giovedì 30 giugno 2016

BOSCO COMUNALE “DIFESA GRANDE”

BOSCO COMUNALE “DIFESA GRANDE”

Il Bosco “Difesa Grande”, con i suoi circa 1890 ettari è uno dei più importanti complessi boscati dell’intera Puglia. Situato a 6 km dal centro abitato di Gravina, nel medio bacino idrografico del fiume Bradano, si estende su un terreno collinare compreso tra il torrente Gravina ad Est ed il torrente Basentello ad Ovest, entrambi affluenti del Bradano.
Il bosco era da sempre vissuto come una fonte di approvvigionamento di legname per la collettività gravinese. Consultando gli atti preliminari ed apprezzo del Comune di Gravina dell’anno 1754, per la formazione del catasto, si attestava che la suddetta Università di Gravina possedeva “li seguenti Beni, Rendite e Gabelle e possiede li seguenti Pesi Universali”:
“Un Bosco di arbori di cerse detto la Difesa Grande di capacità di carra ottantaquattro, in cui li poveri vi hanno il ius di legname a legna in collo seu alla collata solamente…ch’è di ducati sei a soma, confinante il detto bosco seu Difesa Grande colli beni del Venerabile Monastero di S. Maria delle Domenicane, chiamata la Rifezza di Pied’organo….”. Dagli archivi storici è emerso uno spaccato di vita gravinese che ha inizio nei primi anni del 900 e termina sino alle soglie del secondo millennio. Anni difficili, segnati da miseria diffusa che colpiva la maggioranza della popolazione. Da qui l’importanza del bosco, come fonte di approvvigionamento e di pastorizia, termometro sociale ed economico.
Attualmente si praticano diversi sport, footing, ciclismo, soft air e altro, inoltre vengono stipulate diverse gare sportive internazionali come il trail delle 5 quercie

LA FLORA

Il Bosco “Difesa Grande” è un bosco naturale, spontaneo e rappresenta una residua testimonianza della rigogliosa foresta mesofita che ricopriva gran parte dell’intera Puglia. La parte di querceto è formata, principalmente, da tre specie di caducifoglie: roverella (Quercus pubescens s.l.), cerro (Quercus cerris L.) e farnetto (Quercus fra inetto Ten.). Dei 1800 ettari circa, quasi 350 ettari sono costituiti da un rimboschimento a conifere con pino (Pinus halepensis Mill.) predominante e cipressi (Cupressus sempervirens L., e Cupressus arizonica Greeene).
Nel piano arboreo si possono sono presenti altre latifoglie quali l’orniello (Fraxinus ornus L.), carpinella (Carpinus orientalis Mill.), acero minore e acero campestre (Acer monspessulanum L. e Acer campestre L.). le specie arbustive o arboree che più frequentemente si rinvengono sono, a seconda delle zone, il sorbo (Sorbus domestica L.), corniolo (Corpus mas L.), biancospino (Crataegus monogyna Jacq.), ligustro (Ligustrum vulgare L.), perazzo (Pyrus amygdaliformis L.), fillirea (Phillyrea angustifolia L. e P. latifoglia L.), olmo (Ulmus minor Mill.), ginepro (Juniperus oxicedrus L.), ginestra (Spartium junceum L.). Il sottobosco è costituito in prevalenza da lentisco (Pistacia lentiscus L.), pungitopo (Ruscus aculeatus L.), smilace (Smilax aspera L.) e cisto (Cistus salvifolius L. e Cistus incanus L.). Il bosco è stato da sempre governato a fustaia con trattamento a scelta irrazionale e a ceduo matricinato con turni da 15 anni al fine di ricavare legna da ardere, frasche e ghianda per gli animali da allevamento.

LA FAUNA

La Murgia è una regione fortemente e da lungo tempo umanizzata; l’uomo ha quindi avuto un ruolo rilevante nel determinare l’assetto faunistico sia attraverso i mutamenti operati (bonifiche,disboscamenti) sia come diretto traslocatore di specie. A questi fattori che nel tempo avevano dato un volto proprio e caratteristico al nostro patrimonio faunistico, si sono aggiunti in misura sempre maggiore elementi a più accentuato dinamismo che hanno negativamente influito su di esso. Come risultato stiamo andando verso un generalizzato e veloce impoverimento in specie dei vari complessi faunistici che si possono individuare nella nostra regione.
Gli incontri non sono rari. Se ci si addentra lungo i sentieri è possibile imbattersi in innocui rettili quali il ramarro (Lacerta viridis), più grande sauro europeo, il colubro liscio (Coronella austriaca), o la Tartaruga di hermann (Testudo hermanni), la più piccola delle tre specie che popolano il Sud dell’Europa; imbattersi in una lepre o una volpe in cerca di cibo nella fitta vegetazione boschiva non è evento poi tanto raro.
Il complesso faunistico è molto ricco grazie ad una massiccia frequenza ornitica di specie del bosco, la maggior parte delle quali nidificanti, inserite nelle normative e Liste Rosse di salvaguardia, citiamo in tal senso: il cuculo, il barbagianni, il nibbio reale e il nibbio bruno, la poiana, l’assiolo, l’upupa, il gufo comune, l’allocco, il merlo, la capinera, lo sparviere, la ghiandaia la calandra, l’averla capirossa. Tra i mammiferi ricordiamo il cinghiale, la donnola, il tasso, la puzzola, l’istrice, la faina, ed il sempre più raro gatto selvatico. Oltre i rettili già riportati sono diffusi: il biacco (Coluber viridiflavus), il cervone (Elaphe quatuorlineata), il colubro di Esculapio (Elaphe longissima), la vipera aspide (Vipera aspis), la natrice dal collare (Natrix natrix), la luscengola, il geco e la tarantola dei muri. In un territorio caratterizzato da pochi ristagni di acque meteoriche, risulta piuttosto ricca la presenza di specie di anfibi, quali il tritone italico e il tritone crestato, il rospo comune e smeraldino, la rana verde e la rana agile, la raganella e l’ululone dal ventre giallo, tutte specie di rilevante interesse conservazionistico, in quanto minacciate d’estinzione a livello nazionale ed internazionale.
comune Gravina

mercoledì 29 giugno 2016

IL VULCANELLO DI GRAVINA


Uno dei più interessanti geositi regionali (ne sono stati censiti 440) trova posto sulla Murgia, ai confini con la Lucania

vulcano di fango
I geositi sono beni geomorfologici che presentano elementi di pregio artistico ed ambientale. Dal 1995, col sostegno dell’UNESCO, si raccolgono informazioni su scala mondiale per la valorizzazione di questo patrimonio. In Italia ciò avviene ad opera del Dipartimento Difesa della Natura dell’ISPRA (Istituto Superiore per la Ricerca e la Protezione Ambientale) in collaborazione con Regioni,  Enti di Ricerca e ogni figura professionale che voglia fare una segnalazione attraverso una scheda che viene compilata on line sul sito dell’ISPRA. Un recente censimento ha individuati ben 440 geositi in Puglia, di cui 87 nel barese ; si ritiene che ricerche più approfondite possano svelarne un altro centinaio. Uno dei più interessanti geositi di casa nostra lo si trova sulla Murgia, al confine con la Lucania. Parliamo del vulcanello di fango che si ‘eleva’ nel territorio di Gravina.

Frutto del cosiddetto vulcanesimo sedimentario, i vulcani di fango consistono in piccoli coni di fango alti da pochi decimetri ad alcuni metri che eruttano argilla rammollita da acqua salso-bromo-iodica unita a metano e idrocarburi (bitume, per lo più). Il fenomeno è legato alla presenza di terreni argillosi poco consistenti, intercalati da livelli di acqua salmastra, che sovrastano bolle di gas metano sottoposto ad una certa pressione. Il gas attraverso discontinuità del terreno affiora in superficie trascinando con sé sedimenti argillosi ed acqua, che danno luogo ad un cono di fango, la cui sommità è del tutto simile ad un cratere vulcanico. Il fenomeno assume talora carattere esplosivo, con espulsione di materiale argilloso misto a gas ed acqua che talvolta può essere scagliato a notevole altezza. I vulcani di fango sono abbastanza diffusi in Italia dalla pianura Padana in giù. L’unico vulcanello presente in Puglia è quello di Gravina. L’edificio vulcanico, a forma tronco-conica, è a pianta ellittica (il diametro maggiore arriva a 60 m., quello minore è di circa 35 m). L’altezza arriva anche a quattro metri, quando non viene rasato dai contadini. Mutevole è dunque la morfologia di questo vulcanello, che presenta più crateri, dei quali alcuni si chiudono e altri si aprono. Emette un fango particolarmente denso... Sarebbe il caso di tutelarlo. E’ inaccettabile che bulldozer possano farne scempio per esigenze agricole limitate a meno di un ettaro. E poi mai scherzare con queste cose. A settembre dello scorso anno, a Macalube di Aragona, nei dintorni di Agrigento, due bambini sono morti, sepolti dal fango eruttato da una di queste montagnole. Il padre dei piccoli, sopravvissuto alla tragedia, ha raccontato di un pezzo di terra grande quanto un campo di calcio che si è letteralmente ‘ribaltato’ prima che una colonna di fango alta 40 metri di sollevasse per poi ricadere a sommergere i due innocenti.

Italo Interesse
quotidianodibari.it


 COORDINATE DEL VUCANELLO     40°42'10.58"N      16°25'44.03"E
posizione del vulcanello di Gravina

martedì 21 giugno 2016

U'Vrdèt

Piatto tipici del giorno di Pasqua della BAnzi di mio Padre, l'antica fons bandusiae di Orazio

INGREDIENTI: cicorie campestri, cardoncelli (verdure tipiche della Murgia Barese e della campagna premurgiana),finocchietti selvatici, asparagi di bosco, uova, sale, pepe, salame casareccio e carne di agnello e/o capretto, olio di oliva.

PROCEDURA: cuocere insieme le cicorie, i finocchietti, i cardoncelli e gli asparagi (ben puliti e lavati), far rosolare la carne e tagliare a tocchetti il salame. Quando le verdure sono a metà cottura, aggiungere nello stesso condimento la carne d'agnello o capretto rosolata, il salame a tocchetti, pepe in grani e le uova sbattute. Far amalgamare bene e servire caldo.


domenica 19 giugno 2016

PALAZZO POPOLIZIO XVII secolo di Gravina in Puglia.



Oggi 19 giugno del 2016 la città di Gravina ha potuto ammirare la rinascita di un antico palazzo, il Palazzo Popolizio, fastoso palazzo del XVII secolo di Gravina in Puglia.
Grazie ad un restauro durato quasi due anni il sogno della Proprietaria Sig.ra Prof.ssa Caterina Piarulli in Michele Deveteris  è diventato realtà, varie vicissitudini e invidie hanno tentato di fermare questa grandiosa opera della Prof.ssa Piarulli ma la volontà ferrea e la scelta di mano d’opera vincente coadiuvata dalla professionalita del Marito Michele, ha saputo vincere ogni avversità.
Alta cura degli ambienti, certosino recupero di quello che è stato possibile recuperare, dati i maltrattamenti e rimaneggiamenti nonché incuria dei passati abitanti del Palazzo. Dopo che i componenti della Famiglia Piarulli avevano giustamente preso ognuno la propria strada di vita. il palazzo viene dato in eredità alla Prof.ssa Piarulli dalla mamma sig.ra Colonna Popolizio Chiara e cosi comincia a crescere il desiderio in lei di vedere finalmente la propria casa natia rinascere, dando lustro alla famiglia Popolizio e alla città.
E' situato nel cuore del centro storico a ridosso dell'antico rione Fondovito, in via Guglielmo Marconi proprio vicino l'antico arco della porta di San Agostino, già porta San Antonio. C'era il vescovo e il sindaco al taglio del nastro, invitati dalla sig.ra Caterina Piarulli oltre a tanti amici, la crèm de la crèm della Gravina bene, il fotografo amatoriale freelander Piero Amendolara, una delegazione del Movimento Duosiciliano (il segretario nazionale M. Ladisa e il rappresentante per Gravina R.M. Renna) nonché la presidentessa dell’associazione culturale e ambientale “stella del Monte” Gabriella Sabato.
il riconoscimento de “Il Brigante NEWS e 4 gigli di qualità come massimo valore è meritatissimo
Rocco Michele Renna

Il Palazzo
fonte : www.palazzopopolizio.it

L'immobile denominato Palazzo Popolizio è situato all'interno; del nucleo antico della città di Gravina in Puglia e precisamente in una vecchia strada, via Marconi, anticamente denominata delle Beccherie, nei pressi della cosiddetta Porta di Basso, oggi Porta sant'Agostino nelle vicinanze dell'omonima chiesa.
In tale ambito, a ridosso dei rioni popolari di Piaggio e Fondovito, si ergevano le case signorili della borghesia latifondista.
II fabbricato è incluso in un grande isolato composto da una successione di palazzotti dalle fattezze seicentesche: con rimaneggiamenti nel nostro caso, tardo ottocenteschi come si evince dalla grande cornice, a mo’ dì portale che abbraccia l'intero prospetto.
Interamente costruito in tufo, materiale di cui la zona è particolarmente ricca, il fabbricato è costituito da un piano terra, un piano primo, secondo e un piano terzo con aree terrazzate e suppigne.
Il piano terra è caratterizzato da un portale di ingresso che conserva la tensione barocca nella contrapposizione volumetrica, in uno con il piano superiore dei vuoti e dei pieni, questi ultimi rappresentate da paraste più volte ribattute. I due piani superiori mostrano sopra le finestre cornici a timpano triangolare e ad arco ribassato, con un vezzo centrale che, all'ultimo piano, si slancia fino a raggiungere il cornicione di chiusura.
L'impianto planimetrico denuncia chiaramente che l'attuale confermazione deriva da un accorpamento del palazzotto su via Marconi con la parte sottostante con la parte retrostante che ha orizzontamenti a quote differenti rispetto al precedente, probabilmente accorpato nel tempo in seguito a successive acquisizioni.
Ai lati dell'ingresso ci sono due locali; quello a destra è coperto da una successione di volte a vela, interamente realizzate in tufo; da esso si accede alle cantine anch'esse scavate nel tufo a diversi livelli interrati.
Il locale di sinistra, più, piccolo ha il calpestio pesto a circa 90cm. rispetto al piano stradale per la presenza della sottostante cantina.
Dall'ingresso, una rampa di scale, realizzata con gradini in mazzaro, porta al primo piano dove si trovano gli accessi ai tre appartamenti.
Il primo con ingresso a destra della scala, è composto da un disimpegno, coperto da una volta a padiglione, dal quale, a destra, si accede al grande salone con affaccio su via Marconi.
Questo grande vano, con volta a padiglione conserva le decorazioni pittoriche sulla volta a motivi floreali, festoni e medaglioni con vedute di paesaggi.
Dal disimpegno si accede alla cucina e da questa ad uno spazio aperto su cui si affacciano le aperture del secondo appartamento.
Quest'ultimo ha l'ingresso posto di fronte alle scale e da esso si giunge in un ampio salone coperto da una volta a padiglione unghiata, collegata ad una seconda sala con volta a crociera.
Per esigenze di spazio sono stati ricavati due piccoli vani deposito.
La prima sala è collegata al vano cucina dove è collocata una vecchia cucina a legna dal quale tramite una ripidissima rampa di scale, si accede al secondo piano.
Da qui si accede ad un grande vano: coperto da un tetto con struttura in legno e coppi collegato ad un altro vano.
A margine di questa stanza ci sono due piccoli accessori.
A sinistra delle scale del primo piano si trova un terzo appartamento, composto da un vano dal quale si accede sulla sinistra ad una sala che presenta una volta dipinta, mentre sulla destra, si trova un piccolo vano destinato ai servizi della cucina.
Il secondo piano è suddiviso in due appartamenti.
Quello con ingresso a destra è composto da un disimpegno con due camere coperte da volte a cupola, unghiate; la prima presenta una finestra con affaccio sulla rampa di scale, mentre l'altra camera presenta una finestra con affaccio su via Marconi.
A sinistra del disimpegno si trova la cucina, il cui pavimento è in marmette in cemento con decori floreali, ed il bagno.
Dal vano disimpegno, tramite una rampa, si arriva al sottotetto che a causa di diversi crolli succedutesi nel tempo, presenta attualmente alcune zone terrazzate ed altre coperte da semplici tetti a falda inclinata con struttura portante in legno.
Rigirando sulla rampa sottostante si accede ad un piccolo ma grazioso torrino belvedere dal quale è possibile scorgere bellissimi scorsi del centro antico della città.
Al piano coperture si può arrivare anche attraverso una seconda e disagevole rampa posta nei pressi della cucina del primo appartamento del piano sottostante, che porta sull'altro lato del piano e che presenta anch'esso per via dei crolli e delle demolizioni, porzioni terrazzate ed altre coperte.
I vani prospicienti la via principale sono sicuramente quelli di maggior pregio in quanto conservano tutt'ora tracce di affreschi con motivi floreali, festoni e medaglioni con vedute di paesaggi.
Dal torrino sopra il piano terrazza si gode un panorama notevole nel quale si distinguono: la collina di Botromagno, in cui è presente un insediamento archeologico di notevole interesse che abbraccia un periodo che va dall'VIII sec. a.C. al III sec. d.C., la Basilica Cattedrale e l'intero centro storico.
L'attuale proprietario è la prof.ssa Caterina Piarulli che ha ricevuto l'immobile in eredità dalla mamma signora Colonna Popolizio Paola, attiva socia dell'Associazione Amici della Fondazione Ettore Pomarici Santomasi di Gravina impegnata nella valorizzazione e promozione culturale di questa città ricca di testimonianze artistico-storiche-ambientali.
Pertanto, Palazzo Popolizio, quale esempio particolarmente importante di architettura palaziale del XVII-XIX secolo in Gravina in Puglia, presenta interesse storico-artistico ai sensi dell'art. 10 del D. Lgs. 42/04.

venerdì 17 giugno 2016

il solco argilloso e Angelina Romano 8 anni, trucidata dai liberatori italiani 1862, martire dell'invasione italiana

– “castellammare del golfo,
Il 30 Giugno del 1861, pochi mesi dopo la proclamazione dell’Unità d’Italia viene pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del Regno, la legge che istituiva la leva militare obbligatoria per i nati in Sicilia nel 1840. E questo fu il primo orrendo regalo del nuovo regno appena nato.
Nel registro dei defunti della Matrice di Castellammare si legge: "Romano Angela filia Petri et Joanna Pollina consortis. Etatis sua an.9 circ. Hdie hor.15 circ in C.S.M.E Animam Deo redditit absque sacramentis in villa sic dicta della Falconera quia interfecta fuit a militibus regis Italiae". Sintetizzando c’è scritto che alle ore 15 circa, fu uccisa nella contrada di Falconera, dai soldati del Re d’Italia, Angela Romano di quasi 9 anni, che ha reso l’anima a Dio senza avere potuto avere i Sacramenti.
Addì 3 gennaio 1862 Venerdì , Romano Angelina, di anni 9, fucilata, accusata di 'brigantaggio'. Questo quanto risulta dall'archivio storico militare, questo e tanto altro ancora la "storia ufficiale" non ha mai raccontato. Il, 3 gennaio, ricorre l'anniversario della fucilazione della piccola angelina, la più giovane vittima fra quelle che, in qualche modo, la storia siciliana racconta.

Il giorno seguente, venerdì 3 gennaio, i bersaglieri perlustravano i dintorni di Castellammare e, giunti in contrada Falconiera, vi stanarono uno sparuto gruppo di paesani che si erano lì rifugiati perchè terrorizzati dagli eventi della giornata precedente. Tra loro anche Don Benedetto Palermo, parroco del paese. Il drappello di militari venne raggiunto dal generale Quintini che dopo un interrogatorio sommario e senza alcun processo, diede ordine di fucilare quei popolani.

L’accusa? Essere parenti degli insorti.

*Angela Romano, una bimba di 9 anni, era riuscita a nascondersi all'arrivo delle truppe e da dietro un cespuglio osservava atterrita quanto accadeva a pochi passi da lei. Era rimasta immobile e in silenzio per tutto il tempo, spaventata dalle urla dei militari e sconvolta dalle percosse che subivano i suoi compaesani. Mordeva la stoffa della maglia che indossava per sopprimere ogni gemito di paura. Consapevole che qualcosa di orribile stava per accadere, Angelina, pensò: “Chi sono questi militari dallo strano accento e con i cappelli piumati? Cosa vogliono dal prete e dagli altri? Perchè non se ne vanno?” Poi vide la sua gente trascinata con forza verso un muro mentre inutilmente imploravano, piangevano e urlavano al cielo le loro ultime preghiere. Li misero in fila uno di canto all'altro allineandoli con il calcio del moschetto: per primo Antonio Corona, di anni 70; poi Angelo Calamia, di anni 70 anch'egli; il prete, Don Benedetto Palermo, di anni 43; Mariano Crociata, di anni 30; Anna Catalano, di anni 50 e Marco Randisi, di anni 45. Non ha resistito Angelina e il pianto dirompente la fece scoprire dai soldati che la spinsero fuori dal cespuglio e, in lacrime, la gettarono ai piedi di Anna Catalano che la sollevò e la strinse forte a sé. Piangeva Angelina, aggrappandosi all'ampia gonna di Anna che nell'ultimo materno abbraccio cercava di proteggerla dal piombo infame che di lì a poco avrebbe fatto scempio delle sue innocenti carni. Davanti agli occhi della bambina, incredula e smarrita, una fila di uomini in divise dai bottoni e dalle bardature scintillanti. Le baionette erano ferme mentre ciascun bersagliere già mirava al petto della vittima prescelta, pronto a farne grondare il sangue sulla nuda terra in nome dell'Unità. Fiero del suo operato e pronto a uccidere, la voce secca del generale Quintini, fermò il vento e ammutolì anche il singhiozzare della povera Angelina, in un eterno attimo di dolore:
“Puntate! Mirate! Fuoco!”

Era venerdì, 3 gennaio e faceva freddo mentre Angelina, vittima del risorgimento, esalava l’ultimo respiro della sua, fin troppo breve, vita.

Castellammare del Golfo - Trapani- 3 gennaio 1862, Venerdì.
IL SOLCO ARGILLOSO ( racconto di Vittoria Longo, Sicilia 1862)
Vittoria Longo scrittrice
Documento rinvenuto da Francesco Bianco


In un solco argilloso, di una campagna arsa dal fuoco del sole e per mano dei “liberatori”, giace, semi-scucita, una minuscola bambola di pezza. Ha il vestito di canapa e un grembiule a fiori. I capelli sono due ciuffi di lana neri, raccolti con un nastrino annodato a fiocco. Gli occhi, sono due bottoncini da camicia, naso a patatina e la bocca sorridente da bimba spensierata, che si appresta al gioco. È li, nel campo incenerito dal fuoco nemico, col volto rivolto per terra; per schivare i raggi cocenti del sole o per timore dell’uomo nero? Resta li ferma, senza vita, intorno a lei un silenzio assordante e l’odore acre del bruciato. Mani esperte di mamma, con ago, filo e lana, avevano confezionato, con amore, quella bambola. Era il dono per una piccina che di li a poco avrebbe compiuto nove anni. Le sue piccole braccia l’avrebbero coccolata, amata; sarebbe stata compagna di giochi e confidente fedele di piccoli e dolci segreti. Ma è lì, col volto schiacciato tra le zolle di terra, ignara che a pochi metri giace il corpicino della piccola Angelina. È l’inverno del 1862, a Castellamare del Golfo, nonostante la stagione fredda il sole è caldo, vuole riscaldare i due corpicini non avendo il coraggio di abbandonarli. Era trascorso un anno da quando il governo Piemontese aveva mandato in Sicilia il generale Covone, con l’ordine di proclamare lo stato di assedio ed emanare la legge marziale. I soldati piemontesi ebbero “libero arbitrio” decidendo della vita e della morte di poveri civili . Il malcontento generale aumentò con il proclama della legge sulla leva obbligatoria, che i siciliani non conoscevano sotto i Borbone, e che li avrebbero allontanati dalla propria terra e famiglia per sette lunghi anni. In molti lasciarono le proprie abitazioni, rifugiandosi nei boschi dei monti circostanti, ma il freddo, la mancanza di cibo e le condizioni non certo favorevoli, portarono quest’ultimi, guidati da Francesco Frazzitta e Vincenzo Chiofalo a ribellarsi contro l’esercito piemontese. Armati alla meglio scesero dai monti dirigendosi verso l'abitazione del Commissario di leva e quella del Comandante della Guardia Nazionale ammazzando i commissari governativi e bruciando le loro case. La repressione dei Piemontesi si ebbe il giorno dopo, quando al porto attraccarono due navi da guerra da cui scesero centinaia di bersaglieri, pronti a vendicarsi e nei rastrellamenti perpetrati ne fecero le spese anche persone estranee ai fatti tra cui: Mariana Crociata cieca, analfabeta, di anni trenta; Marco Randisi di anni 45, storpio, bracciante agricolo, analfabeta; Benedetto Palermo di anni 46, sacerdote; Angela Catalano contadina, zoppa, analfabeta, di anni cinquanta; Angela Calamia di anni settanta, analfabeta; Antonino Corona, di anni settanta, e la piccola Angelina Romano accusata come gli altri di brigantaggio tutti fucilati, per ordine del Generale sabaudo Pietro Quintino. Nessun processo, nessuna sentenza! I condannati avevano infranto l'articolo 3 di un editto speciale atto a "reprimere" la resistenza dei lealisti borbonici: "Chiunque verrà incontrato per le vie interne o per le campagne con provvigioni alimentari superiori ai propri bisogni o con munizioni di fuoco per ingiustificato uso, sarà fucilato" Ma di quale crimine può macchiarsi un angelo innocente di soli otto anni e due mesi? Quale bestia riesce a puntare il fucile su una bambina inerme? Magari tra le mani reggeva un tozzo di pane raffermo che l’avrebbe sfamata per un giorno, poiché con il loro arrivo avevano “liberato” le case anche dal cibo. Angelina scorrazzava felice nei campi, i suoi lunghi capelli neri le carezzavano il viso al soffio del vento e gli occhi ridenti erano speranzosi di vita. Le sue grida felici accompagnavano, mesi prima, il lavoro dei contadini intendi ad arare e seminare i campi di grano, che facevano da cornice all’ innocenza. Ma il vento caldo del sud fu spazzato via da quello gelido del nord. Le grida che adesso si odono, sono quelle di dolore, i profumi campestri sono coperti dal tanfo della morte, lo sgambettare frenetico della bimba sostituito dalla marcia lugubre dei cappelli piumati. Un dipinto di morte dove la tela è troppo piccola per contenere tutte quelle vittime. Ma Angelina, è minuta, basta un colpo di pennello per ritrarla. Ferma, sola, tra le grida strazianti di chi perisce intorno a lei, fissa la fredda canna di quel fucile e gli occhi gelidi del suo assassino. Non una parola, non un gemito, stringe a se quel duro pezzo di pane, lo stringe tanto forte che sembra difenderlo. Le lacrime rigano le dolci e ormai, pallide gote, le dita dei piedi nudi e polverosi, iniziano un frenetico movimento, sa che tutto sta per finire. Un pensiero va alla mamma, che spesso la cullava sulle sue ginocchia e al papà quando al crepuscolo ritornando dal lavoro, lei le correva incontro. Un boato squarcia il cielo azzurro, gli uccelli appollaiati sui rami degli alberi prendono un volo improvviso, sembrano impazziti e il corpicino esamine di Angelina cade a terra. Gli occhi rivolti al cielo, la piccola mano libera il tozzo di pane, non più duro perché intriso del suo sangue; ed è in questo connubio di pane e sangue che la nostra piccola si lega a Dio, come l’alleanza di Cristo con gli uomini, attraverso il sacrificio della sua morte che si rinnova nel rito della comunione. Il “piumato” soddisfatto raggiunge i suoi compagni mentre Angelina può finalmente, contemplare la sua pace. Distesa in un un solco argilloso, col suo vestitino di canapa, capelli neri, naso a patatina, sorride ad un passerotto venuto a farle compagnia; lui la guarda e timido si avvicina, beccando, amaramente, quel tozzo di pane.

ANTONIO CIANO RACCONTA COME HA SCOPERTO L'ASSASSINIO DELLA PICCOLA ANGELINA ROMANO FUCILATA DALLA FECCIA PIEMONTESE!

Fucilata il 3 Gennaio 1862 a 8 anni e 2 mesi !


Antonio Ciano Scrittore
"......Ebbene, quella ragazzina di otto anni e due mesi, fu fucilata a Castellammare del Golfo, si chiamava Angelina Romano, stava giocando a Crì Crì quando fu presa dai bersaglieri. Aveva fame, era quasi l'una di pomeriggio, e i soldati del regio esercito italiano, comandati dal generale Quintini, le riempirono la pancia di piombo. Il Regio Esercito Italiano, è scritto in latino sul libro dei defunti della chiesa madre di Castellammare: " Romano Angela filia Petri et Joanna Pollina consortis. Etatis sua an.9 circ. Hdie hor.15 circ in C.S.M.E Animam Deo redditit absque sacramentis in villa sic dicta della Falconera quia interfecta fuit at MILITIBUS REGIS ITALIE. Eius corpus sepultum est in campo sancto novo." Questa trascrizione venne fatta a posteriori dal parroco della chiesa madre perchè i piemontesi ordinarono di non far trascrivere i morti per quattro giorni. La gente non doveva sapere ciò che stava accadendo a Castellammare del Golfo. I bersaglieri di Quintini stavano massacrando i contadini repubblicani che protestavano contro i savoia, avanzavano con la bandiera rossa repubblicana (quella di Mazzini) e gridavano " Viva la repubblica" Probabilmente Angelina fu fucilata perchè forse, era parente di qualche renitente alla leva. Ci tengo a dire che quell'esercito non era italiano, era solo savoiardo e piemontese. La ricerca mi è stata possibile grazie alla Signora Linda Cottone che mi ha accompagnato a Castellammare dallo storico locale Francesco Bianco, che ha avuto accesso agli archivi della chiesa madre....."
Fonte : Antonio Ciano

mercoledì 8 giugno 2016

IL MAL GRAVINESE O SINDROME DELL'OZIO CRITICATIVO (S.O.C.)

Il mal gravinese o Sindrome dell'Ozio Criticativo (S.O.C.)

I simboli che rappresentano il Mal Gravinese sono normalmente un uomo addormentato (che quindi non sbaglia, ma neppure fa niente ) o sta alla finestra ad osservare tutti e criticare tutti.

La più famosa rappresentazione di questo stato d'animo è la Melencolia I, di Dürer, che lo collega alla
tristezza, ma anche al calcolo, alla riflessione, all'ozio criticativo.
Melencolia I o Melacholia I  di Albrecht Dürer

In pratica il gravinese , partendo da un preconcetto assimilato o inculcato evita di produrre novità e si limita ad assorbire quanto basta per sopravvivere , di contro critica chiunque provi a smuovere le acque che lo porterebbe a darsi da fare e quindi produrre, ha l'avversione all'operare, mista a noia e indifferenza

 Di fronte a progetti innovativi sulla città e i suoi cittadini si scatena subito, perchè sa che deve muoversi, altrimenti chi lo ha seguito fino ad ora capirebbe con chi ha avuto a che fare, e quindi senza ascoltare il nuovo progetto per la città scatena zizzania su preconcetti anche senza fondamento e gli altri affetti dalla stessa Sindrome lo seguono perchè in effetti gli dice esattamente quello che vogliono farsi dire, cioè che chi rappresenta le istituzioni è pigro e nullafacente, ladro ecc.

Alla richiesta particolare : " e tu cosa proponi?" si inalbera ancora di più dicendo che non si può fare niente in questa città e quindi meglio lasciare le cose come stanno paventando soluzioni sballate a modi di fare delle istituzioni, non sapendo che una legge nazionale impone quello che lui critica e non lo accetta neanche di fronte alla realtà dei fatti, o non vuole accettarla perchè in questo modo si scoprirebbero gli altarini mentali del soggetto e quindi rifugge al dialogo.

Nel momento stesso che qualcuno gli racconta esattamente quello che lui vuole farsi raccontare è il primo a seguire il cantrastorie, almeno cosi può ottenere quello che ha sempre desiderato, criticare e lavorare poco o niente.

Una persona che non reagisce o reagisce lentamente agli stimoli esterni; quindi apatico, pigro, fiacco nei movimenti e nell’operare, una persona, che non mostra alcun dinamismo in pratica un indolente ma con tendenze linguistiche aggressive per mascherare la sua sindrome.

Se troppo stimolati a lavorare possono arrivare anche alla diffamazione per ottenere quello che che gli spetta di diritto, secondo loro, l'ozio criticativo. Bisognerebbe subito riconoscere queste persone e isolarle dal contesto cittadino per evitare che la loro Sindrome contagi l'operatività di chi si vuole battere per la città o per il suo lavoro, anche negli uffici pubblici e in quelli scolastici sono presenti e sono quelli che alla fine rovinano il buon nome dell'ufficio stesso
Rocco Michele Renna