mercoledì 18 ottobre 2017

Bosco Difesa Grande, piante officinali: EQUISETO



COSA E' UNA PIANTA OFFICINALE?
Una pianta officinale è un organismo vegetale usato nelle officine farmaceutiche per la produzione di specialità medicinali. Sono considerate piante officinali piante medicinali, aromatiche e da profumo inserite negli elenchi specifici e nelle farmacopee dei singoli paesi.
nel Bosco Difesa Grande di Gravina in Puglia (BA) , come in tanti altri boschi della nostra terra sono presenti piante officinali, oggi vi parliamo dell'Equiseto o Equisetum o ancora coda di cavallo

Equisetum L., 1753 è un genere di piante vascolari Pteridofite appartenenti alla famiglia Equisetaceae, conosciute comunemente con il nome di code di cavallo.

Sono tra gli organismi più antichi della terra: il ritrovamento di resti fossili di alcune specie dell'ordine delle Equisetales indicano che erano piante diffuse già alla fine del Devoniano (395 – 345 milioni di anni fa)[1].
Dal punto di vista filogenetico sono piante più primitive delle angiosperme, infatti sono senza organi sessuali distinti, si propagano e si riproducono per mezzo di spore. Al genere Equisetum appartengono 15 specie, delle quali poco meno di una decina sono proprie della flora italiana.
Il nome generico (Equisetum) significa “crine di cavallo”; la radice equiset- deriva infatti dal latino equi saeta, ossia coda (saeta, -ae, lett. crine) di cavallo (equi, gen. di equus, -i).
Dobbiamo a Dioscoride Pedanio (Anazarbe in Cilicia, 40 circa - 90 circa), che fu un medico, botanico e farmacista greco antico che esercitò a Roma ai tempi dell'imperatore Nerone, una delle prime descrizioni dettagliate di queste piante.
La nomenclatura scientifica attualmente accettata (Equisetum) è stata proposta da Carl von Linné (Rashult, 23 maggio 1707 – Uppsala, 10 gennaio 1778) biologo e scrittore svedese, considerato il padre della moderna classificazione scientifica degli organismi viventi, nella pubblicazione Species Plantarum del 1753.
Si tratta di piante perenni che, alle latitudini più miti, appassiscono d'inverno; ai tropici sono invece sempreverdi, come pure alcune specie della zona temperata (E. hyemale, E. sciropides, E. variegatum, E. ramosissimum).
La forma biologica più ricorrente è geofita rizomatosa (G rhiz), ossia sono piante perenni erbacee che portano le gemme in posizione sotterranea. Durante la stagione avversa non presentano organi aerei e le gemme si trovano in organi sotterranei detti rizomi (un fusto ipogeo dal quale, ogni anno, si dipartono radici e fusti aerei). In realtà anche durante i periodi più avversi la pianta deve continuare a vivere per cui alcuni brevi rami ipogei laterali si trasformano in tuberi rotondi contenenti sostanze di riserva per lo svernamento.

Le dimensioni variano molto da specie a specie: generalmente, la maggior parte di queste piante producono fusti di dimensioni comprese tra i 20 cm e il metro e mezzo, raramente l’E. telmateia può raggiungere i 2,5 m, mentre le specie tropicali E. giganteum e E. myriochaetum raggiungono rispettivamente i 5 m e gli 8 m e più, anche se a volte essendo i fusti troppo deboli sono costretti a sostenersi ad altre piante come rampicanti.
Le radici sono secondarie (fascicolate) da rizoma e di tipo avventizio. Generalmente sono dei ciuffi che si diramano dai nodi del rizoma e durano un anno al massimo.
Gli equiseti rappresentano un genere praticamente cosmopolita, diffuso in tutti i continenti, con l'eccezione di Oceania e Antartide. La specie più diffusa in Europa è E. arvense.

Le specie del sottogenere Equisetum (vedi sezione Sistematica) vegetano dalla latitudine 80° Nord sino a 40° Sud. La maggior parte di esse si trovano nella zona temperata dell'emisfero nord, mentre poche specie estendono il loro areale nella fascia subtropicale e una sola specie, E. bogotense, si spinge nella zona tropicale dell'emisfero meridionale.[3] Le specie del sottogenere Hippochaete sono presenti in entrambi gli emisferi, in un range latitudinale che va dall' Isola di Ellesmere (79º N) sino all'Argentina (approssimativamente 40º S).

La maggior parte delle specie prediligono terreni sabbiosi umidi, alcune sono semi-acquatiche e altre si sono adattate a terreni argillosi.
https://it.wikipedia.org/wiki/Equisetum

Proprietà dell'equiseto, usi e controindicazioni

I principi attivi presenti nell'equiseto sono: silice (il 10% passa come acido silicico nelle tisane), calcio, magnesio, potassio, saponina (equisetonina), glucosidi flavonici, piccole quantità di alcaloidi e tannini. Per la presenza di questi sali minerali, in una forma molecolare altamente disponibile per il nostro organismo, l’equiseto contribuisce al "metabolismo dell'osso” e favorisce la remineralizzazione del sistema osteo-articolare e dei tessuti duri come unghie e capelli.

La sua assunzione è quindi indicata in caso di fragilità delle unghie, perdita dei capelli, alopecia, osteoporosi, accrescimento scheletrico degli adolescenti, postumi di fratture, artrosi (grazie all’azione che esercita sia sulla cartilagine articolare, sia sul tessuto osseo) e le tendiniti (migliora l’elasticità dei tendini).

L’equiseto, o coda cavallina, è inoltre diuretico per cui è consigliato nel trattamento dell’eliminazione di scorie metaboliche. Inoltre è capilloprotettore per la sua azione astringente sui vasi sanguigni, utile contro la fragilità capillare. La proprietà cicatrizzante lo rende un ottimo riparatore tissutale e quindi è impiegato in campo cosmetico nella preparazione di prodotti contro smagliature, rughe e cellulite.

Usi dell'equiseto

L'equiseto è il protagonista della preparazione di infusi e di decotti da assumere per via orale o da applicare sulla pelle o sui capelli, a seconda del tipo di problema di cui prendersi cura. L'equiseto è un rimedio naturale di cui non sottovalutare l'efficacia. Per questo motivo vi suggeriamo alcuni dei suoi possibili utilizzi, ma vi rimandiamo al vostro erborista di fiducia per ulteriori informazioni e consigli d'impiego specifici per le vostre condizioni di salute. Anche perché per usi interni se ne sconsiglia la raccolta essendo difficile distinguere le diverse specie, molto simili tra loro e alcune tossiche sia per l'uomo che per gli animali.
Può essere usato per  Caduta dei capelli, mal di gola, problemi alla vescica, calcoli ai reni, sudorazioni dei piedi e in cucina l'equiseto, data la sua ricchezza di sali minerali, viene utilizzato per aromatizzare soprattutto zuppe e minestre. In agricoltura, invece lo si impiega per preparati naturali utili a nutrire a difendere le piante dalle malattie fungine e dai parassiti.

Ricordatevi che comunque si tratta di una pianta officinale che può anche risultare tossica se abudata o usata male, perciò se non siete certi delle modalità di raccolta e di utilizzo dell'equiseto, recatevi in erboristeria, dove potrete trovarlo in forma essiccata, pronto per la preparazione di infusi e decotti, ma anche come tintura madre o in opercoli. Dovrete fare attenzione soprattutto alle modalità d'impiego e alle dosi da assumere. Con il medico e il farmacista valutate le eventuali interazioni dell'equiseto con i farmaci. L'equiseto può essere controindicata in gravidanza e durante l'assunzione di medicinali per l'ipertensione. Può interagire con i diuretici e non va somministrato in caso di insufficienza renale.
Rocco Michele Renna

https://www.greenme.it/vivere/salute-e-benessere/13675-equiseto-proprieta-usi-controindicazioni

BOSCO DIFESA GRANDE, PIANTE OFFICINALI: IL PRUGNOLO E IL BIANCOSPINO


COSA E' UNA PIANTA OFFICINALE?
Una pianta officinale è un organismo vegetale usato nelle officine farmaceutiche per la produzione di specialità medicinali. Sono considerate piante officinali piante medicinali, aromatiche e da profumo inserite negli elenchi specifici e nelle farmacopee dei singoli paesi.
nel Bosco Difesa Grande di Gravina in Puglia (BA) , come in tanti altri boschi della nostra terra sono presenti piante officinali, oggi vi parliamo del biancospino e del prugnolo

Il biancospino
(Crataegus monogyna Jacq., 1775) è un arbusto o un piccolo albero molto ramificato, contorto e spinoso, appartenente alla famiglia delle Rosaceae e al genere dei Crataegus. Talvolta è usato il sinonimo Crataegus oxyacantha.
è una caducifoglia e latifoglia, l'arbusto può raggiungere altezze comprese tra i 50 centimetri ed i 6 metri. Il fusto è ricoperto da una corteccia compatta, di colore grigio. I rami giovani sono dotati di spine che si sviluppano alla base dei rametti brevi. Sono i rametti spinosi (brocche) che in primavera si rivestono di gemme e fiori. Questa specie è longeva e può diventare pluricentenaria, ma con crescita lenta.

Le foglie sono lunghe 2-4 centimetri, dotate di picciolo, di forma romboidale ed incise profondamente. L'apice dei lobi è dentellato. la fioritura si ha nel mese di aprile.
I fiori sono raggruppati in corimbi, che ne contengono circa 5-25. I petali sono di colore bianco-rosato e lunghi 5 o 6 millimetri. i fiori compaiono nel mese di maggio.
I frutti sono ovali, rossi a maturazione, delle dimensioni di circa 1 cm e con un nocciolo che contiene il seme. La fioritura avviene tipicamente tra aprile e maggio, mentre i frutti maturano fra novembre e dicembre. I frutti del biancospino sono edibili, ma solitamente non vengono mangiati freschi, perché piccoli e contengono alcune semi, bensì lavorati per ottenere marmellate, gelatine o sciroppi. i frutti maturano nel mese di ottobre. i frutti sono decorativi perché rimangono al lungo sull'arbusto, anche durante tutto l'inverno.


Il prugnolo
il prugnolo è una pianta spinosa spontanea dell'Europa, Asia, e Africa settentrionale; cresce ai margini dei boschi e dei sentieri, in luoghi soleggiati.
è un arbusto o piccolo albero folto, è caducifoglie e latifoglie, alto tra i 2,5 e i 5 metri. la corteccia è scura, talvolta i rami sono contorti. le foglie sono ovate, verde scuro. I fiori, numerosissimi e bianchissimi, compaiono in marzo o all'inizio di aprile e ricoprono completamente le branche. produce frutti tondi di colore blu-viola, la maturazione dei frutti si completa in settembre -ottobre. sono delle drupe ricoperte da un patina detta pruina. è un arbusto resistente al freddo, si adatta a diversi suoli. resistente a molti parassitati e con crescita lenta. le bacche che contengono un unico seme duro, sono ricercate dalla fauna selvatica.
Forma macchie spinose impenetrabili che forniscono protezione agli uccelli ed altri animali.
Il prugnolo selvatico ( nome scientifico Prunus spinosa L.) è un arbusto spontaneo appartenente alla famiglia delle Rosaceae[1] e al genere Prunus. viene chiamato anche prugno spinoso, strozzapreti o semplicemente prugnolo.
i frutti, chiamati prugnole, possono essere usate per fare marmellate, confetture, salse, gelatine e sciroppi. i frutti contengono molta vitamina C, tannino e acidi organici. anche i fiori sono commestibili (tra i fiori eduli), possono essere usati in insalate o altri piatti.
il prugnolo spinoso è un arbusto comune, adatto per formare siepi. Un tempo, in qualche parte d'italia, veniva utilizzato come essenza costituente delle siepi interpoderali, cioè per delimitare i confini degli appezzamenti. In ragione delle spine e del fitto intreccio dei rami la siepe di prugnolo selvatico costituiva una barriera pressoché impenetrabile.
le bacche rimangono a lungo attaccate ai rami e talvolta può essere usata come arbusto ornamentale in giardini. I frutti del prugno spinoso sono utilizzati in alcuni paesi per produrre bevande alcoliche (in Inghilterra lo sloe gin, in Navarra, Spagna, il patxaran, in Francia la prunelle, in Giappone l'umeshu ed in Italia il bargnolino o prunella).

il prugno spinoso è usato come purgante, diuretico e depurativo del sangue, per erba medicinale ed erba officinale I principi attivi contenuti nei fiori sono cumarine, flavone e glucosidi dell'acido cianidrico. La corteccia della pianta era utilizzata in passato per colorare di rosso la lana.
Il legno, come quello di molti alberi da frutto è un apprezzato combustibile, è duro e resistente e può essere lucidato. Se di piccole dimensioni viene usato per attrezzi agricoli, intarsi, e bastoni da passeggio.
Il prunus spinosa trigno è allo studio in Italia come antitumorale ed ha finora portato buoni risultati nelle sperimentazioni in vitro in associazione ad un mix di vitamine e sali minerali brevettato.
altre informazioni:

venerdì 13 ottobre 2017

IL TESTAMENTO DI don LIBORIO - PADRE D'ITALIA



Michele Ladisa


*Di Michele Ladisa
Un padre dell’italica patria , Liborio Romano,  dimenticato da tutti, scartato anche dai conquistatori savoiardi, viene rispolverato da Umberto Rey per cercare di aprire (o scatenare) un nuovo dibattito su questa figura controversa del Risorgimento.


L’Umberto nostrano si è dato un gran da fare mettendo sul campo una novità editoriale e teatrale con qualche possibilità che possa diventare anche cinematografica.
La rappresentazione teatrale, dotata di pochi mezzi,  è senza dubbio una coraggiosa opera, con qualche buona idea scenica, accettabili interpretazioni dei personaggi, poco briosi i dialoghi, lamentoso o piagnucoloso quello di Don Liborio.
Liborio Romano
In primo piano non emerge l’uomo o il politico Don Liborio ma  la sua “coscienza”.
Chi immagina di trovarsi inequivocabilmente dinanzi a un becero traditore, ad un trasformista per eccellenza, ad un venduto senza scrupoli, ad un Giuda che finisce giustamente con il suicidio, sbaglia di grosso in partenza.  L’uomo che si ha davanti è un vecchio in crisi dell’io profonda: voleva l’italia, l’ha amata e bramata. Per essa ha tradito la sua vera Patria ,le Due Sicilie, finendo per restarne tradito.
Fu giusto o sbagliato vendersi all’italia?  Un dubbio lacerante, irrisolto, che fa da sfondo in tutta l’opera e che s’intende porre come interrogativo al pubblico.
In definitiva va in scena la discussione, cosa lodevole e di non poco conto, sull’unità italiana avvenuta per annessione, per tradimenti, per malaffare (anche la camorra ha la sua parte).
Umberto Passaquindici “Rey”, meridionale desideroso di far emergere la vera storia in chiave più che buonista, evidenzia incessantemente di essere un convinto e fiero  italiano sino alle radici più profonde del suo animo, del suo essere e del suo vivere.  Infatti la sua opera non può che terminare con un clamoroso “volemese bene” perché “siamo tutti italiani da nord a sud” nonostante un buon paio d’ore teatrali inzuppate di sfrenati e laceranti dubbi su quel che avvenne 156 anni fa.

In questo, il Rey sembra un medium che parla con voce del Liborio, chiedendo, supplicando comprensione, comunque sia e al di là di tutto.
L’italianità indiscussa del Rey la si intravede facilmente sin dal titolo della sua opera ( il Romano padre della patria, sic !) la si nota negli sviluppi dei passaggi teatrali, la si conferma anche nelle presentazioni editoriali quando dichiara con sicurezza:  la reazione brigantesca e la repressione piemontese furono atti di guerra civile, non certo una reazione del popolo sovrano delle Due Sicilie alla carneficina di un altro Stato invasore, quello di Piemonte.
Insomma qualcosa di presentabile e masticabile per italiani, assolutamente indigesta, velenosa, inquinante per quanti si adoperano per affermare senza mezzi termini, con decisione e determinazione le ragioni storiche del territorio e del popolo delle Due Sicilie.
Di Michele Ladisa
articolo dell'editoriale Onda del Sud, ritrasmesso tal quale
onda del sud
Ma chi era in realtà Liborio Romano

Eleaml



IL BOIA DELLE DUE SICILIE
Il ritratto di questo personaggio, l’essenza del traditore tipo, per giunta sembra successivamente anche pentito, è quello di un uomo abbastanza vanesio, inconsapevole di quello che faceva e vagamente idealista. Un personaggio esemplare, dunque, per essere adoperato dagli invasori piemontesi per compiere atti devastanti all’interno dello stesso governo duosiciliano. Da evidenziare che fu proprio lui che consacrò definitivamente l’intreccio politica-delinquenza nel Sud, i cui effetti sono ben visibili ancora ai nostri giorni, come ci mostra la scoperta fatta a Napoli il 20 ottobre scorso di una loggia massonica che cospirava con la camorra per condizionare la vita politica.
Il dramma di quei tragici giorni in cui si determinò la fine delle Due Sicilie fu che gli avvenimenti si svolsero in una atmosfera di incredulità da parte della dirigenza delle Due Sicilie. Incredulità abbastanza comprensibile perché i tradimenti erano talmente evidenti da far quasi credere non fossero reali. Del resto la politica estera delle Due Sicilie era sempre stata di stretta neutralità, rivolta soprattutto al benessere interno, per cui la ingiustificata aggressione da parte di uno Stato straniero era, per quella dirigenza, del tutto impensabile e, quindi, nulla era stato preparato per fronteggiare il terribile evento dell‘invasione piemontese.
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insomma un traditore della propria terra che ha condannato i suoi fratelli e la loro discendenza nella più becera colonia italiana, creando la questione meridionale Rocco Michele Renna