domenica 1 luglio 2018

Castello di Monteserico, Genzano di Lucania (PZ) di Raffaele Barone

Castello di Monteserico - Photo credit by Michele Di Chito

Il castello di Monteserico è un castello federiciano costruito assieme ad altri sparsi sul limite della fossa bradanica per tenere sottocontrollo il territorio e alla bisogna diventavano fari di segnalazione comunicando agli altri castelli della linea di difesa . Linea di difesa al quale facevano parte anche il castello del Garagnone , quello di Spinazzola , il maniero federiciano di Gravina IN Puglia (BA) ecc.
Qui di Seguito il Geometra Raffaele Barone ne spiega le origini storiche e quant'altro serve a conoscere questo castello isolato nelle campagne di Genzano di Lucania , facendo attenzione, comunque, che attorno al castello sono stati trovati resti di una cittadina e una necropoli, quindi un tempo non era tanto isolato.
Rocco Michele Renna


Geom. Raffaele Barone
Conosciamo le origini e la sua storia millenaria.
II castello sorge a circa 542 m. s.l.m. sui margini occidentali di un colle, nel territorio del comune di Genzano di Lucania, che domina un vasto paesaggio collinare, delimitato ad oriente dall’alta Murgia.
Costruito in un sito abitato già dal IX sec. a.C. (scavi effettuati sul versante occidentale della collina hanno portato alla luce resti di un abitato ed una necropoli pre-romana), nei pressi della via Appia. Probabile presidio Bizantino; nelle sue vicinanze nell'anno 942, l'esercito longobardo guidato da Guaimaro II (duca di Salerno) e Landolfo (duca di Benevento), fronteggiò quello bizantino agli ordini dell'archistraregos Anastasio (nel 1902 furono ritrovate due tombe di guerrieri longobardi nei pressi del torrente basentello, databili X sec). Intorno all’anno mille, fu fortificato da Ottone II (955-983) nella sua avanzata verso la calabria contro la presenza musulmana in italia meridionale (i saraceni nel 872 avevano saccheggiato Grumento, nel 907 occupato Abriola e Pietrapertosa, erano insediati stabilmente a Tricarico e nel 994, secondo Lupo Protospata, avevano occupato Matera). Presidiato e già fortificato sempre in mano Bizantina, viene menzionato da Amato di Montecassino per la sconfitta ivi subita dagli stessi per opera dei Normanni nel 1041 (il nucleo di quello che sarà il castello come lo conosciamo oggi, con la sua struttura centrale costituita dal donjon, una fortezza simile a una torre, risale proprio al periodo della dominazione normanna).
Roberto il Guiscardo (†1085) probabilmente vi soggiornò nella sua avanzata verso la Calabria.
Federico II (1194-1250), destinò il complesso a residenza del "magister massarium Apuliae". Nello Statutum de reparatione castrorum che conteneva un elenco dei castra, delle domus e dei palatia a cui bisognava garantire una manutenzione con il contributo degli abitanti delle università vicine, tra le opere fortificate presenti nell’attuale Basilicata, vi era anche la domus di Monte Serico, del cui stato di conservazione dovevano avere cura i soli abitanti del luogo. Nel XIII sec., Monteserico appartenne a Goffredo de Monte Selicola al quale succedette, nel 1275, il figlio Raynaldo.
Agli inizi del 1300 signora di Monteserico fu Aquilina; il 2 maggio 1321, essendo Papa Giovanni XXII, Roberto II, vescovo di Acerenza, sollecitato dalla stessa "Domina de Monte Sericola", emana il Decreto di Fondazione del Monastero delle Clarisse, sotto il titolo di Santa Maria Annunziata, in Genzano. Successivamente la massaria Montis Silicule passò ai Sanseverino e, nel 1348, a Francesco del Balzo. Nel 1443 il castello di Monteserico era un Regio Demanio. Tra XV e XVI sec. si ha la scomparsa del borgo di Monteserico che sorgeva sul pianoro antistante il castello che rimane abitato.
Ferdinando il Cattolico lo donò alla Duchessa di Milano, Isabella d'Aragona, il 7 giugno dell'anno 1507. Alla morte di Isabella il feudo venne dall'Imperatore Carlo V dato alla di lei figlia Bona Sforza, Regina di Polonia. Nel 1557 Monteserico, devoluto alla Corona, rientrò a far parte del patrimonio della medesima. Nel 1603 era del genovese Grimaldi e nel 1613 dei Doria. Nel 1642 vi è l'attestata e riconosciuta giurisdizione sul castello di Monteserico da parte dell'alto Magistrato Reggente Tappia, Marchese di Belmonte. A partire dagli inizi del '700 la Regia Dogana delle pecore di Foggia include nell'affitto della statonica di Monteserico l'uso del suo Castello, attrezzato con forno, panetteria e molino. Acquistato nel1857 dai Baroni Dell'Agli-Cetti, fu venduto ai Cafiero nel 1875.
Dopo il primo conflitto mondiale il tenente Gandini comperò una porzione del feudo del Cafieri ed il Castello che, ristrutturato, ospitò la stella del cinema muto Lyda Borelli. Successivamente divenne proprietà dei Di Chio di Spinazzola.
Attualmente è proprietà del Comune di Genzano di Lucania.
Bibliografia: - M. Battaglino, Aquilina di Monteserico. Osanna edizioni- Venosa, 2008.
- E. Lorito, Genzano di Basilicata - cronografia. Tipomeccanica - Napoli, 1949.
- Storia de' normanni di Amato di Montecassino volgarizzata in antico francese, a cura di Vincenzo De Bartholomaeis, Roma 1935.
- Castra ipsa possunt et debent reparari: indagini conoscitive e metodologie di restauro delle strutture castellane normanno-sveve : atti del Convegno internazionale di studio promosso dall'Istituto internazionale di studi federiciani, Consiglio nazionale delle ricerche, Castello di Lagopesole, 16-19 ottobre 1997, Volume 1

info: facebook: sei murgiano se...

martedì 26 giugno 2018

Banzi (PZ) e la Taverna del Brigante

Banzi (pz) piccolo ma gradevole ed accogliente paesino della lucania, piccolo di densità ma grande nella sua storia antica, dove oggi la vita scorre tranquilla e un po' sorniona, dove ancora ci sono le antiche tradizioni locali che vengono tramandate e rispettate, dove anche una festa padronale diventa una grande festa per tutta la città, una festa vera! Una cittadina dove anche il suo Sindaco partecipa assieme ad i suoi concittadini in amicizia e gioia.
http://lnx.altobradano.it/banzi/
In questa cittadina c'è, fra le diverse attività commerciali, "La Taverna del Brigante".
Piccola ma accogliente dove il senso dell'ospitalità è alto come solo i popoli del sud sanno dare con amore verso gli stranieri e chi oriundo di questa città ogni tanto torna a respirare l'aria di casa.
Menù non complicati ma di gusto per gli occhi e per il palato, semplici ma ricchi di sapori antichi. Io che avevo uno dei miei genitori nato in questa città non potevo esimermi dal provare la cordialità di questi ragazzi e della loro cucina, signori miei vi garantisco che quasi mi sono commosso nel risentire, dopo tanti anni, il sapore di casa mia, della cucina casalinga della mia infanzia... Insomma andate, ordinate e sedetevi comodamente e lasciate correre la vostra fantasia mentre il cibo preaprato sapientemente, con cura ed esperienza moderna nella preparazione ma millenaria nella cura della materia prima, inonderanno i vostri sensi non appena scenderà il primo boccone.
Andate a nome del Brigante Rocco ve lo consiglio vivamente e mi sento di dare con fermezza il premio di 3 gigli : cordialità, qualità e porzioni abbondanti da Brigante.

Il quarto giglio, il bollino da brigante, beh non credo che tarderà ad arrivare ormai possiamo definirli i piccoli briganti della cucina banzese, naturalmente non tralsciate il resto della città con le altre attività tutte da premiare in fondo

 Rocco Michele Renna

venerdì 11 maggio 2018

TRE MILIONI DI FRANCHI IN PIASTRE D’ORO A GARIBALDI PER COMPRARSI IL SUD, ce lo raccontano i massoni.

Millo Bozzolan


TRE MILIONI DI FRANCHI IN PIASTRE D’ORO A GARIBALDI PER COMPRARSI IL SUD, ce lo raccontano i massoni.

DI MILLO BOZZOLAN

I MASSONI SVELANO COME FURONO FINANZIATI I MILLE se ce lo spiegano loro, cosa c’era sotto, c’è da dar retta alla fonte…
Marsala, provincia di Trapani nel 1860, Val di Mazara fino al 1812, nel momento più infelice della sua storia.

Adesso, ecco la sconcertante rivelazione. Viene dal convegno “La liberazione d’Italia nell’opera della Massoneria”, organizzato a Torino nel settembre del 1988 dal Collegio dei Maestri Venerabili del Piemonte, con l’appoggio di tutte le Logge italiane. Di recente sono stati pubblicati gli Atti, a cura dell’editrice ufficiosa dei massoni. Una fonte sicura dunque, visto il culto dei “fratelli” per quel Garibaldi che fu loro Gran Capo.
Un breve intervento —poco più di due paginette, ma esplosive— a firma di uno studioso, Giulio Di Vita, porta il titolo “Finanziamento della spedizione dei Mille”.
Già: chi pagò? Come riconosce lo stesso massone autore della ricerca: «Una certa ritrosia ha inibito indagini su questa materia, quasi temendo che potessero offuscare il Mito. Quanto viene solitamente riferito è un modesto versamento —circa 25.000 lire— fatto da Nino Bixio a Garibaldi in persona all’atto dell’imbarco da Quarto».
E invece, lavorando in archivi inglesi, l’insospettabile Di Vita ha scoperto che, in quei giorni, a Garibaldi fu segretamente versata l’enorme somma di tre milioni di franchi francesi, cioè (chiarisce lo studioso) «molti milioni di dollari di oggi». Il versamento avvenne in piastre d’oro turche(*): una moneta molto apprezzata in tutto il Mediterraneo.

le famose "piastre" turche
A che servì quell’autentico tesoro? Sentiamo il nostro ricercatore: «È incontrovertibile che la marcia trionfale delle legioni garibaldine nel Sud venne immensamente agevolata dalla subitanea conversione di potenti dignitari borbonici alla democrazia liberale. Non è assurdo pensare che questa illuminazione sia stata catalizzata dall’oro». Anche perché ai finanziamenti segreti se ne aggiunsero molti altri (e notevolissimi, palesi) frutto di collette tra tutti i “democratici” di Europa e America, del Nord come del Sud.
Sarebbero così confermate quelle che, sinora, erano semplici voci: come, ad esempio, che la resa di Palermo (inspiegabile sul piano militare) sia stata ottenuta non con le gesta delle camicie rosse ma con le “piastre d’oro” versate al generale napoletano, Ferdinando Lanza.
Garibaldi incontra un inviato del gen. Lanza per trattare l'armistizio
Con la prova dei molti miliardi di cui disponeva Garibaldi si può forse valutare meglio un’impresa come quella dei Mille che mise in fuga un esercito di centomila uomini (tra i quali migliaia di solidi bavaresi e svizzeri), al prezzo di soli 78 morti tra i volontari iniziali.
Ma c’è di più: il poeta Ippolito Nievo se ne tornava da Palermo a Napoli al termine della spedizione. Il piroscafo su cui viaggiava, l’”Ercole”, affondò per una esplosione nelle caldaie e tutti annegarono. Si sospettò subito un sabotaggio ma l’inchiesta fu sollecitamente insabbiata. Le cose possono ora chiarirsi, visto che il Nievo, come capo dell’Intendenza, amministrava i fondi segreti e aveva dunque con sé la documentazione sull’impiego che nel Sud era stato fatto di quei fondi. Qualcuno evidentemente non gradiva che le prove del pagamento giungessero a Napoli: non si dimentichi che recenti esplorazioni subacquee hanno confermato che il naufragio della nave del poeta fu davvero dovuto a un atto doloso.

il piroscafo Nettuno, simile all'Ercole. Tutt'e due appartenevano alla "Armata di mare" del Regno delle Due Sicilie
Si cominciava bene, dunque, con quella “Nuova Italia” che i garibaldini dicevano di volere portare anche laggiù: una bella storia di corruzioni e di attentati. Ma Nievo portava, pare, solo ricevute: dove finirono i miliardi rimasti, e dei quali solo pochissimi capi dei Mille erano a conoscenza?
In ogni caso, era una somma che solo un governo poteva pagare. E, in effetti, la fonte del denaro era il governo inglese (non a caso lo sbarco avvenne a Marsala, allora una sorta di feudo britannico, e sotto la protezione di due navi inglesi; e proprio su una nave inglese nel porto di Palermo fu firmata la resa dell’isola).
Come riconosce il «fratello» Di Vita, lo scopo della Gran Bretagna era quello già ben noto: aiutare Garibaldi per “colpire il Papato nel suo centro temporale, cioè l’Italia, agevolando la formazione di uno Stato protestante e laico“. Le monarchiche isole pagarono cioè il repubblicano Eroe perché distruggesse un Regno, quello millenario delle Due Sicilie, purché anche l’Italia, «tenebroso antro papista», fosse liberata dal cattolicesimo.
fonte: Istituto di Ricerca Storica delle Due Sicilie
fonte:  https://venetostoria.com

lunedì 7 maggio 2018

120 ANNI FA, LA GENTE DOMANDAVA IL PANE A MILANO.BECCARIS RISPONDEVA PRENDENDO A CANNONATE LA FOLLA

Chi era il re bomba? per non dimenticare il bombardamento di Genova
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120 ANNI FA, LA GENTE DOMANDAVA IL PANE A MILANO.
120 ANNI FA, BECCARIS RISPONDEVA PRENDENDO A CANNONATE LA FOLLA.

"A Monza intanto si tiravano le somme della tragica serata: alla farmacia Predari erano stati medicati quindici feriti; in ospedale tra i feriti più gravi decedevano poche ore dopo il ricovero la casalinga Teresa Meroni, di 49 anni, che era stata raccolta davanti all'osteria del Moro, con la spina dorsale attraversata da un proiettile; «il meccanico ventenne Piatti Carlo, ferito all'ombelico e colle gambe fracassate, e l'imbiancatore Assi Gerardo, di 27 anni, cui una palla aveva asportato la parete addominale. Degli altri che morirono poi, agonizzavano ancora, all'Ospedale, Villa Carlo d'anni 18, e Vergani Pasquale, di 29 anni, ferito al basso ventre, entrambi cappellai. Altri ancora, feriti meno gravemente, aspettavano laggiù la guarigione per passare, dall'Ospedale, alle carceri: Caccianiga Carlo, un cappellaio che quel sabato stesso aveva estratto il numero per la coscrizione, e a cui una palla aveva attraversato il polpaccio; Vannin Valentino, cappellaio, di 24 anni, ferito alla testa, e a cui il tribunale di guerra regalava poi, a titolo di indennizzo, 2 anni e mezzo di reclusione; Remoti Silvio, cappellaio, ferito a una gamba; Figini Domenico, altro cappellaio, ferito ad una mano; l'apprettatore Derenti Eligio, ferito pure alle gambe; il cappellaio Erba Natale, ferito alle mani; Ferrerio Pompeo, commesso, che, attraversando la piazza, era stato raggiunto da una palla e ferito ad un braccio; Del Corno Giovanni, meccanico, che chinatosi per rialzare ed aiutare la povera Meroni, s'era buscato una palla nel deretano; il meccanico Ratti Edoardo, ferito a un polpaccio; Pastori Giovanni, ferito al naso da una sciabolata; Mauri Carlo, ferito ad un polpaccio; Camesasca Vincenzo, ferito al capo e tradotto alle carceri la sera stessa ...». A questo elenco vanno aggiunti i primi due caduti in piazza San Michele: Giacomo Castoldi, di 44 anni, fornaio e il quattordicenne Antonio Sala, figlio del proprietario dell'osteria del Moro, ucciso da una fucilata al cuore"
Non è il resoconto di una battaglia. Era semplicemente il conto delle vittime del maggio 1898, quando avvennero i massacri compiuti dalle truppe agli ordini del generale Bava Baccaris, a Milano. A chi chiedeva pane, a chi chiedeva una vita dignitosa, i soldati italiani risposero a fucilate e colpi di cannone. Cannonate contro una folla inerme. E si tratto solo dell'inizio di una repressione che colpi duramente socialisti ed anarchici. Tale repressione portò Bresci a scaricare la sua rivoltella contro Umberto I, nel 1900, reo d'aver premiato Baccaris, meritevole di una medaglia per aver cannoneggiato una folla inerme.
I nomi di - alcuni - di quei morti vogliamo ricordarli in questo triste aniversario. Che non si parli solo di Umberto il Re. Ma anche del cappellaio Natale, del meccanico Edoardo, dell'imbiancatore Gerardo. Che hanno pagato col sangue la loro unica, semplice richiesta: il pane.

LA QUESTIONE MERIDIONALE IN UN RAPPORTO DELLE "SS"


L'immagine può contenere: 2 persone, persone seduteLA QUESTIONE MERIDIONALE IN UN RAPPORTO DELLE "SS" di Pasquale Peluso

Il rapporto sulla situazione interna dell’Italia fascista prima della guerra fu redatto dal colonnello Likus delle SS, funzionario del ministero degli Esteri alle dirette dipendenze di Ribbentrop, e fu scritto in italiano perché molto probabilmente doveva esser letto da Mussolini in persona (per quanto riguarda le vicende del rapporto e il personaggio di Likus, cfr. “Storia illustrata”, n.270, maggio 1980, pp. 13-14).
Likus, come già detto, aveva un giudizio molto positivo sul popolo meridionale e per caratteristiche antropologiche e culturali lo riteneva del tutto uguale al popolo del resto d’Italia. La differenza però esisteva “nei ceti medi e nei dirigenti, gli unici che abbiano quei difetti che si imputano all’intero popolo (del Sud)”. “I benestanti e i dirigenti – afferma il colonnello – risentono dei costumi lasciati prima dagli angioini, poi dagli spagnoli: mancano di senso sociale e di responsabilità, di cultura e di onestà. Essi sono i maggiori denigratori del loro popolo, che taglieggiano volendo vivere senza far nulla”.
Anche i Borbone, secondo Likus, avrebbero avuto la loro parte di responsabilità nel tollerare le malefatte della classe dirigente meridionale. Ma questo, atteso quanto si è detto, non può esser condiviso per intero. Bisogna aggiungere che già gli Aragonesi avevano combattuto energicamente lo strapotere baronale nel XV secolo; che Carlo III di Borbone aveva contro di esso mobilitato tutte le risorse del dispotismo illuminato; che Ferdinando IV non aveva esitato a incamerare buona parte dei beni ecclesiastici, per creare quella Cassa Sacra che sarebbe servita a riparare le enormi distruzioni causate in Calabria dal terremoto catastrofico del 1783. Con ciò aveva intaccato il potere dei preti, che avevano nella classe dirigente delle Due Sicilie un ruolo rilevante quanto quello baronale. Da considerare anche il disprezzo che Ferdinando II nutriva, con rare eccezioni, verso gli aristocratici del regno. Quando si arrabbiava con loro, si racconta che si esprimesse con un gioco di parole che opponeva alla tracotanza aristocratica la minaccia di farsi giacobino: “Fò tutti baroni”, diceva stizzito. Non poteva poi assolutamente sopportare la genia dei “paglietti”, che erano gli avvocati napoletani, tutti per lui liberali e massoni incalliti, mestatori della peggior risma che si servivano della giurisprudenza non certo al servizio della vera giustizia. In realtà Ferdinando, con tutta la sua buona volontà, non poteva eliminare la tendenza alla sopraffazione e all’intrigo che era comune alla classe dirigente di tutta l’Italia, e non solo.
Likus riconosce ciò che il fascismo aveva fatto per la modernizzazione del Sud: “Dove è sorta un’industria ben guidata sono anche cresciute maestranze intelligenti, capaci, oneste, laboriose e pulite. Il problema quindi è di creare delle gerarchie che non siano locali. Purtroppo il Duce è caduto nell’errore di alimentare l’immissione dei meridionali nella burocrazia. E’ notevole il caso della Sicilia, dove prefetti, magistrati, gerarchie sonno tutti siciliani”. Infine Likus nota amaramente che “attualmente il direttorio del partito è nella maggioranza meridionale”, e ciò ha causato “quelle deficienze che hanno minato l’opera del fascismo”.

martedì 3 aprile 2018

Premessa alla storia dei Re di Napoli: "Il periodo ducale"


-da L'ALFIERE Gennaio 1961 pagg. 14 – 15 -16
-http://www.altaterradilavoro.com/ii-periodo-ducale-di-napoli/
Premessa alla storia dei Re di Napoli
Il periodo ducale
di ANDREA ARPAIA
Sulla facciata del palazzo reale di Napoli che guarda verso 1'attuale piazza Plebiscito, (già Foro Ferdinandeo), fanno a tutt' oggi spicco, collocate in preesistenti nicchie, le statue dei capostipiti di ben otto dinastie, che ebbero la ventura di poter annoverare Napoli stessa fra i loro domini, o come sede residenziale del proprio trono o come gemma, sia pure preziosissima, della loro corona.
È noto, infatti che solo con tre di questi otto sovrani la città assurse a capitale di uno Stato autonomo ed indipendente, cioè con Carlo d'Angiò, Carlo di Borbone e Gioacchino Murat, ma per i Normanni e gli Svevi la capitale del Regno meridionale era stata Palermo, già resa opulentissima dagli Arabi; poi con gli Aragonesi e gli Absburgo, la corte risiedette addirittura in terra di Spagna, per un brevissimo periodo, a Vienna; è superfluo infine, accennare al periodo Sabaudo. Comunque, essendo indiscutibile merito dei Normanni, già padroni della Sicilia, la riunificazione dell'Italia meridionale in un unico Stato, è comune accezione l'attribuire al Re Ruggero II di Sicilia, che portò a conclusione l'impresa, la corona di primo Re di quel regno che si disse poi di Napoli, perché già da allora questa città aveva iniziato a primeggiare su altri centri, magari anche essi importanti e ricchi di tradizione, della Campania e delle altre regioni meridionali. Epperò, trattandosi appunto di città già importantissima all'atto della conquista normanna, non possiamo più fare a meno di soffermarci a considerare, seppure in modo piuttosto sintetico, il notevolissimo periodo storico della Napoli bizantina e ducale, durato circa sei secoli, che portò la città greco-romana ad essere un faro di civiltà, cultura e tradizioni classiche, oltrecché di relativa prosperità, rispetto alla restante Italia percossa dalle invasione barbariche.
Già essa pietosamente accoglie, nel suo Castro Lucullano, il giovinetto Romolo Augustolo che, ultimo erede dei Cesari e deposto dal barbaro Odoacre nel fatale anno 476 d. C., trovò nella piccola Megaride quella quiete e quella sicurezza di vita che la grande Roma ormai non offriva più ad alcuno. Abbattuto a sua volta Odoacre dal grande Teodorico, anche Napoli entra far parte dei dominii gotici, ma ciò non dura al lungo. Dalla lontana Bisanzio Giustiniano decide di riunificare l'Impero ed ecco che Belisario sbarca in Italia, dando inizio a quella rovinosa Guerra Gotica che devastò per lunghi anni l'intera penisola. Napoli occupata da Belisario nel 536 e sottoposta ad orrende stragi e saccheggi, viene ripresa nel 542 dai goti di Totila, dimostratisi molti più umani dei greci, ma Narsete la riporta definitivamente fra i domini bizantini nel 553 quando, nella battaglia del Vesuvio o dei monti Lattari, riesce ad infliggere una completa disfatta all'esercito dell'ultimo Re dei goti Teja. Dopo questo fatto d'armi, apparentemente modesto ma importante per le conseguenze, poiché segna la fine totale del dominio gotico in Italia, Napoli viene governata da funzionari bizantini; più precisamente da un Maestro dei militi per le esigenze militari, e da un Giudice, dipendente dal Prefetto d'Italia, per le questioni civili. In seguito però la funzione di Giudice fu assunta dal Vescovo, che nel frattempo aveva visto aumentare notevolmente la propria autorità ed influenza. In quell'epoca la città contava circa 20.000 abitanti, ripartiti socialmente in collegi di arti e mestieri; due classi preponderavano politicamente sulle altre: quella dell'Ordine, formata dai nobili o priori o seniori e quella della Curia, formata dai curiali e dai proprietarii. Dopo l'invasione dei Longobardi, che fondano il potente ducato di Benevento, la città deve lottare duramente per difendere le proprie istituzioni dalle cupidige dei nuovi vicini; aumenta così negli abitanti lo spirito bellicoso e si sviluppano nuove attività ed industrie.
La popolazione aumenta fino a 40.000 abitanti e riesce a superare vittoriosamente ben tre duri assedi longobardi, negli anni 581, 592 e 599. In conseguenza di tali avvenimenti i legami con Bisanzio erano andati progressivamente allentandosi, finché nel 616 un certo Giovanni Consino, profittando di una ribellione anti-bizantina scoppiata a Ravenna, per primo proclamava Napoli città autonoma ed indipendente. Ma evidentemente i tempi non erano del tutto maturi, giacché l'esarca Eleuterio, ristabilendo l'ordine nei domini d'Italia, qualche anno dopo rovesciava il Consino, riportando Napoli sotto il dominio di Costantinopoli ed anzi rendendone più saldi i vincoli con l'escludere i Vescovi (divenuti fortissimi grazie all'aumentare della venerazione per S. Gennaro) da ogni ingerenza nel potere civile. Anzi, con l'evolversi della situazione, nel 638 la somma dei poteri civile e militare è accentrata nella persona di un Duca, probabilmente ancora inviato (o nominato) da Ravenna, tuttavia sottoposto al patrizio o «stratego » di Sicilia. Ma finalmente, nel 661, la storia di Napoli bizantina giunge ad una svolta decisiva: l'Imperatore d'Oriente Costante II dispone che i duchi di Napoli debbano rispondere del loro operato direttamente alla sua persona (ed a quella dei suoi successori) e conferisce loro pieni poteri sulla Campania. Ciò era evidentemente dovuto alla sempre maggiore importanza assunta da Napoli negli ultimi tempi, ma intanto dava modo alla città di avviarsi alla sua piena autonomia. Ci volle tuttavia ancora un secolo, durante il quale i legami con Bisanzio si fecero via via più labili, anche perché ormai il duca veniva sempre scelto fra gli ottimati della città invece che inviato da Costantinopoli, prima che un duca di Napoli riuscisse, giocando abilmente fra il potere dell' Imperatore d'Oriente e quello del Papa, a condurre la città alla totale indipendenza.
Questo duca fu Stefano I, (755-800) che nel 763 riconobbe l'autorità (puramente nominale) del Papa, svincolandosi così dalla politica bizantina; questa sua scelta, in quel momento molto opportuna, gli valse fra l'altro l'elezione a Vescovo.
Certo, l'esistenza del giovane Stato non era delle più facili; circondato com'era da cupidi vicini ed insidiato anche da potenti più lontani, dovette spesso prendere le armi per difendersi sui campi di battaglia o per sostenere durissimi assedi dagli spalti delle poderose mura cittadine. Ma in tali occasioni il Vescovo Stefano I dimostrò un valore per lo meno pari alla già evidente abilità politica. Soprattutto gli riuscì di debellare in guerra il più potente dei suoi avversari: il Duca Arechi II di Benevento, che accarezzava 1'ambizioso progetto di riunire in un unico Stato Longobardo tutta l'Italia meridionale. La morte di quest'ultimo, avvenuta nel 788, mandò a monte definitivamente tale possibilità perché il grande ducato di Benevento si suddivise nei tre più piccoli ducati di Benevento, Capua e Salerno, spesso in discordia fra loro; è ovvio che da questo nuovo stato di cose fu proprio il ducato di Napoli a trarre i maggiori vantaggi, poiché non ebbe più a preoccuparsi dello straripare d'un vicino troppo potente. Al principio del IX secolo il giovane Stato comprendeva, oltre Napoli, anche Cuma, Pozzuoli e Sorrento (poi staccatasi), oltre il territorio compreso fra Nola, Cancello, il lago di Patria e gli attuali Regi Lagni, territorio allora detto Liburia. Dovette spesso sostenere aspre lotte, militari e diplomatiche, contro longobardi e saraceni, Pontefici romani e Imperatori bizantini, Re franchi, Imperatori tedeschi e venturieri normanni, riuscendo sempre a spuntarla grazie alle capacità dei suoi Duchi ed alle virtù del suo popolo.
Dei Duchi di Napoli, Fausto Nicolini ci dà, in una sua dotta monografia, questo interessante ritratto: «Sovrani assoluti quasi nel significato moderno della parola; circondati da funzionari e magistrati scelti da loro stessi nella nobiltà e da una milizia che, in caso di guerra, era accresciuta da leve volontarie; assecondati da una borghesia di curiali (uniti in corporazione), di piccoli proprietari e d’industri mercanti; dediti al traffico di preziose stoffe orientali, nonché di schiavi longobardi e mussulmani; ora osteggiati ora coadiuvati da un clero ricco e talvolta relativamente colto (ricordare i due dotti Vescovi Attanasio e Stefano; l'arciprete Leone, recatosi a Costantinopoli a copiare manoscritti greci e latini; il prete Ausilio, partecipe, col grammatico Vulgario, alle dispute per l'elezione di Papa Formoso; il diacono Giovanni, autore della "Cronaca dei vescovi napoletani", ecc.), non avversati dalla plebe composta di artigiani, di coloni del suburbio, di defisi, ossia di povera gente che si poneva sotto la protezione di qualche potente o istituzione ecclesiastica, di veri e propri servi; i Duchi di Napoli furono primamente· elettivi, finché con Sergio, già conte di Cuma, il ducato divenne ereditario ».
Quale nota caratteristica del periodo dei duchi elettivi, vale la pena di considerare l'atteggiamento politico che verso gli Arabi di Palermo e di Tunisi era assunto da Napoli. Essa fu sempre improntato alla massima spregiudicatezza; talché quelli furono, di volta in volta, o invocati come provvidi alleati o combattuti come acerrimi nemici, a seconda che le mutevolissime circostanze li facessero apparire meno o più pericolosi degli altri vicini; comunque, nei loro confronti, quasi mai si usarono aprioristiche discriminazioni a ragione delle differenze di razza, religione e cultura. Non sappiamo se già il duca Stefano I, nella guerra contro Arechi II di Benevento, avesse assoldato qualche banda saracena; certo è che dopo di allora la loro partecipazione, ora ostile ora amichevole, a fatti inerenti il ducato di Napoli, diviene sempre più frequente. Nell'812 per la prima volta una flotta corsara saracena penetra nel golfo di Napoli, devastando quindi le isole di Ischia e Ponza; ma da Napoli non si reagisce, perché in quel periodo le maggiori minacce alla città venivano ancora portate dai Longobardi, tanto che qualche anno dopo, nell'816, si giunge ad una grande battaglia fra napoletani e beneventani, rimasta d'esito incerto, nella quale è scontato che mercenari saraceni tenessero il campo a fianco dei primi. Napoli deve quindi subire una lunga serie di assedi longobardi, tutti valorosamente superati, precisamente negli anni 822, 831-32, 835-36, ma nel secondo dei quali riuscì ai beneventani di portare come trofeo, nella loro città, nientemeno che il corpo di S. Gennaro, mentre nell'ultimo i napoletani, grazie all'aiuto di una potente flotta saracena, riescono a battere completamente quegli ostinati nemici e ad imporre loro una pace che ci è anche parzialmente nota in alcune sue clausole. Tuttavia questa specie di tutela araba, unita ad un sempre maggiore estendersi di presidii saraceni sulle coste del medio Tirreno, cominciò a rappresentare un peso eccessivo non solo per Napoli ma anche per altre città costiere della Campania. È da segnalare però, in queste circostanze, un importante avvenimento che contribuì non poco a facilitare lo svolgersi della successiva politica antisaracena di Napoli, senza che quest'ultima dovesse poi temere pericolosi contraccolpi da parte longobarda: l'intervento Franco nelle questioni dell'Italia meridionale. Nell'anno 840 moriva ad Ingelheim l'Imperatore carolingio Ludovico il Pio e, nella conseguente spartizione dell'Impero, l'Italia toccava al nipote Ludovico II. Questi discese per la prima volta nel suo dominio, seguito da numeroso esercito, nell'844, sostando a Roma per consolidare l'autorità imperiale e farsi incoronare Re. Probabilmente in seguito a sue segnalazioni, nell'846 l'Imperatore Lotario, suo padre, convocava in Francia un'assemblea, onde vagliare le opportune misure da attuarsi per la difesa (ed eventuale riscatto) dell'Italia meridionale dai Saraceni. Fra l'altro fu stabilito, (<< Capitulare de expeditione contra Saracenos facienda ») che nella primavera dell'anno successivo Lodovico II dovesse iniziare, con milizie tratte da ogni parte dell'Impero, la lotta contro i Mussulmani d'Italia; inoltre doveva cercare di comporre le rivalità dinastiche che avevano lacerato il ducato di Benevento, affinché venisse a cessare un'altra causa di debolezza verso i Saraceni.
Ma mentre si svolgevano questi eventi, il duca di Napoli Sergio, venutone forse indirettamente a conoscenza, provvedeva di sua iniziativa a creare un organismo politico-militare che permettesse alle città rivierasche, in esso collegate, di potere vittoriosamente rintuzzare l'invadenza araba. Sorse così la «Lega Campana », comprendente Napoli, Sorrento, Amalfi e Gaeta, che, radunata una flotta di parecchie galee e postala sotto il comando del figlio cadetto di Sergio, Cesario console, iniziò, soprattutto sul mare ed in concomitanza con l'azione terrestre di Ludovico II, una lotta accanita contro i corsari saraceni, snidandoli dai loro luoghi di ricovero come Ponza e la punta Licosa e distruggendone le flotte. Particolarmente nell'846 e nell'849, nelle battaglie navali di Gaeta e di Ostia, veniva felicemente completata sul mar l'opera del giovane Re franco; questi, di ritorno dalla vittoriosa spedizione, sostava a Roma e quivi era incoronato anche Imperatore ed associato al padre nella dignità imperiale. Dal canto suo, il duca Sergio, aumentato grandemente il proprio prestigio e quello della sua famiglia grazie alla sagace politica svolta ed alle fortunate imprese militari, confortato altresì dall'amicizia del nuovo Imperatore, non ebbe difficoltà a designare a proprio successore, nel ducato di Napoli, il figlio Gregorio, rendendo così ereditaria la suprema magistratura del piccolo Stato.