che lei accettò la richiesta di matrimonio come volontà di Dio. Il rito religioso avvenne a Genova il 21 novembre 1832, nel santuario di Maria SS. dell’Acqua Santa. Il 26 novembre, gli sposi s’imbarcarono per Napoli, dove giunsero il giorno 30; sotto una pioggia torrenziale furono accolti da una folla festante ed in preda ad un entusiasmo che ha sempre contraddistinto l’espansività dei napoletani. Iniziò il suo regno accanto al ventiduenne Ferdinando, che già regnava da tre anni; a corte leggeva ogni giorno la Bibbia e l’Imitazione di Cristo e la sua religiosità fu ben presto conosciuta nel palazzo e dal popolo; quando in carrozza, incontrava un sacerdote con il Viatico per qualche ammalato, fermava la carrozza, scendeva e si inginocchiava a terra anche nel fango delle strade di allora; fece in modo che a tutti a corte, fosse possibile partecipare alla s. Messa nei giorni festivi. La carità verso i bisognosi, l’occupò in pieno, si dice che il Terzi avesse presso di sé un baule pieno di ricevute di chi aveva avuto un beneficio. Provvide d’accordo con il re, che una parte del denaro destinato ai festeggiamenti per il loro matrimonio, venisse usato per dare una dote a 240 giovani spose e al riscatto di un buon numero di pegni depositati al Monte di Pietà. Dopo tre anni di sposa, la mancanza di un figlio che non veniva, faceva molto soffrire Maria Cristina, che pregava incessantemente per ciò e finalmente nel 1835, avvertì in sé il sorgere di una gravidanza; passò gli ultimi mesi nella reggia di Portici per stare più calma, ma già presagiva qualcosa, perché all’avvicinarsi del parto, scriveva alla sorella, duchessa di Lucca: “Questa vecchia va a Napoli per partorire e morire”, purtroppo era vero, infatti l’erede al trono nacque il 16 gennaio e già il 29 Maria Cristina era morente per complicazioni sopravvenute; prendendo in braccio il tanto atteso piccolo Francesco e porgendolo al re suo marito, disse: “ Tu ne risponderai a Dio e al popolo… e quando sarà grande gli dirai che io muoio per lui”. Il 31 gennaio 1836 in piena comunione con Dio, si addormentò per sempre fra la costernazione generale. Aveva poco più di 23 anni ed era stata regina per appena tre anni; i solenni funerali furono celebrati l’8 febbraio e il giorno seguente il suo corpo fu tumulato nella Basilica di s. Chiara, dove è tuttora. Dopo la sua morte la fama di santità, che già godette in vita, si accrebbe e il popolo accorreva a pregare presso la tomba della ‘Regina santa’ e fatti prodigiosi si avverarono per sua intercessione. Pio IX nel 1859, firmò il decreto d’introduzione della causa di beatificazione, dandole il titolo di venerabile. La pratica andò avanti nei vari stadi con le relative approvazioni canoniche, anche per l’interessamento del re Francesco II “il figlio della santa”; il 6 maggio 1937, Pio XI dichiarò eroiche le sue virtù. PREGHIERA O Dio, che hai posto nei tuoi santi una grande luce e un provvido sostegno per il tuo popolo in cammino, ascolta con bontà la nostra preghiera, e glorifica la sua Serva la Ven. Maria Cristina di Savoia, nella cui vita di sposa e di regina ci hai offerto un modello fulgido di carità sapiente e coraggiosa, e concedi a noi, per sua intercessione, la grazia ..... che da te, con fiducia, invochiamo. Per Cristo nostro Signore. Amen. oppure: O beata Trinità che sebbene felice in voi stessa, pure trovaste le vostre compiacenze nel cuore di Maria Cristina di Savoia, deh! ascoltate le nostre povere preghiere. Questa vostra serva fedele in mezzo ai fastigi della corte vi servì costantemente in profonda umiltà, in ardente carità, in pietà fervorosa, da rendersi modello di perfezione alla Corte e al popolo. Fiduciosi della divina parola, che Voi avreste onorato che vi avrebbe glorificato, noi vi chiediamo di elevare al culto degli Altari la vostra serva fedele Maria Cristina che vivente altro cercò, altro non volle se non il vostro onore e la vostra gloria. Per questi altissimi meriti concedeteci la grazia che ardentemente vi domandiamo... tornerà a vostra gloria e contribuirà all’esaltazione della vostra diletta serva Maria Cristina di Savoia. Per maggiori informazioni e relazioni di grazie rivolgersi al: Monastero di Santa Chiara Via Santa Chiara 49/c - 80134 Napoli
Autore: Antonio Borrelli
  •  Il MIracolo riconosciuto,Il nuovo Postulatore presentò la documentazione rinvenuta alla Congregazione delle Cause dei Santi per verificarne la validità giuridica. Si trattava dei processi svoltisi nella Curia ecclesiastica di Genova negli anni 1872-1888 e riguardanti l’asserita guarigione miracolosa della sig.na Maria Vallarino da scirro (cancro) alla mammella destra, avvenuta a Genova.
Miracolo riconosciuto
Nel mese di giugno 1866 la donna aveva notato una tumefazione alla mammella destra. Consigliata dalla sua datrice di lavoro, la Marchesa Antonia Carrega, fece ricorso alle cure di due illustri clinici di Genova i quali, dopo averla visitata attentamente e aver scrutato per circa due mesi l’evolversi del male, posero la diagnosi di tumore maligno scirroso al secondo stadio alla mammella destra, e tumore incipiente anche alla mammella sinistra, con prognosi infausta quoad vitam. Rifiutata l’estirpazione del male, unico rimedio, peraltro non risolutivo, Maria Vallarino fece ricorso alla preghiera. Ottenuta una piccolo frammento di tessuto appartenuto alla Venerabile Maria Cristina di Savoia, ne ingerì una parte con fede, accompagnando il gesto con l’invocazione: “Gesù, o buon Gesù, glorificate questa vostra Serva”. Subito avvertì che il male andava regredendo. Il medico curante dopo circa una settimana poté constatare la perfetta guarigione.Maria Vallarino visse per ben 39 anni senza alcuna recidiva, come poterono rilevare ben sei medici che la visitarono nel corso  del processo. Stampata la Positio, la guarigione fu esaminata dai Medici nella Consulta del 29 ottobre 2009, dai Teologi nel Congresso del 26 maggio 2012 e infine dai Padri Cardinali e Vescovi il 9 aprile 2013. Dopo l’approvazione del Decreto sul miracolo, il 2 maggio 2013, la Segreteria di Stato notificava all’Arcivescovo Metropolita di Napoli la data del rito di beatificazione, il 25 gennaio 2014 in prossimità del giorno commemorativo della morte della beata, il 31 gennaio.

Reginella Santa Confido in te

Rocco michele Renna

Il più grave disastro ferroviario italiano

Treno 8017. Il più grave disastro ferroviario italiano


è giusto che se ne parli, perchè il popolo duo siciliano non deve piu sopportare questi silenzi e mi accingo a pubblicare l'intervista all'avvocato Gianluca Barneschi, Balvano 1944 Un disastro ignorato

Il 3 marzo del 1944 in provincia di Potenza, nel comune di Balvano, più di 600 persone morirono in quello che può essere considerato il più grave incidente della storia della ferrovia.
La cosa più sorprendente è che questo incidente, dopo sessanta anni, è pressoché sconosciuto alla moltitudine delle persone e anche agli organi di stampa.
Uno dei motivi della mia indagine, uno dei fattori che più mi ha indotto in questa indagine decennale sul disastro del treno 8017, in Balvano, è stato quello di scoprire non solo perché questo incredibile incidente ferroviario avvenne, ma anche, e soprattutto, perché nel corso degli anni e dei decenni si calò sull'incidente stesso un incredibile e sorprendente oblio.
Era l'anno 1944, forse il peggior anno della storia dell'Italia post-unitaria. In effetti nel 1944 non esisteva neanche l'Italia: esistevano due nazioni nelle quali, dietro governi formalmente italiani, in realtà agivano e comandavano eserciti e nazioni straniere.
Nell'Italia meridionale c'era il regno del sud di Vittorio Emanuele III e del suo capo di governo Pietro Badoglio, che tentavano di continuare, di dare una continuità istituzionale al Regno d'Italia dopo la fuga del 9 settembre a Brindisi. Nell'Italia centro-settentrionale invece c'era la Repubblica Sociale di Benito Mussolini, alleata con i nazisti di Hitler.
Nell'Italia meridionale, nonostante il passaggio del fronte bellico, la situazione era gravissima, soprattutto quella alimentare. Così, dai primi mesi del 1943, dalla zona del napoletano e anche dalla provincia di Salerno, persone con ogni mezzo di trasporto, preferibilmente assaltando i treni, anche quelli merci, si recavano negli agri della Calabria, della Basilicata e della Puglia, in cerca di generi alimentari.
Con l'arrivo degli Alleati questa specie di commercio, questa specie di baratto di sussistenza, in realtà ebbe una grossa evoluzione perché nella zona di Napoli era facile approvvigionarsi, in maniera anche illecita, di materiali di ogni genere che poi venivano barattati appunto con i generi alimentari della zona della Basilicata, della Puglia e della Calabria.

Questo è il motivo per cui centinaia di persone partirono dalla stazione di Napoli con un treno merci nonostante il controllo delle forze dell'ordine. Il treno merci si mosse dalla stazione di Napoli nelle prime ore del pomeriggio del 2 marzo 1944 e, nel corso del suo viaggio verso la Basilicata, incrementò la sua composizione, ma soprattutto incrementò il numero dei suoi passeggeri.
Centinaia e centinaia di persone erano sul treno 8017 nonostante fosse un treno merci, composto prevalentemente da carri scoperti. Queste persone, uomini, donne ma anche bambini, adolescenti e ragazze, viaggiavano allocati in ogni luogo possibile, anche sui predellini dei carri e sul tetto dei carri merci coperti.
Ci fu l'intervento della polizia militare alleata, molto violento, a base di colpi di sfollagente e anche di colpi di mitra alla stazione di Battipaglia, ma ciò non impedì che, pochi minuti dopo la mezzanotte del 3 marzo 1944, il treno 8017 entrasse in stazione a Balvano, carico di più di 600 persone.
Il treno era partito da Napoli in trazione elettrica ma a Salerno era avvenuto un mutamento decisivo, in quanto la linea non elettrificata necessitava della trazione a vapore. E qui si concretizzò un elemento decisivo per la costituzione della tragedia perché, per motivi mai spiegati, vennero utilizzate non una ma due locomotive a vapore e, del tutto incongruamente, queste due locomotive a vapore vennero posizionate ambedue in testa al treno 8017.

Nonostante il treno stesso fosse molto lungo e la linea molto tortuosa e in salita, e nonostante il fatto che, non solo le prescrizioni della regolamentazione ferroviaria, ma la logica e il buon senso imponessero, in quelle condizioni, di utilizzare la cosiddetta "trazione simmetrica" con una macchia a vapore in testa e l'altra in coda.
Cinquanta minuti dopo la mezzanotte del 3 marzo 1944 il treno 8017 si mosse dalla stazione di Balvano: era composto di 45 carri e, appunto, di due locomotive in testa. La successiva stazione di Bella-Muro si trovava a meno di otto chilometri da quella di Balvano, e il treno 8017 avrebbe dovuto impiegare un tempo oscillante tra i venti minuti e gli ottanta minuti per raggiungere la stazione di Bella-Muro.
Il treno 8017 non giunse mai alla stazione di Bella-Muro. Infatti, dopo aver imboccato la galleria delle armi, una galleria di circa due chilometri, la più lunga del tratto ferroviario tra Battipaglia e Potenza, inspiegabilmente il treno perse velocità e si immobilizzò all'incirca cinquecento metri all'interno della galleria.
A questo punto le testimonianze inevitabilmente diventano contrastanti e contraddittorie, anche perché soltanto il fuochista della macchina di testa sopravvisse tra tutto il personale di macchina.
In ogni caso pare che il treno tentò di riavviarsi, prima in una direzione e poi nell'altra, e che fatalmente si fermò, bloccandosi praticamente tutto all'interno della galleria delle armi con soltanto due carri e mezzo fuori dal portale sud della galleria.

E qui evidentemente emerge un aspetto decisivo della tragedia: poiché la linea in quel punto era in salita, evidentemente qualcuno del personale di bordo frenò il treno, anche perché altrimenti il treno stesso sarebbe scivolato per gravità.
Seicento persone rimasero inerti mentre le due locomotive continuarono a eruttare gas venefici dalle loro ciminiere. Il destino di questo oltre seicento persone era inevitabilmente segnato.
Ma cosa accadde dunque, dopo che il treno 8017 si fermò improvvisamente all'interno della galleria delle armi?
Finalmente, dopo più di sessanta anni possiamo ricostruire tutti gli eventi. Questo grazie agli atti della segretissima indagine della commissione alleata, commissione che venne costituita immediatamente dopo l'incidente e che svolse delle approfondite indagini, ascoltando anche molti testimoni oculari dell'incidente.

Gli atti di questa inchiesta fino a poco tempo fa erano appunto segretissimi, e solo dopo la loro desecretazione è stato possibile consultarli, e chi vi parla per la prima volta ha potuto analizzarli e acquisirli.
Una cosa emerge in maniera molto chiara dalla lettura di questi atti e da una analisi incrociata di tutti gli eventi e di tutti i documenti: le responsabilità di quanto accadde al treno 8017 il 3 marzo 1944 sono molto chiare, però è altrettanto chiaro che nonostante queste responsabilità fossero evidenti non ci fu alcuna volontà di perseguire i reali responsabili di questo disastro.
Eppure qualche colpevole c'era: basti pensare che i primi soccorsi arrivarono ben quattro ore dopo l'arresto del treno 8017 all'interno della galleria delle armi.
Ma anche gli italiani, anche gli organi italiani svolsero delle indagini. Il verbale della riunione del consiglio dei ministri del 7 marzo 1944 è emblematico, e spiega anche per quale motivo poi, nel corso dei decenni successivi, sulla tragedia di Balvano calò l'oblio.
Infatti il verbale del governo Badoglio non trova meglio che definire le povere vittime del treno 8017 come viaggiatori di frodo.
Ma neanche questo è vero perché, proprio dagli atti dell'inchiesta americana, emerge che costoro non erano viaggiatori di frodo, nonostante si trovassero a viaggiare in maniera incredibile su un treno merci, perché proprio da questi verbali emerge che il personale ferroviario aveva chiesto e preteso il pagamento di biglietti per il viaggio.
Effettivamente la strage di Balvano può essere considerata la prima della lunga, purtroppo, serie di stragi post-belliche rimaste impunite: più di seicento persone morirono e, a quanto pare, non si trovò un responsabile per tutto questo.
L'inchiesta del procuratore del Re di Potenza identificò quale unico responsabile il carbone fornito dagli alleati: evidentemente non era così.
Però ci fu ancora una volta chi, nonostante l'inerzia delle istituzioni, non si dette per vinto. I parenti di alcune delle vittime attivarono contenzioni civili presso il tribunale di Napoli e, dopo una vicenda ultraventennale in cui non mancarono ancora una volta episodi sconcertanti, ricevettero un indennizzo assai modesto.
Questa vicenda, con tutti i suoi particolari, è narrata nel mio libro di prossima pubblicazione, nel marzo 2005, per l'editore Mursia. Il titolo del libro sarà "Balvano 1944. I segreti di un disastro ferroviario ignorato". "avvocato Gianluca Barneschi"

Balvano 1944: the silence surrounding a massacre Luigi Maiello https://www.youtube.com/watch?v=wUScStAcjNs


Grazie
Rocco Michele Renna

giovedì 18 settembre 2014

In memoria del piccolo Davide



Mala sanità, al sud si muore

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Il 14 /09/2014 si è seppellito un grazioso angioletto di 18 mesi, Davide Capone,  che ha avuto la sfortuna di ammalarsi e di essere portato presso il nuovo ospedale della Murgia, frettolosamente rinominato  “ospedale Fabio Perinei” prima e dopo le lamentele, “ospedale della Murgia Fabio Perinei”. Fatto sta che quest’ospedale nato nell’idea di più di venti anni fa come un polo iper tecnologico per l’assistenza e la cura degli ammalati, è diventato prima un bancomat per le aziende di costruzione e per qualche famigerato personaggio occulto della politica, facendo in modo che per un cavillo o per un altro si bloccasse la costruzione ritardandone, di fatto, il completamento e quindi si doveva procedere all’adeguamento dei reparti. Cosa che si è ripetuta molto spesso, ciliegina sulla torta la diatriba sul nome da affidargli, cambiato quasi una volta il giorno. chissà che l’ultimo nome dato non gli porti sfortuna e con sé chi si ricovera?
Fatto sta che quest’ospedale è nato sotto una cattiva stella, con reparti vuoti e settori vitali mancanti, personale ridottissimo in tutti gli ambienti, mi sono recato per una richiesta personale e, dopo aver superato la selva dei malcapitati astanti, mi sono trovato di fronte ad una guardiola vuota perché l’addetto era inesistente e mi sono dovuto arrangiare chiedendo qua e la... brutto segno!
Che cosa è accaduto al piccolo angioletto Davide Capone? Sommariamente vi scrivo che, il piccolo è stato portato in pronto soccorso perché stava male e gli hanno diagnosticato solo un malessere da poco (non voglio tediarvi con l’anamnesi clinica) e dimesso poco dopo. Il piccolo mostrava segni inequivocabili di un’emorragia interna e i medici non se ne sono accorti in tempo tant’è che il piccolo è deceduto fra lo strazio di tutti i parenti e non solo e non è il primo caso, poco tempo fa un altro ancora.

A questo punto qualcosa non va nella sanità italiana o nella sanità del sud Italia? Dove 153 anni fa avevamo un medico ogni due abitanti, gratis e senza ticket e i padri della pediatria moderna erano proprio i Borbone. Tanto disprezzati dalla storiologia di regime che infama un passato glorioso, perché non sa come giustificare un’invasione a scopo di stupro e saccheggio di un popolo ricco, fiero e lavoratore e dove vigeva la meritocrazia e non la partitocrazia, dove i colpevoli erano puniti. Non dove (oggi) sono fatti sparire nei meandri della burocrazia per farli dimenticare e passare inosservati perché, probabilmente, protetti dall’alto.
Oggi un’altra madre ha pianto il suo bambino per l’incompetenza di chi doveva proteggerlo e curarlo, e domani a chi toccherà?


I Volontari Della ASSOCIAZIONE NAZIONALE DELLA POLIZIA DI STATO "ANPS" 

Della sezione di Matera e con il distaccamento di Gravina In Puglia 

Hanno voluto esprimere il loro cordoglio e il loro rammarico per quanto accaduto presso il nosocomio murgiano partecipando alla fiaccolata in onore di Davide. Sperando che tutto ciò non accada ancora e che non si debba piangere un congiunto per colpa della superficialità o dell’ignoranza in merito di chi credi ti possa aiutare in quel momento





Rocco Michele Renna



Attualità

La morte di Davide, nonna Caterina: «Ce l’hanno ammazzato, vogliamo giustizia»

scritto da Pasquale Amoruso
Bari
La morte di Davide, nonna Caterina: «Ce l’hanno ammazzato, vogliamo giustizia»
«Ce l’hanno ammazzato, vogliamo che la magistratura faccia giustizia e non ci arrenderemo fino a quando non sapremo la verità sulla morte del nostro Davide».  In lacrime Caterina Bosco, nonna di Davide Capone, il bambino di 18 mesi morto all’ospedale Giovanni XXIII, racconta la sua verità a Barbara D’Urso in un’intervista a Pomeriggio 5
Nonna Caterina è un fiume in piena e si scaglia contro l’ospedale della Murgia: «È un ospedale aperto dalla politica senza che ci fossero le condizioni necessarie per il suo pieno funzionamento. I medici che hanno sbagliato non sono degni di indossare il camice bianco. Ci vuole soprattutto umiltà. Non hanno trasferito Davide prima di lunedì sera per non perdere la faccia».
Ascoltate queste dichiarazioni, abbiamo parlato anche noi con la signora Caterina, che ci ha raccontato la sua versione dei fatti che hanno portato alla morte del nipote.
«È morto in camera tra le braccia di suo padre, mentre erano da soli - dichiara la nonna –  Il bambino era fortemente anemico dopo sei giorni che espelleva sangue. Gli stavano facendo una trasfusione. A un certo punto Davide ha digrignato i denti e, stretto gli occhi e poi il suo corpo si è afflosciato. Mio genero ce l’aveva in braccio. Ha suonato il campanello per chiamare un infermiere o un medico, ma era il cambio del turno e non c’era nessuno. Dopo quasi 20 minuti è arrivato un medico che ha tentato di rianimarlo, ma ormai non c’era più niente da fare»
Davide era stato trasferito al Giovanni XXIII lunedì sera, dopo una degenza di tre giorni all’ospedale di Altamura, dove gli era stata diagnosticata una gastroenterite virale, diagnosi convertita in sindrome muco emorragica a seguito di un eco-addome praticatogli solo nel pomeriggio di lunedì, dopo che la pancia del bimbo si era gonfiata e indurita.
Per i genitori del piccolo questo è il secondo lutto. La sorellina di Davide è morta sei anni fa all’età di quattro anni.

 http://bari.ilquotidianoitaliano.it/attualita/2014/09/news/la-morte-di-davide-nonna-caterina-ce-lhanno-ammazzato-vogliamo-giustizia-53199.html/