giovedì 24 settembre 2015

Calunnia e diffamazione il grande male dei Gravinesi

Domanda complessa, alla quale oggi vorrei provare a rispondere, almeno in parte.
Prima, però, vi ricordo la definizione di calunnia , e cioè un’accusa rivolta a un assente, all’insaputa dell’accusato, e accreditata da una sola parte, senza contraddittorio.

per la legge italiana:
Ingiuria, diffamazione, calunnia
Commette il reato di ingiuria (art. 594 c.p.) chi offende l'onore o il decoro di una persona presente, ed è punito con la reclusione fino a sei mesi o con la multa fino a € 516,46.
Commette invece il reato di diffamazione (art. 595 c.p.) chi offende l'altrui reputazione in assenza della persona offesa. In questo caso la pena è della reclusione fino ad un anno e della multa fino a € 1032,91.

Dall'ingiuria e dalla diffamazione deve distinguersi il reato di calunnia (art. 368 c.p.) che si ha quando taluno, con denunzia, querela, richiesta o istanza, anche se anonima o sotto falso nome, diretta all'Autorità giudiziaria o ad altra Autorità che abbia l'obbligo di riferire all'Autorità giudiziaria, incolpa di un reato una persona che egli sa essere innocente, oppure simula a carico di una persona le tracce di un reato. Per il reato di calunnia la pena è della reclusione da due a sei anni, salvo i casi di aggravante. La giurisprudenza ha chiarito che non è necessario che sia iniziato un procedimento penale a carico della persona offesa dal reato, essendo sufficiente la mera potenzialità che un tale procedimento si avvii.

Sentiamo come il caro, vecchio Plutarco raccomanda di trattare la calunnia.

Quando sentiamo un avversario rivolgerci un’accusa fondata, dobbiamo cercare di rimuovere ciò che l’ha provocata, come faremmo per una macchia che ci venisse mostrata sul vestito.
Se però ci accusa di qualcosa che non ci riguarda, dobbiamo comunque cercare di capire la ragione per cui quella calunnia è sorta, stare attenti e preoccuparci di non cadere inavvertitamente in un comportamento affine o collegato a quello che ci è stato rinfacciato.
Crasso subì l’accusa di avere una relazione intima con una delle sacerdotesse, poiché voleva acquistare da lei un bel terreno e per questo l’aveva incontrata spesso in privato e si era preso cura di lei.


La tendenza a ridere con troppa facilità e a conversare in termini audaci con gli uomini attirò su Postumia calunnie tali che venne processata per immoralità; fu giudicata estranea all’accusa, ma nel proscioglierla il pontefice massimo Spurio Minucio la esortò a non avvalersi in futuro di un linguaggio sconveniente.
Se dunque si dice di noi una cosa non vera, non dobbiamo disinteressarcene e sottovalutare la calunnia in quanto falsa, ma cercare di capire che cosa nei nostri discorsi, nelle nostre azioni, nei nostri interessi o nelle nostre frequentazioni abbia somiglianza con essa.
Saggiamente, Plutarco ci esorta a concentrarsi su noi stessi e riflettere sui comportamenti che possiamo evitare o rivedere: come non essere d’accordo?
Guai, tuttavia, a non riflettere sulle ragioni che spingono le persone a tenere un atteggiamento ostile: concentrarsi solo su di sé significa affrontare solo una parte della questione, rinunciando alla possibilità di entrare in possesso di informazioni che ci permettono di prendere contromisure adeguate; e, magari, di prevenire un attacco ancora più pericoloso.
Lo so, quando siamo sotto attacco (e la calunnia è pericolosa, perché può minare la raputazione e/o la credibilità sociale della persona ) la lucidità viene meno e il pensiero si concentra prevalentemente sul come ridurre i danni: esattamente ciò che il nostro avversario desidera.

Come uscirne?
Meglio usare lo stratagemma della collina.
Immagino di salire verso la cima lentamente, camminando all’indietro, acquisendo passo dopo passo una visione sempre più ampia dell’intera vicenda a al tempo stesso prendendo distanza da essa.
E quando sono sulla vetta la visione è completamente diversa.
ma se insite allora mi rivolgo alla giustizia italiana

domenica 20 settembre 2015

Il Meglio del Sud A Gravina In Puglia

Dopo 2 anni circa il Movimento Duosiciliano e Lino Patruno tornano a Gravina in Puglia.
era il 18 maggio del 2013 quando l'editorialista della Gazzetta del Mezzogiorno Lino Patruno viene a Gravina, grazie anche a Michele Ladisa e Franco Romano che mi dettero l'idea e soprattutto un enorme aiuto.

Era la prima volta per me, non ero ancora un membro del Movimento ma già in me stava nascendo l'idea di non essere più un cane sciolto e soprattutto l'amicizia con il caro amico fraterno Michele Ladisa si stava affermando sempre più, un grosso ringraziamento va soprattutto al figlio di Michele, Francesco Ladisa .
 Il caro Ciccio, il quale fu il primo a venirmi a trovare nel mio negozio aperto da poco e mi parlò di Patruno. Qualcuno direbbe che fu amicizia a prima vista ma quel ragazzo aveva dentro di se la scintilla della libertà e l'amore per la sua terra, anche se un po nervosetto ma con il lavoro che faceva era un classico per lui, come facevi a dirgli di no?
 Il negozio identitario non è andato a buon fine ma l'amicizia con Michele è diventata fratellanza vera e alla fine creammo il movimento Duosiciliano sulle ceneri di un altro movimento preesistente. Abbiamo creato un movimento di fratelli e sorelle Briganti che lottano per la propria patria, in ogni piazza e in ogni momento della loro vita, ed oggi dopo varie tappe, ritorniamo a Gravina.
oggi come allora presentiamo l'ultima fatica di Lino Patruno e con Valentino Romano , storico e scrittore, assieme a tutta la platea discuteremo della "Terra Nostra, ieri , oggi e domani".
Maria Arcangela Cassese
Ci saranno mostre di quadri e oggettistica, con le musiche dei Brigantincanto e soprattutto con una rappresentanza dei ragazzi dell'Istituto Inganamorte di Gravina che introdurranno ogni parte del convegno con monologhi sul brigantaggio con l'assistenza del Professor Andrea Cicolecchia e soprattutto con la vera protagonista autrice dei monologhi e conduttrice della serata, la Prof.ssa Maria Arcangela Cassese, novella Brigantessa ad Honorem assieme al Prof. Cicolecchia, mai nomina fu più meritata.
Il tutto si svolgerà nella suggestiva cornice del museo Pomarici-Santomasi appartenente alla relativa Fondazione. Vi Parteciperanno e soprattutto interverranno sia Il Sindaco di Gravina Dott. Alesio Valente, che il presidente della Fondazione Dott. Francesco Burdo.
Insomma non vi annoierete certamente e lo spirito degli antichi Briganti vi avvolgerà e vi coinvolgerà facendovi anche capire da che parte sta la verità
Siete tutti invitati il 26 settembre 2015 nella saletta del Museo Pomarici-Santomasi, via del museo 15 alle 17,30, la mostra di quadri si svolgerà anche all'interno del portone del museo stesso
Rocco Michele Renna


Due anni fa

sabato 12 settembre 2015

PER UN PUGNO DI 80 EURO! di A. Moliterni

Antonio Moliterni

PREMESSA: per quanto riguarda la politica, attualmente il mio orientamento politico è rivolto verso l’ateismo totale. Li odio tutti! E la colpa non è mia se ce li ho tutti sui maroni, ma la loro e dovrebbero fare ammenda e chiedersi il perché. Perché la gente smette di andare a votare, perché stanno sul cazzo a tutti. il senso di ribrezzo che mi assale ogni qual volta l’immagine di un politico o presunto tale appare in televisione, è tale da suscitarmi nausea e vomito..

Detto questo, credo adesso possiate leggere quest’articolo, evitando sterili e insulsi commenti.

Grazie.


 L’Istat rivede al rialzo le stime sulla crescita dell’Italia. Di più: vede rosa fino al 2017 grazie a un recupero del reddito disponibile, un calo della disoccupazione e – a ruota – una crescita della domanda interna destinata a sostenere consumi e PIL. L’Istituto di statistica ha messo tutto nero su bianco nelle “Prospettiva per l’economia italiana nel 2015-2017” che si aprono con una revisione del PIL per l’anno in corso: la crescita reale attesa passa dallo 0,5% stimato a novembre allo 0,7%. Un trend che sarà confermato anche dal prossimo biennio: l’economia crescerà dell’1,2% l’anno prossimo e dell’1,3% nel 2017.

Fonte: La Repubblica.it

Insomma, leggendo queste incoraggianti stime statistiche, sembrerebbe davvero che ce l’abbiamo fatta, che possiamo stappare lo champagne che, quindi, stiamo uscendo dalla crisi e che, come dice Renzi, siamo in ripresa economica e le famiglie possono tirare un sospiro di sollievo.

Mi scoccia smontare certi castelli di sabbia, ma a costo di sembrare rompi, metto subito in chiaro che: MA ANCHE NO!

Sì, è vero che le stime provengono dall’ISTAT (per chi avesse vissuto sulla luna negli ultimi decenni, l’ISTAT è l’Istituto Nazionale di Statistica), una fonte quantomeno attendibile per ciò che concerne le previsioni in ambito statistico a 360 gradi (quindi, non solo a livello economico e/o finanziario).

È anche vero che, dato che si parla di stime, queste sono inficiate da una certa dose di errori erratici e sistematici, perché, come diceva il buon Trilussa, «… la statistica è quella scienza che dice che se io non mangio nessun pollo e tu mangi due polli, in media mangiamo un pollo a testa. E quello mio dove sta?»

«Sai ched’è la statistica? È na’ cosa

che serve pe fà un conto in generale

de la gente che nasce, che sta male,

che more, che va in carcere e che spósa.

Ma pè me la statistica curiosa

è dove c’entra la percentuale,

pè via che, lì,la media è sempre eguale

puro co’ la persona bisognosa.

Me spiego: da li conti che se fanno

seconno le statistiche d’adesso

risurta che te tocca un pollo all’anno:

e, se nun entra nelle spese tue,

t’entra ne la statistica lo stesso

perch’è c’è un antro che ne magna due.»

La Statistica (Trilussa)

La statistica non è una scienza esatta. In statistica, quando si effettuano previsioni, si sa sin dal principio che si commetteranno errori e si cerca di minimizzarli, al punto tale da ridurne gli effetti sul valore che si cerca di stimare (quasi sempre il valore medio, meglio noto come media che rappresenta il centro di gravità di distribuzione di tutti valori analizzati attorno un unico punto).

Ovviamente, trattandosi di stime, si preferisce esser un po’ avidi nel pubblicare il risultato finale, soprattutto per ciò che concerne le stime al rialzo: meglio non esagerare e contenersi, meglio non esultare e rimanere sobri, perché, se dovesse verificarsi un evento inatteso e perturbatore, allora sono volatili per diabetici (cit.).

Come avrete capito, il mestiere dello statistico non è facile, anzi. Richiede analisi dei dati, conoscenza degli stessi e dell’ambiente nel quale si opera e al quale si espongono le informazioni (Che sarebbero i dati elaborati da cui si ottiene l’output, ossia l’informazione che cercavamo).

L’esposizione, poi, gioca un ruolo fondamentale, poiché si cerca di spiegare a tuti, anche a chi non sa leggere né scrivere, cosa diavolo si è cercato di fare.

È un bel lavoro, un lavoro molto preciso, ma carico di un’enorme responsabilità: un minimo errore può mandare a monte tutto. Non vi dico se poi, per una qualsiasi ragione, i risultati reali si discostino in tutto o in parte da quelli previsionali! Il caos totale!

Ma non divaghiamo. A me interessa capire una sola cosa e, cioè, come cazzo si faccia solo a pensare che queste stime siano delle buone stime e come stracazzo si faccia a pensare che le famiglie, da oggi, possano iniziare a tirare un sospiro di sollievo.

Infatti, è questo che Renzuccio caro sta sbandierando ai quattro venti da un po’ di giorni: la crisi è finita, alleluia alleuia, in letitia! Laudate Dominumm, predicate Deum, Amate creatorem, oh laudate Dominum! (cit. Helloween)

E per chi non fosse ancora convinto:



Direttamente dal sito ufficiale del Partito Democratico.

Ora, a questi geni incompresi, a questi Nobel mancati dell’economia, deve essere sfuggita una cosa (anzi: più di una).

La crescita reale pare si aggiri attorno allo 0,7%, mentre si stima un’ulteriore “impennata” dell’1,2% nel 2016 (valore presunto) e dell’1,3% nel 2017 (sempre presunto).

Cioè, spiegatemi una cosa: come fanno a essere felici le famiglie? Perché dovrebbero tirare sospiri di sollievo e non, invece, una valanga di sassate a chi spara certe stronzate (e non mi riferisco all’ISTAT)?

Cioè, mi state dicendo che in un’economia come quella italiana, dove abbiamo toccato il fondo, arrivando a perdere anche fino al 12% in pochi anni, ora si dovrebbe gioire per uno 0,3% del cazzo?

No, sul serio… Volete venirmi a dire che questo misero, insignificante, inutile valore dello 0,3% dovrebbero far gioire le famiglie e permettere loro di tirare sospiri di sollievo?

Se è indubbio che la crescita c’è stata, è altrettanto indubbio che le famiglie neppure l’hanno avvertita!

In sostanza: non se n’è accorto nessuno!

E ci vorrà altro che uno 0,3% e un 1,3% in 2 anni per riuscire a risollevare il culo di questa nazione! E questo, sempre ammesso che non accada nulla di perturbatore che non ci meni l’ennesima mazzata sul collo, tale da farci mettere di nuovo tutti a novanta per l’ennesima volta.

Per rendervi meglio l’idea, ecco graficamente quanto conta questo 0,3%:

Cioè, francamente io non riesco ancora a intravedere lo 0 (zero) neanche con un cannocchiale.

Di questo passo, significa che per arrivare a 0 dovremmo impiegarci qualcosa come, tipo, 20 anni!

20 fottuti e interminabili anni!

20 fottuti, interminabili e stramaledettissimi anni, solo per raggiungere lo 0 (ZERO cazzo, ZERO)!!!

Ma come cavolo si fa a dire di tirare sospiri di sollievo? Con che razza di coraggio si possono sparare troiate fesserie simili? Come stracazzo si fa a pubblicare puttanate come LA CRISI È FINITA a caratteri cubitali?

La cosa che, inoltre, mi ha fatto girare le palle più veloce delle eliche dei motoscafi, è stato ascoltare certi esponenti del PD che dicevano che era grazie alle 80 euro se, adesso, le famiglie sono felici e contenti! Sì, perché secondo questi geni del piffero, sono le 80 euro, quelle fottute e stramaledette 80 euro della malora, che hanno rilanciato i consumi!

Ma cosa pensate? Che siamo davvero tutti rincoglioniti?

Ma davvero?

Con 80 euro, una famiglia al massimo ci avrà fatto al spesa per un paio di giorni. Manco una maglietta di compri con 80 euro.

Con 80 euro, al massimo un single sarà riuscito a fare la spese per una settimana.

Mi dite quale razza di cerebroleso ha pensato, anche solo per un istante, che con 80 misere, inutili, insignificanti e fottutissime euro si poteva rilanciare l’economia?

Per rilanciare l’economia e, quindi, stimolare i consumi, non bisogna stimolare la domanda di prodotti alimentari (perché, grazie al ca**o, la gente deve comunque mangiare! Non acquisterà prodotti griffati, andrà al discount sotto casa dello zio Peppino, ma deve mangiare! Comprerà la confezione in offerta dei wurstel a 2 euro, comprerà mortadella in offerta al posto del prosciutto crudo San Daniele, ma deve mangiare!); per stimolare i consumi e, quindi, rilanciare l’economia, bisogna stimolare gli investimenti.

Mi dite quante auto si possono acquistare con 80 euro? Che vacanza è possibile prenotare (e di quanti giorni) con 80 euro? Mi dite come cazzo fa un’azienda ad assumere personale se il cuneo fiscale, che da anni prima Prodi, poi gli altri prodi, hanno detto che avrebbero diminuito, continua ancora ad aumentare, perché il mercato del lavoro è sempre più rigido e sempre meno accessibile e ingestibile?

CUNEO FISCALE:  il cuneo fiscale è il divario di tassazione che separa il “guadagno” dell’imprenditore dai soldi che riceverà in busta paga il lavoratore. Maggiore è la tassazione, maggiore è il cuneo fiscale, poiché l’imprenditore dovrà versare più imposte al fisco e, quindi, guadagnerà di meno. Guadagnando di meno e avendo meno soldi in portafoglio, non potrà pagare stipendi agli operai, o, nei casi più fortunelli, pagarne di meno, licenziandone alcuni.

Se un imprenditore è costretto a uccidersi, perché non riesce a pagare gli stipendi e, quindi, a non dar da mangiare a sé stesso, né alla sua famiglia, né ai propri dipendenti e alle famiglie di loro, mi dite cosa cazzo ce ne facciamo di questi proclami inutili?

In economia, si insegna che il reddito disponibile cresce al diminuire dell’imposizione (o, se preferite, utilizzando un gergo comune, delle tasse).

Più sono basse le tasse, più il reddito disponibile del soggetto aumenta.

Ciò significa che, nel tempo, anche la propensione marginale al consumo aumenta, così come quella all’investimento. Solo che la prima è più immediata, la seconda richiede più tempo (perché, ovviamente, la gente come prima reazione ha quella di acquistare cose che prima non poteva acquistare e, solo successivamente, una volta accertatasi delle presunte buone condizioni dell’economia, può pensare di investire).

La propensione marginale al consumo, è quella parte di consumo che varia ad ogni variazione unitaria del reddito disponibile. Quindi, per ogni aumento unitario di reddito disponibile, la propensione marginale al consumo cresce conseguentemente (ma non per un valore unitario, ma per un valore compreso tra 0 e 1 che si moltiplica al reddito e ne stima la quantità destinata alla propensione stessa); di contro, per ogni diminuzione unitaria di reddito disponibile, la propensione marginale al consumo diminuisce alla stessa maniera.

Poi vi è un’altra componente del consumo, il consumo esogeno che c’è sempre, indipendentemente dal reddito disponibile, anche se questo è zero o sotto zero (si dovrà pur mangiare, o no? Anche a costo di indebitarsi e, quando i debiti sono eccessivi, la gente si uccide).

Questa, è una teoria vecchia come il cucco, che è rappresentata dalla seguente formula economica:

equazione

Questa qui è l’equazione del reddito, vecchia come il culo di un dinosauro.

È ovvio che se mi riduci la tassazione, logicamente il reddito mi aumenta. Ma, sempre mediante logica, non mi darò immediatamente al consumo spregiudicato, perché prima ho bisogno di risparmiare un pochino, perché “non si sa mai”. E poi, se permettete, non mi fido: fidarsi è bene, non fidarsi è meglio.

Solo con il tempo, la gente potrà iniziare ad acquistare qualcosa che non sia roba da mangiare (cioè, non è che se oggi che guadagno 1000 euro e mangio 80 grammi di pasta, domani, se il reddito mi sale a 2000 euro, ne mangio 160! Al massimo, anziché la pasta a 0,50 centesimi, compro quella più rinomata, compro un taglio della carne più prelibato, così come preferisco acquistare del prosciutto crudo più gustoso preferendolo alla mortadella, ma sempre quello è il mio stomaco!).

Sono gli investimenti che fanno muovere l’economia, soprattutto quelli nel campo dei beni reali (acquisto di beni durevoli, come auto, terreni, case e via dicendo) e, successivamente, in quello dei mercati finanziari (azioni, obbligazioni, fondi comuni, ecc.).

Ma per far ciò, mi sembra che 80 euro al mese siano, come dire… una cazzata? Una pressa per il culo?

Non so, fate un po’ voi.

Cioè, detto papale papale, la gente con 80 euro ci si pulisce il culo!

Logicamente, se chiedi loro se meglio 80 euro o zero, la risposta la conosce anche il più analfabeta e ritardato di questo mondo: 80!

Qualunque cazzo di numero reale positivo è sempre meglio di zero!

Ma se avete creduto che 80 euro avrebbero risollevato il culo dello stivale, sempre più rotto, allora mi sa che vi hanno preso davvero per bene per i fondelli, eh!

Senza contare, tra l’altro, altre cosette ancora e, cioè, che:

    Le 80 euro NON le hanno avute tutte;
    Chi ha avuto 80 euro, ne ha restituite più del doppio, grazie all’aumento dell’IVA e all’introduzione e aumento di vecchie imposte e/o tasse (tra tutte spicca l’esasperato aumento del prezzo della benzina, mentre i proprietari dei terreni agricoli stanno ancora bestemmiando per l’introduzione dell’IMU sui terreni agricoli. E non parliamo di quell’emerita stronzata del POS obbligatorio per pagamenti superiori a somme ciclopiche, ossia 30 euro…! Una misura, quest’ultima, che altro non farà che favorire ulteriormente l’evasione fiscale)
    Che anche chi non ha ricevuto le 80 euro, ha restituito le stesse più gli interessi.

Vi svelerò un segreto, oh miei cari governanti della malora, giovani e diversamente giovani disagiati e politicamente fuffari: non serve a un cazzo aumentare di un altrettanto cazzo le buste paga di alcuni lavoratori. Sarebbe stato molto più intelligente e produttivo finanziare il mercato del lavoro, ma agendo sulle imprese, sugli imprenditori e, anziché, per l’ennesima volta, andare a regalare soldi alle banche sperando che queste si fossero decise a essere più di manica larga con i risparmiatori (aspetta e spera!), elargire gli stessi agli imprenditori, in modo da stimolare l’offerta di lavoro, stimolare le assunzioni, stimolare la produzione e rendere più competitive le nostre imprese sullo mercato nazionale ed estero, andando, ulteriormente, a incitare positivamente anche
la bilancia commerciale.
Poi, è ovvio, ci sarebbe a monte tutto quel bel discorsetto sugli sprechi a Palazzo Madama e a Palazzo Chigi, senza scordarsi di Montecitorio e del Quirinale, di fantastipendi, fantapensioni (doppie, triple ed ennesime), fantavitalizi, rimborsi che non si capiscono, benefit e diarie che facciamo fatica a contare. Ci sarebbe, altresì, il discorso di come certi politici vadano alla stadio a spese dei fessi in auto blu, le auto blu che, praticamente, non si contano più (tante ce ne sono), giudici e magistrati che guadagnano quanto io non potrei neppure percepire da qui a 159 vite future e via dicendo o, ancora, di come barbieri o elettricisti nei palazzi anzidetti guadagnino cifre da capogiro, se paragonate a quelle dei loro colleghi comuni mortali.

Insomma, qui i soldi si trovano e ci sono sempre, eh! Qui non esistono esodati, ma solo diritti acquisiti, mentre ai poveri imbecilli un calcio in culo non lo si nega, andando a togliere loro stipendio, pensione, lavoro e pure la dignità di essere vivi.



Ma chi cavolo continua ancora a votarvi? Cosa cavolo si aspetta la gente da voi?

Perché devo votare per uno che dice stronzate e ne pensa anche di peggiori? Per uno che non ha fatto altro che mentire? Per gente che lo appoggia e mente anch’essa?

E non parliamo di quelli che promettono redditi di cittadinanza, manco avessero il pozzo dei soldi sotto casa perennemente florido.

Comunque sia, questo articolo fa parte degli articoli seri che, ogni tanto, mi sento in dovere di pubblicare, anche per non far vedere che la mia testa è persa solo tra cartoni animati e film.

Cioè, ehi: un vaffa......., ogni tanto, è fisiologico e credo faccia pure bene alla salute. Dico bene?

A voi, invece, a voi che continuate a millantare sogni e speranze utopiche per un’Italia destinata solo e soltanto al collasso e ad affossarsi all’interno di un baratro senza fine, a voi voglio solo dire: pregate che nessuno tra di noi smetta di mangiare pane per poi orientarsi su brioches. Perché, l’ultima persona che disse una cazzata del genere, poi, perse la testa.

Così. Rifletteteci.

Che qui, la gente inizia ad averne davvero piene le scatole delle vostre cavolate, eh!

Felice vita a tutte/i,
Antonio Moliterni
http://www.antoniomoliterni.com/index.php/2015/09/12/per-un-pugno-di-80-euro/

sabato 5 settembre 2015

L'origine della lingua italiana è il volgare fiorentino o no?



Machiavelli


"Le lingue non possono esser semplici, ma conviene che siano miste con l'altre lingue."
 - Niccolò Machiavelli


Il mondo conosce Dante come “il padre della lingua italiana” e l’italiano di conseguenza, come “la lingua di Dante.”   Ma  è  proprio merito di Dante? Quali sono state le influenze che hanno agito sull’evoluzione dell’italiano moderno?
Sappiamo che la lingua italiana si basa sul fiorentino?
 La nostra lingua deriva dal latino volgare, parlato in Italia nell'antichità; è una lingua romanza e fa parte del gruppo italico della famiglia delle lingue indeuropee. Oggi esistono diverse varianti regionali della nostra lingua, ma l'italiano moderno si basa sul fiorentino letterario utilizzato nel Trecento dalle “tre corone”: Dante, Petrarca e Boccaccio; tra il 1230 e il 1250 subì le influenze della Scuola Siciliana di Jacopo da Lentini.
L'italiano, come le altre lingue romanze, proviene dal latino volgare parlato dal popolo, detto anche volgo. Un dialetto cioè, che è si è diffuso in tutta la penisola, grazie a poeti e scrittori che lo scelsero per scrivere le loro opere.
Dante

mentre il latino fu la lingua dell’impero romano, che durò circa 500 anni. Gli antichi romani obbligavano il popolo a parlare il latino, ogni volta che conquistavano un nuovo territorio. Il latino parlato era diverso dal quello illustre usato dai letterati dell'epoca, il quale fu imposto al “nord” dell’impero e cioè in Italia, Francia, Spagna, Portogallo e Romania. Gli antichi romani arrivati in Grecia invece, decisero di non introdurre il latino e lasciarono la popolazione greca libera di usare la propria lingua. La Grecia costituiva un centro culturale molto avanzato, grazie alla presenza di grandi filosofi. Gli antichi romani, affascinati dalla loro filosofia e cultura, fecero dei greci i loro maestri. Il latino continuò ad essere la lingua dei letterati fino ai tempi di Dante.   
Con il crollo dell’impero romano anche il latino cambia e si formano lingue diverse.
In Italia, da una regione altra si parla una lingua diversa, le lingue del popolo. Queste lingue chiamate “dialetti” sono in realtà vere lingue non solo parlate, ma anche scritte. Ognuna di queste ha la sua storia. Quelle del nord d’Italia ad esempio, sono diverse da quelle del sud perchè influenzate dal dominio straniero, che diede origini ai diversi dialetti regionali.

La lingua italiana è nata a Firenze? Brevissima storia della nostra lingua. Dal fiorentino volgare trecentesco all'italiano dei giorni nostri
Lo sapete che la lingua italiana si basa sul fiorentino? La nostra lingua deriva dal latino volgare, parlato in Italia nell'antichità; è una lingua romanza e fa parte del gruppo italico della famiglia delle lingue indeuropee. Oggi esistono diverse varianti regionali della nostra lingua, ma l'italiano moderno si basa sul fiorentino letterario utilizzato nel Trecento dalle “tre corone”: Dante, Petrarca e Boccaccio; tra il 1230 e il 1250 subì le influenze della Scuola Siciliana di Jacopo da Lentini.

In sostanza l'italiano standard dei giorni nostri deriva dal fiorentino volgare trecentesco, depurato dalle sue connotazioni locali. Ma in realtà già dalla fine del Trecento la lingua che veniva utilizzata a Firenze si era distanziata da questo modello linguistico, che in seguito fu codificato da letterati non fiorentini, a partire da Pietro Bembo nelle “Prose della Volgar Lingua”. Dalla seconda metà del Cinquecento fu usato per la scrittura in tutto il Paese e proprio a partire da questa fase gli storici della lingua iniziarono a parlare di “lingua italiana”.
L'italiano, però, rappresentava la lingua di uso quotidiano per pochi. Nella seconda metà dell'Ottocento Alessandro Manzoni propose di “sciacquare i panni in Arno”, cioè di adottare il fiorentino come lingua ufficiale dell'Italia ma depurato, appunto, dagli aspetti più “dialettali”, così che ci potesse essere una lingua comune, visto che l'Italia stava per diventare una nazione; fu ciò che propose attraverso la sua opera più importante, “I Promessi Sposi”. Oltre all'unificazione politica e alla prima guerra mondiale, fondamentale nella diffusione della lingua fu poi l'avvento della televisione. Facendo un passo indietro, il primo poeta in lingua italiana è considerato Dante Alighieri, ma in realtà i primi componimenti poetici in lingua volgare furono di Francesco d'Assisi e Jacopone da Todi.
Ma siamo sicuri che la vera origine della lingua italiana è il volgare fiorentino?
 E invece no!
Federico II di Svevia

Nel XIII secolo (1220 circa), presso la corte di Federico II a Palermo, in Sicilia, si forma una schiera di poeti che scelgono di usare il dialetto siciliano per comporre le loro opere. Federico II era un uomo molto colto, che parlava il tedesco, il francese, che conosceva bene il greco, il latino, l'arabo,  il volgare siciliano, e l'ebraico. Per la sua curiosità intellettuale era conosciuto come "Stupor Mundi” (meraviglia del mondo). Alla corte reale di Palermo, dal 1220 al 1250,  furono create le prime opere di forma letteraria in una lingua romanza, il siciliano. La poesia che veniva prodotta dalla scuola siciliana, ebbe una notevole influenza sulla letteratura italiana e su quella che sarebbe diventata poi, la moderna lingua italiana. Sia la scuola siciliana che la sua poesia furono salutate con entusiasmo da Dante e dai suoi contemporanei letterati. <De Vulgari Eloquentia ha sviluppato la questione della lingua nazionale ed elaborato un tentativo per risolverla. Il dialetto fiorentino, secondo Dante, era il più semplice e facile da capire in tutta la penisola.
La prima canzone scritta in siciliano è Madonna, dir vo voglio, del Lentini, che è un fedele rifacimento di una canzone di Folchetto di Marsiglia.
Ben più importante di questi contenuti è lo stile delle poesie. I poeti siciliani usarono come strumento linguistico di partenza il volgare dell'isola e non una varietà letteraria sovraregionale, come nella lingua dei trovatori. Il volgare siciliano viene perfezionato nel lessico e nella sintassi, modellandolo sull'esempio del latino usato dagli intellettuali e arricchendolo di molte parole provenzali tradotte.
Con la morte di Federico II (1250), cui seguì il rapido declino del dominio imperiale nel Mezzogiorno, conteso da Angioini e Aragonesi, la scuola ebbe termine. Quasi nessun manoscritto meridionale ci è giunto dei Siciliani, e i modesti poeti insulari del XIV sec. sembrano ignorare completamente i loro illustri predecessori.
L'eredità dei poeti federiciani fu raccolta nell'Italia centrale dai cosiddetti poeti siculo-toscani (solo grazie ai canzonieri toscani oggi possiamo leggere, seppure in forma non originale, la poesia dei Siciliani), e in un ambiente culturale più avanzato: Firenze, dopo la battaglia di Campaldino (1289) era diventata una capitale economica europea, in fase di espansione per tutta la Toscana. Il maggior poeta fu Guittone d'Arezzo (1235-94).
La tradizione siciliana viene dunque proseguita in Toscana perché molti intellettuali di questa regione erano vissuti per vario tempo alla corte di Federico II. Qui i componimenti ispirati al tema dell'amore non si discostano dai motivi cari ai siciliani e ai provenzali, però la preoccupazione -essendo le condizioni politico-sociali delle città toscane molto sviluppate- è quella di fare una lirica dotta, erudita, in uno stile complesso-difficile-ricercato. Inoltre non mancano i temi politici, soprattutto quelli dedicati a Firenze.
Dopo la morte di Dante, Boccaccio e Petrarca, ci fu una pausa di opere scritte in volgare. Si torna a scrivere in latino classico, quello usato dagli antichi romani. Ci sono stati molti altri scrittori importanti e si arriva al Rinascimento con Pietro Bembo (1470-1547) e Niccolò Machiavelli (1469-1527). Machiavelli, anche lui politico, sosteneva che il fiorentino fosse l'unica lingua in grado di dare origine a una efficace diffusione linguistica nazionale.

"Non si può trovare una lingua che parli ogni cosa per sé senza aver accattato da altri."-Machiavelli

Signori e signori da queste ricerche possiamo ben dire che il seme della lingua italiana è il siciliano della corte federiciana, ancora una volta dobbiamo ringraziare lo Stupor Mundi e non il toscano della quale si sciaquano la bocca gli storici moderni influenzati dall'oscuramento revisionistico savoiardo
Rocco Michele Renna

http://www.mauriziopistone.it/testi/discussioni/storialingua_siciliano.html
http://babylonpost.globalist.it/Detail_News_Display?ID=78159

giovedì 3 settembre 2015

CALATAFIMI...FU VERA GLORIA?... Di R. B. Condoleo



CALATAFIMI...FU VERA GLORIA?..
La battaglia fu combattuta da circa 1.000 garibaldesi e 500 "picciotti" tutti male armati contro una "colonna mobile" dell'esercito borbonico forte sul campo di 3 mila uomini, al comando del brigadiere generale Francesco Landi. Le truppe duosiciliane erano munite in gran parte di nuovi fucili da 38 pollici in dotazione ai Cacciatori a piedi, e inoltre, anche dai più precisi fucili da 32 pollici a retrocarica mod.1850 belgi. Le artiglierie borboniche erano nettamente superiori a quelle garibaldine e ben allineate sulla sopraelevata linea di fuoco. A questo punto la speranza di una vittoria di Garibaldi a Calatafimi si presentava come molto improbabile se non addirittura impossibile! Ma il brigadiere generale Francesco Landi, come già all'epoca si venne a sapere, fu il grande traditore di quello scontro epocale. Garibaldi invece ne fu l'"eroe", ma, a ben approfondire, solo in senso negativo! Francesco Landi,infatti, era, come abbiamo premesso, il comandante delle truppe del presidio borbonico, forte di ben 4 mila uomini (non tutti impiegati nella battaglia) ben armati e disciplinati, di stanza a Palermo.
 
Generale Landi
La storica battaglia, iniziò verso mezzogiorno del 15 maggio 1860 a Pianto dei Romani, in una vallata, dove le truppe napoletane erano ben schierate, godendo di una posizione riparata perche' dominante rispetto a quella sottostante occupata dai "mille". Inoltre essendo questi ultimi volontari erano anche inesperti e in più si trovavano in posizione sfavorevole, tutti sparpagliati nel fondo valle, facile bersaglio dei carabinieri borbonici! Costoro, per circa un ora, si erano trovati, infatti, in condizioni disperate, in quanto la battaglia si stava decidendo a netto favore dei borbonici! Addirittura vi fu un imprevisto capovolgimento del fronte degli scontri in seguito al quale il capo di stato maggiore Sirtori e gli ultimi reparti di riserva si dovettero lanciare, sguarnendo la linea del fronte piu avanzato, a proteggere l'incolumità di Garibaldi, rimasto isolato e circondato da un folto drappello borbonico. Fu in quella occasione che Garibaldi, rivolto a Bixio già in fuga, pronunciò la celebre frase «Nino, qui si fa l'Italia o si muore!», sottolineando così la disperata azione di alleggerimento da tentare contro l'accerchiamento in atto molto pericoloso condotto da parte delle ordinate schiere napoletane. Lo stesso Garibaldi in quel frangente rischiò la vita e venne salvato con un eroico gesto da Augusto Elia, che riportò una gravissima ferita al volto.
Dopo che l'attacco a Garibaldi in persona era stato in qualche modo tamponato, la sostanziale superiorità dimostrata dai borbonici non ne subì alcun tracollo, ma, proprio in quella decisiva fase del combattimento, improvvisamente e in modo del tutto inaspettato ed incomprensibile, furono addirittura i soldati borbonici ad indietreggiare, sotto gli sguardi increduli dei garibaldini.
Quando risuonarono gli squilli di tromba per tutto il campo di battaglia che ordinavano la ritirata decisa inopinatamente
dal generale Landi, appariva a tutti così illogico e così assurdo che, per una buona ora, Garibaldi stesso, che assisteva passivamente, non seppe decidersi se ordinare il conseguente contrattacco. Temendo una trappola, si limitò solo ad osservare meravigliato le precipitose manovre di ripiego dei reparti nemici, ordinatamente coperte dai Cacciatori Napoletani. E quando "il condottiero" ordinò alla fine l'attacco della 6ª Compagnia, guidata dal Capitano Giacinto Carini, il grosso della brigata borbonica aveva già ripiegato all'indietro e si trovava ormai sulla strada per Alcamo. Insomma, miracolosamente a giudizio di tutti accadde l'incredibile: il Gen.Landi decise di far ritirare le sue truppe, lanciate vittoriosamente soltanto poco tempo prima all'inseguimento della disordinata soldataglia garibaldesca, lasciando così, ai nemici già in rotta, libera la via maestra per Palermo. Fu così che le "camicie rosse" già praticamente "sconfitte" rimasero padrone del campo di battaglia e che fu a loro insperatamente aperta una comoda strada per giungere senza ulteriori ostacoli nella capitale. A questo punto sarà bene illustrare alcuni risvolti di cui fin ora mai nessun libro di storia ha parlato. Sarà interessante, infatti, analizzare chi era quel Gen. Landi, comandante delle forze napoletane. Ebbene Francesco Landi, padre di quattro figli, tutti ex ufficiali borbonici passati nell'esercito savoiardo, come avvenne solo quattro mesi dopo, fu il traditore conclamato di Calatafimi, poiché, come ebbe egli stesso a confessare spontaneamente ai funzionari del Banco di Napoli, ricevette in cambio della sua incredibile e vergognosa ritirata su Palermo, una polizza di credito del Banco di Napoli , poi risultata falsa, di ben 14 mila ducati d'oro (in effetti la somma portata dal titolo, abilmente contraffatto, ammontava a soli 14 ducati!) consegnatagli prima della battaglia da Garibaldi in persona, come prezzo del suo vile e già concordato infedele comportamento! Nessuno dei cinque Landi, tutti più legati al denaro che al dovere, fu in verità campione di fedeltà ai Borbone, nonostante avessero ricevuto da loro, spesso e volentieri, gratificazioni e prebende. E certamente non hanno contribuito a fugare le insistenti dicerie sul tradimento del padre Francesco Landi, il passaggio, da subito, armi e bagagli, dei quattro figli nell’esercito sabaudo, come testimonia anche un rapporto scritto il 16 novembre 1860 dal Capitano della Guardia Nazionale di Sala Achille Landi, riportato da Olindo Isernia nell’Osservatorio ott/nov 2010. Anche la lettera vergognosa e sfacciata di Michele Landi a Garibaldi, è un tentativo, furbo o addirittura di una sconvolgente ingenuità, per far restituire da altri (nel caso di specie proprio da quello stesso Garibaldi che mai avrebbe potuto smentire la propria vittoria) l’onore al loro padre e che i quattro figli e lo stesso generale Landi non erano stati capaci di difendere. Come avrebbe potuto il falso "eroe" ammettere che si era comprata la sua più importante "vittoria", con la corruzione e l'infamia???... Garibaldi, infatti, ebbe a rispondere alla lettera di Landi smentendo l'avvenuta corruzione... peccato che proprio Francesco Landi, minacciato di arresto quando si presentò per l'incasso dal funzionario del Banco di Napoli che gli chiedeva da chi avesse ricevuto il certificato di credito falso dei 14 mila ducati d'oro, rispose che era stato Garibaldi in persona a consegnarglielo a Calatafimi! Certo è che solo tre giorni dopo questo scandaloso episodio, avuta la notizia della falsità del titolo di credito, lo stesso Landi per la vergogna e la rabbia per l'inganno truffaldino subito, morì fulminato da un ictus cerebrale! Altro che vittoria, fu solo corruzione e sporco tradimento! Proprio a Calatafimi quindi nasceva l'itaglia delle "bustarelle",delle "mazzette" e dei patti stato-mafia! Infatti, a margine di questo episodio d'infamia e corruttela sono anche da annoverarsi gli accordi, sempre patrocinati e predisposti dal massone Garibaldi con la mafia, che contribuirono alla definitiva "vittoria" del cosiddetto "eroe" dei due mondi!... Ma questo è un'altro capitolo ancora più squallido e vergognoso!
Rocco Bruno Condoleo