lunedì 30 gennaio 2017

Gli omicidi dei bersaglieri piemontesi al comando di un assassino di razza: “ Pietro Quintini” e la piccola Angelina Romano



foto di Pirozzi

Vorrei narrarvi di una bambina felice di nome Angelina Romano di 9 anni che soleva giocare con i suoi coetanei e accoglieva festante il papà di ritorno dalla giornata di lavoro, purtroppo non posso e Dio solo sa quanto avrei voluto farlo …

Era il 3 gennaio del 1862, Angelina come tutte le bambine di quella epoca nella città di Castellammare del Golfo passava la giornata aiutando sua madre nelle faccende di casa e giocando con i coetanei  e di tanto in tanto sentiva parlare di guerre, di unità ma per lei erano cose dei grandi, un giorno aveva visto anche degli uomini
con la casacca rossa  che venivano accolti festanti  da alcuni compaesani, non capiva se la casacca era sporca di sangue oppure di colore rosso per coprire le macchie di sangue.
I coetanei più grandi e smaliziati gli dissero che erano una specie di soldati che in guerra avevano ucciso tanti siciliani. 

Angelina però, era una bimbetta dal cuore nobile e non capiva a cosa alludevano i suoi compagni, non immaginava l’orrore che avevano portato quelle casacche rosse, ma anche queste passarono e andarono via.
Angelina continuava la sua vita di fanciulla un po' bambina e un po' adulta, doveva aiutare la mamma con le faccende di casa, a quell’epoca si cresceva subito e le bambole venivano messe in disparte molto presto.
foto di Pirozzi
Quel giorno però Angelina diventò più che adulta per l’orrore che aveva visto e che fino ad ora gli avevano raccontato i cantastorie e le voci di paese.
Arrivarono in paese degli strani soldati pennuti che parlavano una lingua strana, cominciò un gran trambusto e Angelina corse a nascondersi, a cercare la sua Mamma o il suo papà quando ad un tratto sentì delle grida, pianti, imprecazioni, preghiere, scorse il suo parroco e corse da lui in cerca di protezione ma suo malgrado assistette ad uno spettacolo orribile.
Don Benedetto Palermo di 43 anni, Mariano Crociata di 30 anni, Marco Randisi di 45, Anna Catalano di 50, Antonio Corona di 70 e Angelo Calamia di 70, persone che lei conosceva benissimo e che non avrebbero fatto male ad una mosca erano in fila, ma per far cosa? E perché piangevano e pregavano? Cosa facevano quegli strani soldati pennuti con il fucile puntato contro di loro?
Angelina non fece nemmeno in tempo a finire di pensare a cosa stesse accadendo che udì un ordine forte e secco, in un lingua che non conosceva ma che di lì a poco dovette capire suo malgrado cosa volesse dire.
Tanti fucili messi insieme esplosero un solo colpo cosi all’unisono da sembrare un'unica arma, tanto rumore e  fumo, Angelina vide con immenso terrore il suo parroco e gli altri cadere in un lago di sangue.
- “Mamma mia cosa è successo, dove sei mamma, mamma? Sento le lacrime scorrere sul mio viso ma non riesco a muovermi per l’orrore, sto piangendo… dov’è la mia mamma perché Don Benedetto non si muove più?”
Intanto quell’orribile soldato che comandava diede ordine di prendere Angelina e sistemarla fra i cadaveri per fucilare anch’essa, lei non riusciva a muoversi dalla paura, venne presa di peso e messa al muro dove stava anche il suo parroco che non avrebbe potuto confortarla.
-“Mamma dove sei mamma mia, cosa vogliono questi uomini da me, non ho fatto niente, urlano e strepitano parole che non capisco ed ecco di nuovo il fragore dell’esplosione, riesco quasi a vedere la pallina di ferro che corre verso di me, il tempo si è fermato mentre sento un dolore lancinante nelle mie carni straziate da quelle palline di ferro lanciati da quei demoni pennuti con le loro uniformi scintillanti.
 Mamma mia dove sei? Mamma non abbandonarmi, sento le forze andare via e vedo il mio sangue che esce copioso, perché mi avete fatto questo? Cosa volete da me sono solo una bambina di 9 anni e adesso il mio sangue si mescola alla terra e a quello di Don Benedetto.
Aiutami mamma non voglio morire senza abbracciarti ancora, non lasciarmi andare via mamma , mamma mia, mamma… “
Era il 3 gennaio del 1862, il vento spazzava le divise sporche degli schizzi di sangue e faceva svolazzare le “penne” dei bersaglieri.
Possiamo solo immaginare cosa potesse passare per la testa ad una bimba innocente di fronte ad un plotone di esecuzione ma facciamo luce su ciò che accade quel 3 gennaio 1862 all’italiana Angelina Romano ed ai suoi compaesani.
Narrano così vari giornalisti o cultori di storia meridionale che si sono avvicendati a narrare questo triste primato Siciliano, Angelina Romano, venne fucilata a seguito della messa in vigore della Legge Pica anche in terra di Sicilia.
Era l’inverno del 1862, e già dall’anno precedente il neo governo sabaudo-piemontese aveva mandato in Sicilia il generale Covone dandogli poteri “speciali”, tra cui quello di emanare la legge marziale e proclamare lo stato d’assedio. Il primo atto di questo generale fu quello di dare ordine ai soldati piemontesi di avere “libero arbitrio” nel decidere della vita o della morte dei siciliani.
Proprio in questo clima di ostilità accaddero fatti gravissimi che coinvolsero la città di Castellammare del Golfo. Ivi il malcontento verso gli oppressori sabaudi era molto forte, ma la scintilla che fece esplodere la rivolta fu l’introduzione della leva militare obbligatoria, provvedimento sconosciuto sotto i Borbone.
Tale legge, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del Regno il 30 giugno 1861, comportava l’allontanamento per sette lunghi anni di tanti giovani dalle loro famiglie e dalle loro terre Per scappare da questa norma ingiusta tantissimi ragazzi si nascosero nei boschi e nelle colline intorno alla città, ma non potendo vivere a lungo in quelle condizioni disagiate, il 2 gennaio 1862 decisero di insorgere contro i piemontesi al grido di “ abbasso la leva a morte i Cutrara”( i cutrara in Sicilia erano i ricchi che pagavano profumatamente per non fare il militare).
Sono passati 155 anni da quel triste 3 gennaio del 1862, giorno in cui fu fucilata la piccola Angelina Romano, età anagrafica “anni 9″, colpevole del solo fatto di aver assistito alla fucilazione di 6 persone tra contadini e Parroco del paese, tutti sorpresi dai Bersaglieri in contrada Falconiera, nei pressi di Castellammare del Golfo, in provincia di Trapani, ove si erano rifugiati per paura.
Alle 14 di una gelida giornata invernale, più di 450 giovani, armati di qualsiasi cosa avessero trovato per le strade, entrarono nella città di Castellammare e diedero l’assalto alla sede del commissario di leva Bartolomeo Asaro e del comandante della Guardia Nazionale Francesco Borruso.
I piemontesi risposero immediatamente e da Palermo furono mandati interi battaglioni di bersaglieri coadiuvati da ben due navi da guerra che approdarono nel porto della città. Il 2 gennaio 1862, 450 giovani siciliani assaltarono la sede del Commissariato di Leva, allora era Commissario Bartolomeo Asaro, e dentro trovarono anche il Comandante della Guardia Nazionale, Francesco Borroso. All’arrivo del battaglione di Bersaglieri, inviato dal capoluogo Palermo, i giovani si dileguarono tutti nelle campagne e sulle pendici dei monti circostanti, ma i militari trovarono rifugiati in un casolare di Falconiera, i sopracitati 6, che in virtù dei poteri dovuti alla proclamazione dello Stato di Assedio, furono tutti passati per le armi, prete compreso.
Pietro Quintini

Secondo i Piemontesi i condannati avevano infranto l’articolo 3 dell’editto speciale nato per reprimere il brigantaggio ossia di connivenza coi briganti. Però alla fine dell’esecuzione furono sentiti i pianti di una bimba che aveva assistito alla fucilazione e che fu messa subito al muro, ancora con la faccina bagnata dal pianto è giustiziata”; nell’archivio militare si legge” Castellammare del Golfo, 3 gennaio 1862, Romano Angelina di anni 9, fucilata, accusata di Brigantaggio”. La presero di peso e la posero, ancora col viso bagnato dalle lacrime, di fronte al plotone di esecuzione.
e il comandante Pietro Quintini fu insignito della commenda dell’ordine  Militare dei Savoia, perché il 3 gennaio con molta accortezza (così recita la sua biografia ma io direi con molto disprezzo della vita umana innocente), coraggio ed energia lodevolmente (vigliaccamente), dette esempio di valore (infernale) nel ristabilire l’ordine a Castellammare di Sicilia (attuale del Golfo)
Renna Rocco Michele

il resto lo trovate qui:
biografia di Quintini
ringraziamo il Comitato studi Due Sicilie per le informazioni e Nicola Pirozzi per le foto

mercoledì 18 gennaio 2017

ECCO COME HANNO FATTO L’ITALIA: tratto dal libro Stragi ed eccidi dei Savoia durante il Risorgimento di V. Longo, D. Offi; A. Ciano




<<Donne umiliate e torturate da un branco di bestie, davanti ai propri figli, mariti, genitori, subendo lo sguardo soddisfatto di chi le possedeva, senza riuscire a divincolarsi dalle loro luride mani, che ne toccavano, scrutavano, con veemenza, il corpo, non una volta, ma due , tre, fino a dieci volte.

Da donna lo so, lo capisco, vorresti che la lucidità della mente ti abbandonasse per non provare più l’umiliazione, il dolore, la vergogna che ti mettono addosso, mentre continui a sentire le loro risate, il loro piacere; mentre ti sussurrano all’ orecchio qualcosa di lercio.

 Vorresti morire, subito, anzi, avresti preferito la morte, a tutta quella violenza, e chiedi al Signore il perché di quell’affronto, anziché un colpo di fucile alla testa.

 Mentre gli occhi di un bambino fissano l’orrore, il tuo sguardo sembra incitarlo a voltarsi dall’altra parte; e la pena è di entrambi.

 Poi, all’improvviso una fredda lama squarcia il tuo ventre, la “desiderata” baionetta sta per mettere fine all’orrore; e tu sei lì, con gli occhi al cielo d’agosto e ti senti finalmente libera.

 La fine è vicina, ma altre mani sfiorano il tuo ventre, lacerato e sanguinante, e quel tocco lo riconosci, non ti fa paura, tutt’altro.

Allora, chini il capo, e l’ultimo sorriso è per tuo figlio, che piange disperato mentre ti abbraccia, il volto sporco del tuo sangue come quando lo desti al mondo, ma ora parla, sussurra e dice: “mamma”.

 Le forze ti abbandonano, ma con voce flebile lo rincuori e prima dell’ultimo respiro gli dici: “un giorno saremo vendicati, ritorneranno i briganti, e ciò che è stato mai più sarà>>
Vittoria Longo

domenica 15 gennaio 2017

SALVATORE GIULIANO, L'ULTIMO BRIGANTE E LA STRAGE DI STATO DI PORTELLA DELLA GINESTRA




 SALVATORE GIULIANO
 L'ULTIMO BRIGANTE CHE TOGLIEVA AI RICCHI PER DARE AI POVERI...
Salvatore Giuliano nacque a Montelepre il 16/11/1922. Il padre, suo omonimo, costretto ad emigrare negli Stati Uniti, a più riprese riuscì a comprare diversi pezzi di terra nei dintorni del paese. Infine rimpatriò per occuparsi della loro coltivazione.
Il giovane Salvatore, finite le elementari, andò ad aiutare il padre.
In vertà avrebbe preferito il commercio, ma nn si sottraeva al suo dovere anzi trovava il tempo per continuare gli studi. Spesso finito il lavoro, andava dal prete del paese o da un suo ex insegnante.
I generi di prima necessità diventarono sempre più rari. Il governo, per fronteggiare la crisi, dispose l'ammasso del grano.
Tutti i contadini furono costretti a privarsi del raccolto ed a sopravvivere con le " famigerate tessere".
Nascondere il grano era reato, ma anche a nasconderlo non si poteva macinarlo perchè i mulini erano sorvegliati. In questo contesto la maggioranza della popolazione era al limite della sopravvivenza. Nelle campagne dell'entro terra, qualche contadino era riuscito ad occultare parte del raccolto e Salvatore Giuliano aveva fabbricato un piccolo mulino. Ma la farina non bastava mai, perchè Egli la dava ai bisognosi.
Nella famiglia Giuliano era il fratello maggiore che procurava il grano; ma, anche lui, venne richiamato in guerra. Toccò a Salvatore Giuliano poco più che ventenne, provvedere ai bisogni della famiglia. Inesperto del " modus operandi" , il due settembre del 1943, incappò in una pattuglia composta da due guardie campestri e da due carabinieri. Furono inutili le preghiere e le spiegazioni. venne accusato di contrabbando per due sacchi di grano di circa 40 kg. ciascuno. Gli sequestrarono il mulo ed il grano. intendevano arrestarlo per condurlo al " presidio americano" . Egli esibì i suoi documenti e chiese di essere denunciato ma non arrestato. Gli sembrò che i militari si fossero convinti, quando avvistarono quattro muli stracarichi. Erano contrabbandieri "veri".
Il giovane Giuliano venne lasciato libero e da solo. provò ad allontanarsi, ma i militari se ne accorsero e gli spararono sei colpi. Con due lo colpirono al fianco. Al carabiniere Giuseppe Mancino, venne ordinato di finirlo, nel caso fosse ancora vivo, ma egli, che aveva sentito, lo precedette e lo ferì gravemente con la pistola che teneva nascosta nello stivale.
Il militare morì l'indomani a Palermo, mentre Salvatore Giuliano, dopo aver trascorso un mese tra la vita e la morte, guarì perfettamente e si rifugiò sulle colline intorno a montelepre.
Il 24 dicembre del 43, allo scopo di catturarlo, le autorità disposero di circondare il paese con 800 carabinieri. Non vi riuscirono e per rappresaglia arrestarono 125 persone: tra queste suo padre. Un graduato lo picchiò a sangue.

Salvatore Giuliano, dal suo nascondiglio, vide tutta la scena. La sua ira divenne incontenibile. Attaccò i convogli che attendevano in piazza. Un carabiniere morì ed un altro rimase seriamente ferito. Gli diedero la caccia senza esclusione di colpi, senza pietà, ma egli riuscì sempre a scappare.
Nel febbraio 1944 liberò 8 monteleprini prigioneri nel carcere di Monreale; con essi formò il primo nucleo di guerriglieri.
Il 15 maggio 1945 gli vennero offerti i gradi di colonnello ed il comando per la Sicilia occidentale dell'E.V.I.S. "Esercito Volontario Indipendenza della Sicilia" e le brigate partigiane siciliane.
Dalla fine del 1945 egli diede il via alla guerra della Sicilia contro l'Italia. Compì una serie di attacchi alle caserme ed ingaggiò numerose battaglie in veste ufficiale, con tanto di divisa, di gradi e di bandiera. Le più note sono quelle di monte d'Oro - Calcerame e Monte Cuccio.
L'azione dell'E.V.I.S. e la politica del M.I.S., a cui tutta Montelepre, tutti i paesi limitrofi e buona parte dei siciliani aveva aderito, piegarono la volontà del governo italiano e del Re d'Italia Umberto II, che il 15 maggio 1946, approvò "lo Statuto Siciliano" che rendeva l'isola quasi una nazione confederata all'Italia.
Il popolo siciliano salutò con entusiasmo questa conquista e la popolarità di Salvatore Giuliano toccò l'apice.
Venne considerato " il simbolo della ribellione del sud" e, per la sua innata generosità, " Il Robin Hood della Sicilia ".
Il due giugno 1946 si svolsero le elezioni per il referendum: monarchia-repubblica. Vinse la repubblica. Umberto II non era più Re d'Italia.
Il 22 giugno 1946 Palmito Togliatti, Ministro di Grazie e Giustizia, fece approvare un decreto di amnistia ed indulto che cancellava reati comuni, politici e militari.
Quasi tutti gli uomini che avevano combattuto per l'E.V.I.S, tornarono alle loro case. Ma il maresciallo Giuseppe Calandra, della stazione dei carabinieri di Montelepre, denunciò per reati comuni tutti coloro che erano a lui noti come appartenenti a Salvatore Giuliano. Naturalmente non gli riuscì di arrestarli perchè tornarono tutti in montagna.
Prima del voto del 20 aprile 1947, Salvatore Giuliano, che sosteneva Antonino Varvaro, candidato del MIS democratico repubblicano, stipulò accordi con l'esponente del PCI Girolamo Li Causi. Quest'ultimo avrebbe fatto votare per Varvaro tutti i comunisti indipendentisti, mente Giuliano avrebbe sostenuto le spese elettorali. Cosa che effettivamente fece.
Ma Li Causi non mantenne l'impegno; il candidato non venne eletto e ciò scatenò il risentimento di Salvatore Giuliano. Era sua ferma intenzione di sbugiardarlo davanti a tutti in occasione della festa del 1 maggio 1947. A Portella Delle Ginestre. Il piano di azione prevedeva una sparatoria in aria per catturare l'oratore e poi farlo giudicare dai convenuti. Purtroppo non potè prevedere che tra i suoi uomini vi fossero degli infiltrati della polizia e della mafia. L'ispettore Messana, avvertito dal suo confidente Salvatore Ferreri, avvertì Li Causi di non andare a Portella.
portella della Ginestra

Allo scopo di far ricadere la colpa su Giuliano, vi fu un accordo tra i mafiosi della zona che, nascosti a pochi metri dalle persone, anzichè sparare in aria spararono sulla folla, uccidendo 11 persone e ferendone 27 e l'ispettore Messana che fornì le armi. Era evidentissimo che il delitto era anomalo. In nettissimo contrasto con gli ideali di un uomo che aveva lottato con il popolo e per il popolo. Quindi fu " strage di stato". Ma questo orrendo delitto, di cui egli non fu responsabile, gli venne addebitato nonostante le sue innumerevoli giustificazioni.
Per circa mezzo secolo la responsabilità venne attribuita a Giuliano ed ai suoi uomini. Recentemente, analizzando le perizie balistiche, i verbali del sopralluogo, le perizie necroscopiche, si è scoperto che i colpi che fecero le 11 vittime furono sparati dal basso, con armi beretta calibro 9, modello Thomson, armi in dotazione esclusiva dell'esercito Italiano, inoltre nei corpi vi erano scheggie di granate, che ne Giuliano, ne i suoi uomini avevano in dotazione.
Nell'anno 2003 sono stati desecretati alcuni documenti della CIA americana, da cui risulta che furono agenti segreti americani a tirare le bombe tra la folla a Portella Delle Ginestre. Scopo di questa strage era la reazione della DC che aveva avuto nelle elezioni del 1947 solo 24 seggi contro i 29 conquistati dalla sinistra.
Prima delle elezioni del 18 aprile 1948, salvatore Giuliano venne contattato da esponenti politici di tutti gli schieramenti. Per coerenza con i suoi ideali, avrebbe voluto appoggiare i partiti di sinistra. poichè questi ultimi, dopo Portella Delle Ginestre, gridavano al crocefigge contro di lui, decise di appoggiare gli esponenti della DC. Gli promisero un'amnistia di cui avrebbero beneficiato i suoi uomini.
Ci fu una massiccia collaborazione e nel 1948 la DC conquistò la maggioranza assoluta. Ma i politici, avute le poltrone a cui aspiravano, invece di mantenere gli impegni presi, gli proposero di arrendersi o di espatriare.
Nella seconda metà del 1948, i nuovi governanti fecero invadere Montelepre dai carri armati e fecero deportare tutti gli uomini validi dai 15 anni in su ( circa tre mila). Tra loro tutti i familiari e tutti i parenti di Salvatore Giuliano.
le sue reazione a questo punto sono intuibili:
-scriveva ai giornali,
-scriveva i magistrati,
-scriveva ai politici,
evidenziando i maltrattamenti e i sorprusi che venivano commessi.
Attaccò colonne di autocarri di militari, attaccò le caserme, ingaggiò vere e proprie battaglie.
Gli scontri a fuoco, alcuni violentissimi, provocarono decine e decine di morti e feriti, tra le migliaia di uomini che il governo gli mandò contro. Solo allora si resero conto che per sconfiggerlo bisognava eliminare le persone che aveva vicino. Per ottenere ciò lo Stato Italiano scese a patti con la mafia.
In cambio dell'impunità, in poco tempo, alcuni degli uomini più fidati di Salvatore Giuliano, vennero catturati o uccisi. Per eliminarlo fisicamente ricorsero al tradimento di Gaspare Pisciotta e Nunzio Badalamenti ( ufficialmente arrestato ), che lo eliminò nel sonno, in una casa colonica chiamata " Villa Carolina ", ubicata tra Pioppo e Monreale.
La mattina del 5 luglio 1950 il suo corpo venne trasportato a Castelvetrano, Dove venne simulato un conflitto a fuoco coi carabinieri che si attribuirono il merito di averlo ucciso. Esistono almeno 5 differenti versioni sulla morte di Salvatore Giuliano, inoltre la commissione antimafia nel 1974 ha secretato tutti gli atti relativi alla sua morte fino all'anno 2016.
Facebook, Chimienti Giuseppe

sabato 14 gennaio 2017

LA BRIGANTESSA VITTORIA LONGO, UNA LOTTATRICE IN CHIAVE MODERNA




La storia, cosiddetta, risorgimentale, è costellata di donne che, seguendo i propri uomini, ne imitavano le gesta: le chiamavano brigantesse. Non sarà però una delle tante brigantesse della seconda metà dell’ottocento il tema di questo articolo, bensì di una molto più vicina a noi: la Brigantessa Vittoria Longo.
 
Vittoria Longo
Brigantessa, proprio così! Una lottatrice in chiave moderna, si può dire.  Una che “si dedica, con passione e perseveranza, alla ricerca storica nel campo della storiografia risorgimentale”, portando avanti la lunga battaglia per far riconoscere la verità su un periodo che, per anni, è stato ammantato di falso mito. Lo fa con l’attenzione e l’obiettività dello storico, unita alla passione mista all’orgoglio e alla dignità di una figlia di questa terra. Anche le sue origini, infatti, sembrano un segno del destino: nata in provincia di Caserta, in quella che un tempo veniva chiamata “Terra di lavoro”, è originaria di quella Pontelandolfo che, insieme a Casalduni sono state considerate, a giusta ragione, martiri del Risorgimento. 

Tutti quelli che hanno o hanno avuto modo di avvicinarsi, per vari motivi, alla vera storia di quello che era il Regno delle Due Sicilie prima dell’arrivo dei piemontesi, sono “passati”, per forza di cose, da lei. Io ne so qualcosa, visto che, per realizzare il mio volume a fumetti “Gli sciacalli”, l’ho contattata per conoscere da lei, che ha spulciato diversi documenti d’archivio (anche sconosciuti ai più), ogni notizia, dettaglio, particolare di quella tragica storia. Va detto che, per tale motivo, varie sono state e sono le sue collaborazioni: ha scritto il primo capitolo del libro “Stragi ed eccidi dei Savoia durante il risorgimento” (Westindian edizioni- Molinara (BN)- 2013), ha collaborato con persone del calibro di Antonio Ciano, Valentino Romano, Giuseppe Marino. Conosce, inoltre, Pino Aprile, Gennaro De Crescenzo, Alessandro Fumia, Eugenio De Simone ecc. con i quali, spesso, si confronta sugli argomenti risorgimentali. Ha, inoltre, partecipato a diversi importanti convegni tra Benevento, Roma, Caserta e la Calabria. Ha in preparazione una curatela su Antonino Cappello, un giovane siciliano torturato nel 1863; sta ultimando le ricerche su Fumel, correlato alle stragi avvenute in Calabria e sul brigantaggio locale. Sta approfondendo, inoltre, gli studi sulla massoneria legata ai garibaldini e, sicuramente, molte altre cose, in futuro, porteranno la sua affidabile firma.


Una lottatrice in chiave moderna, dicevo. Certo ma anche, non dimentichiamocelo, una donna. Riesce, infatti, a conciliare questa sua meticolosa attività di ricerca, con il suo lavoro di insegnante (è laureata in scienze dell’educazione e della formazione, con un master in tecniche educative e didattiche) presso l’I.S.I.S. di Castel Volturno, in provincia di Caserta, dove ha un ottimo rapporto con tutti i suoi alunni e, definirli tali, risulta piuttosto riduttivo. "E poi uno si chiede perché una docente è amata dai suoi studenti. Semplice!!! Ci mette il cuore, vede negli studenti tanti figli. E questo viene avvertito e ricambiato.” (Valentino Romano)

Da vera brigantessa qual è, però, non dimentica gli affetti. Ha un figlio al quale ha dedicato un libro, “Come un chicco di grano” (edizioni Paoline-Milano-2015), una sorta di epistolario con un bimbo ospitato, per nove mesi, nel suo ventre, volume che è stato accolto da un meritato successo di pubblico (più di 1.500 copie vendute in 8 mesi) e anche critiche entusiastiche. Ne volete qualche esempio? Eccovi serviti:

(Giuseppe Marino)
è stata davvero una bellissima sorpresa quella di stamattina quando collegandomi a internet mi è balzata agli occhi la copertina del bellissimo libro di Vittoria Longo, "Come un chicco di grano", ed. Paoline, del quale ho avuto l'incommensurabile piacere e il grandissimo onore di aver scritto una piccola prefazione. La storia della maternità di questa donna eccezionale, con le sue gioie, i suoi timori, le sue ansie, le sue trepidazioni, l'impazienza per la lunga attesa del lieto evento quando finalmente il chicco di grano e la madre che lo porta in grembo si incontreranno e, contemporaneamente l'angoscia, la paura che qualcosa possa non andare per il giusto verso, è di una bellezza indescrivibile, un qualcosa che ti coinvolge, ti commuove, ti appassiona. Un raro esempio di "poesia in prosa". Mi fermo qui perché il resto voglio riservarmelo per quando avrò il piacere di partecipare alla presentazione di questa eccellente opera. Sursum corda, Brigantessa; sei grande!” 
“… Quando Vittoria mi ha chiesto gentilmente di scrivere la prefazione, dopo aver letto d'un fiato il suo lavoro, ho accettato con piacere, pur non condividendo alcune sue idee, conquistato dalla sua poetica, dalla bellezza, dalla purezza e dalla ricchezza di contenuto dei trepidanti dialoghi con "chicco di grano." davvero un libro da non perdere quello della scrittrice campana.”

(Valentino Romano)
“…Questo testo non è solo un libro, è una testimonianza, è un dono. Un tenero dono d'amore, un'eredità preziosa per il figlio, una iniezione di serenità per tutti. Vittorio è fortunato ad avere una mamma del genere, capace di trasferire sulla carta emozioni e stati d'animo; fortunati tutti noi per poterli condividere, orgoglioso io per averlo già potuto leggere. Tenerissimo è l'incontro tra mamma e figlio, un inno alla vita insomma: alla serenità e alla gioia di vivere. Da tutti noi, grazie Vittoria, per averci dato la possibilità di "assistere" alla tua più bella lezione: quella della vita! E che la vita ti sia serena accanto a chi - ricambiato - ti ama!!!”


(Giuseppe Antonio Martino)
“…L’autrice, senza la pretesa di proporre nuove teorie esistenziali o filosofiche, ma offrendo soltanto uno spaccato di quotidianità, afferma la sacralità della vita di un essere umano sin dal primo istante del suo concepimento e rivendica con coraggio il suo ruolo di madre e di donna.”
Lottatrice, perché si è trovata a combattere (e lo fa tutt’ora!) pure con i “piemontesi e gli ascari” della vita e perché la stessa vita non le ha riservato solo gioie ma anche tanta sofferenza (forse troppa e immeritata) che però ha saputo superare con la sua signorilità di gattopardiana memoria ma, proprio come un felino, riesce sempre a sfoderare i suoi denti e artigli acuminati per difendersi dalle tante (troppe e, anche in questo caso, immeritate!) critiche (per usare un termine educato…) che, in questi anni, le sono piovute addosso. Ma chi la conosce sa di che pasta è fatta la nostra Brigantessa: è fatta di acciaio, morbido e malleabile al fuoco della sincerità ma duro e praticamente indistruttibile quando diventa freddo a causa del ghiaccio dell’ipocrisia
Alessandro De Leo.