martedì 31 maggio 2016

Giuseppe Buttà e il Marchese Leopoldo Renna






 La caduta del Regno delle Due Sicilie narrata dalla penna di uno dei più interessanti scrittori meridionali, Giuseppe Buttà Cappellano militare del 9° cacciatori nel suo libro "Un viaggio da Boccadifalco a Gaeta, prima di questo saggio noto soprattutto come romanziere e drammaturgo; un cappellano dell’esercito borbonico racconta la spedizione dei Mille dalla parte degli sconfitti; d’altro canto, un garibaldino repubblicano descrive l’epopea di quella che per lui doveva rappresentare la “Rivoluzione italiana” e che, dopo la “resa” di Teano, egli considera piuttosto un fallimento e in questo libro ho trovato altre parti del mio antenato Il Marchese Leopoldo Renna, Principe di Casale
qui trovate il libro scaricabile in pdf

Di verde alla banda scaccata d'argento e di rosso di 2 file, attraversata da un'aquila d'oro, colla bordura scanalata d'argento.
Lo stemma della mia famiglia, che ho riscattato con diritto di tramandare ai miei eredi, e precisamente dell'alfiere Leopoldo Renna, mio antenato Marchese Renna Principe di Casale alfiere dell'11° cacciatori reduce della bataglia del volturno.
Riaggregatosi a Sua MAestà Francesco II a Gaeta nel 9° cacciatori, testimonianza trovata in "Un viaggio da Boccadifalco a Gaeta": memorie della rivoluzione dal 1860 al 1861.
Libro di Giuseppe Buttà cappellano militare dell’Esercito Borbonico, 9º Battaglione Cacciatori comandato dal maggiore Ferdinando Beneventano del Bosco, stanziato a Monreale in Sicilia. Distintosi fino alla fine ( dagli ultimi dati ritrovati nel libro) e infine patriota/brigante di Crocco per non aver mai voluto abiurare al giuramento di fedeltà al suo Re e alla sua Patria.
Con crocco perse la vita in battaglia e quivi riconosciuto post mortem, arriva l'ordine da Torino di fucilare per brigantaggio l'intera famiglia con requisizione di ogni bene/titolo nobiliare e cancellazione della memoria.
Grazie ai sopravvissuti, vissuti nella paura iniziale e nella vergogna i loro discendenti dopo e per colpa del lavaggio del cervello, delle bugie di stato piemontese/scolastico dopo, fino ad oggi si riescono a raccogliere frammenti da riunire in un puzzle di storica verità che deve servire da esempio a quante altre famiglie onorate sono state cancellate dalla furia devastatrice e senza Dio del dannato anche dagli uomini: Vittorio Emanuele II e compagni di merenda.
Dio accolga nelle sue braccia questo mio avo e tutti i suoi parenti che hanno dovuto subire la furia della menzogna italiota, l'ho promesso sulla tomba di mio padre. Onore e gloria a lui e a tutti i caduti del glorioso regno delle due Sicilie, consacrato alla Madonna con tutto il suo popolo. Sprono tutti a fare ricerche per portare a galla la verità sui nostri antenati e su quello che hanno dovuto subire per la furia cieca e devastatrice dei ladroni senza Dio italiani.
Rocco Michele Renna

Giuseppe Buttà

(Naso, 4 gennaio 1826 – Naso, 1886) è stato un presbitero, scrittore e memorialista italiano.

Biografia
Negli anni '40 fu ordinato sacerdote e nel 1854 ottenne l'incarico di cappellano militare dell'esercito borbonico, venendo destinato al Bagno Penale di Santo Stefano. Nel 1859 fu assegnato al 9º Battaglione Cacciatori comandato dal maggiore Ferdinando Beneventano del Bosco, stanziato a Monreale in Sicilia.
Nell'aprile 1860 la sua casa vicino Monreale venne saccheggiata dalla popolazione, al grido di "Viva l'Italia", durante la Rivolta della Gancia [1]; dopo lo sbarco a Marsala di Garibaldi, partecipò all'intera campagna militare, seguendo il suo battaglione nell'inesorabile ritirata dalla Sicilia fino a Gaeta, e assistendo come testimone oculare a molti avvenimenti storici, fra cui la Battaglia di Milazzo, gli scontri sotto le mura di Capua e la Battaglia del Volturno. Fu tra i capitolati di Gaeta e, alla resa della piazzaforte e in seguito alla proclamazione dell'unità d'Italia, dopo un breve periodo di detenzione fu costretto all'esilio in quanto sospetto cospiratore filoborbonico.
Dopo un periodo trascorso a Roma, ottenne il permesso di rientrare in patria, e a Napoli avviò una carriera di scrittore producendo dapprima delle memorie della spedizione di Mille (Un viaggio da Boccadifalco a Gaeta) che tuttora rimane la sua opera più famosa, e in seguito un saggio storico (I Borboni di Napoli al cospetto di due secoli) e un romanzo (Edoardo e Rosolina, o le conseguenze del 1860).
Scrittore legittimista
Buttà, assieme a Giacinto de' Sivo, è forse il più famoso tra gli scrittori legittimisti filoborbonici. Pier Giusto Jaeger, autore di un celebre saggio sull'assedio di Gaeta, definì la sua opera “di ineguagliabile parzialità”; essa però riscosse un certo interesse da parte di Leonardo Sciascia (curatore di una ristampa del Viaggio nel 1985) e l'entusiasmo di Carlo Alianello, romanziere dichiaratamente meridionalista.
Punto di riferimento
Visto con gli occhi di oggi rivela un non eccessivo talento letterario, ma allo stesso tempo un piglio vivace che rende godibile la lettura; e in ogni caso resta di grande importanza dal punto di vista documentario, come attestano i numerosi saggi che in tempi recenti vi hanno attinto a piene mani, soprattutto nell'ambito del Revisionismo del Risorgimento.
fonte wikipedia

lunedì 30 maggio 2016

COPPA DEL NONNO FATTA IN CASA

COPPA DEL NONNO FATTA IN CASA

Ingredienti:
  • 200 gr panna fresca
  • 70 gr mascarpone
  • 70 gr latte condensato 30 gr caffè solubile per cappuccino o una tazzina di espresso

Procedimento:
Mescolate il latte condensato al mascarpone e al caffè solubile o al caffè normale raffreddato. mescolate e amalgamate tutto. montate la panna a neve fermissima e unitela al resto degli ingrendienti delicatamente e senza smontare il composto. mettete la crema nelle coppette e mettetele in frigo o freezer per almeno 30 minuti. tiratele fuori almeno 20 minuti prima di consumarle.

Tempo di preparazione: 10 minuti

Tempo di cottura: nessuno

Consigli: se volete una consistenza molto più densa potete aggiungere mezzo foglio di gelatina ammollata in acqua fredda e poi sciolta direttamente nel caffè. Potete spolverizzare con cacao amaro prima di servire.
latte condensato
fonte: blog giallozafferano

latte condensato

latte condensato



ingredienti:
procedimento:
Fate bollire in un pentolino il latte con lo zucchero e il burro, a fiamma bassa per 12-13 minuti. mescolando spesso.
Sterilizzate un barattolo di vetro e versate il latte condensato ancora bollente all’interno.
Capovolgete il barattolo e lasciate raffreddare completamente.
Quando si sarà raffreddato avrà la giusta consistenza bella densa.
Potete conservarlo ancora chiuso in dispensa per diverso tempo, una volta aperto trasferitelo in frigorifero e consumatelo entro un mese.
Potrete usare il vostro latte condensato come quello comprato

domenica 29 maggio 2016

LA ROCCA DEL GARAGNONE ORLANDO E LA MASCIARA DI GRAVINA

La rocca del Garagnone.
. Importantissimo castello durante il periodo normanno degli Altavilla. Della costruzione originale restano solo le rovine visto che è andato distrutto nel 1731 durante un violento terremoto.
Una punta di roccia tagliata in cima, questo è oggi il Garagnone. Qui sorgeva un castello e, forse, si stendeva una città nel luogo dove le Murge si interrompono bruscamente dinanzi alla piana che congiunge Spinazzola a Gravina, e creano un fronte continuo, inciso di tanto in tanto dalle lame che conducono dalla valle all’altopiano. Uno sperone di roccia che domina la valle e controlla gli accessi alle lame.  Della città, nessuna traccia ma i racconti nella valle non resistono all’oblio del tempo, supportati da qualche fonte.
Il castello del Garagnone svolge un ruolo importantissimo nel territorio dell'alta Murgia medievale durante il regno normanno degli Altavilla. Semidistrutto nel terremoto del 1731 il maniero può essere definito un castello invisibile, perché abilmente costruito sulla pietra e da materiali provenienti dall'altura, da renderlo facilmente occultabile. Di fondazione normanna il Garagnone è menzionato sin dalla metà del XII come possesso del conte di Andria Ruggero, poi demanializzato dall'imperatore Enrico VI e ceduto dallo stesso all'ordine monastico-cavalleresco dei Gerosolomitani di Barletta. Nel periodo federiciano il maniero è ristrutturato e registrato con il termine di domus ad indicare la sua funzione di gestione di territorio tra i più produttivi, in chiave cerealicola-pastorale, della Terra di Bari, se si pensa alla vicinanza con la domus di Gravina, e per il controllo di importati strutture viarie come la via Appia che raccordava i territori da Spinazzola ad Altamura con i nuovi assi viari verso l'Adriatico, Ruvo, Corato, Andria e Barletta. Molte sono le attestazioni della presenza di una Universitas del Garagnone, che molto probabilmente comprendeva una serie d'insediamenti sparsi per il territorio.
Leggeremo della mitica battaglia fra Orlando e il figlio della Masciara di Gravina che la leggenda vuole fosse combattuta sulla rocca del Garagnone, come epilogo della vicenda nacque la Fontana d'Onghia dalla quale ha origine il torrente Canapro. Torrente  che costeggia Gravina in Puglia, torrente ribattezzato oggi con il nome di Torrente Gravina per le sue gravine e ha dato anche il nome alla attuale città di Gravina In Puglia
Rocco M. Renna

Orlando e la Masciara di Gravina

C'era una volta Orlando paladino di Francia, venuto in Italia per combattere i Longobardi nemici del suo re. Giunto in queste contrade (Murgia tra Gravina e Spinazzola), trovò che erano soggette ai malefici della masciara di Gravina che opprimeva e tiranneggiava la popolazione. La quale chiese aiuto all'eroe cristiano, la cui fama correva per tutte le contrade d'Europa. Allora per liberare il popolo da questo giogo, Orlando sfidò a duello la strega.

Andò a trovarla nel suo covo, a Gravina e le propose:

«Chi di noi due vincerà il duello, resterà signore di Gravina e dei suoi territori. Accetti tu, strega malefica?»

La masciara prese tempo; rifletté. Orlando era giovane e valoroso, il più forte e coraggioso fra tutti i paladini di Francia. Possedeva una spada eccezionale. Lei invece era vecchia e debole, non poteva alla sua età combattere con la spada. Ma aveva un'arma ben più potente: la magia nera. Avrebbe usato questa a tradimento. Perciò mostrò di accettare il combattimento ad armi pari e offrì il suo giovane figlio come suo spadaccino contro Orlando. Questi accettò e, temendo qualche tranello, chiese che si combattesse in campo neutro, lontano da Gravina, sulla Murgia del Gragnone. Così fu fatto.
Foto trovata in rete rapportata alla fattucchiera di Colobraro

 Ma la masciara aggirò l'ostacolo arrampicandosi fin sulla punta del campanile della cattedrale di Gravina. Da lì, sia pure molto da lontano, riusciva a vedere il Gragnone e i due duellanti. Individuato bene Orlando, cominciò a fissarlo e a lanciargli la sua magia. Con formule oscure, con sguardi saettanti, con la bacchetta magica e i gesti stregoneschi delle mani lo ipnotizzò; contemporaneamente dette un po' di forza e coraggio a quel pusillanime di suo figlio. Fu così che Orlando, pur inseguendo continuamente il vile figlio della strega che gli fuggiva davanti, non riusciva mai a raggiungerlo e a colpirlo con la sua spada. Eppure era una spada forte, precisa, quasi magica. Si chiamava Durlindana; era fedelissima ad Orlando; non aveva mai sbagliato un colpo. Orlando non si dava pace: come mai stavolta Durlindana falliva? Spronava il suo cavallo e inseguiva forsennatamente l'avversario che correva in tondo. E tanto corsero entrambi che gli zoccoli del cavallo di Orlando addirittura consumarono la pietra di quella Murgia, fino a renderne piatto il cocuzzolo. Da allora essa apparve e fu detta «p'sèjte» cioè pestata come si usava anticamente per trebbiare il grano: lo si calpestava con le zampe di muli bendati che giravano sempre in tondo, fino a quando tutti i chicchi del grano non fossero usciti dal loro guscio nelle spighe. La «pesatura» era proprio quel cerchio tondo e piatto dove si pestava il grano. Ecco perché la Murgia «p'sèjte» appare, ancor oggi, l'unica piatta in mezzo a tutte le altre tondeggianti. Fu un duello lungo ed estenuante, trasformatosi per tutta la giornata in una giostra, in un carosello perenne senza vincitori nè vinti. Fino a quando arrivò la sera. Finita la giornata, finì il duello.

Orlando, furioso e deluso per non aver saputo vincere, abbandonò il campo di battaglia e, spostatosi un po' più avanti, gettò con rabbia la sua spada sulla roccia, per spezzarla e buttarla via con queste parole: «Ah Durlindana infedele! non sei più buona a nulla ormai. Io ti getto alle ortiche!»

Ma la spada, invece di spezzarsi, tagliò in due nientemeno che la roccia. Nacque così la famosa «Pietra del Garagnone», tagliata dalla Murgia come una fetta di pane.

Allora Orlando comprese che non Durlindana l'aveva tradito, ma la stregoneria della masciara di Gravina. Per cui riprese la spada e tornò immediatamente indietro, in cerca del suo avversario. Intanto la masciara di Gravina, sicura ormai di aver salvato suo figlio e sconfitto Orlando, era scesa dal campanile e si era allontanata. Privo della protezione materna, suo figlio fu subito raggiunto, colpito e abbattuto da un tremendo fendente della Durlindana di Orlando.

Così la città e il popolo di Gravina furono liberati dalla cattiva strega che fuggì lontano. Solo allora il paladino di Francia si dette pace e riposo dopo quella tremenda giornata. Ma il cavallo era assetato per il lunghissimo combattimento. Nitriva e protestava, mentre Orlando sulla Murgia del Garagnone non riusciva a vedere una goccia d'acqua tutt'intorno. Allora il cavallo si fermò davanti alla pietra del Garagnone, si impuntò, nitrì, si alzò sulle zampe posteriori e con quelle anteriori battè più volte con lo zoccolo sulla roccia. Improvvisa, come per miracolo ne sgorgò acqua pura di sorgente ove l'eroe e il suo destriero si dissetarono. E ancor oggi quella fonte di chiama «Fontana d'Ogna» per ricordare che fu creata dall'unghia del cavallo di Orlando.


http://www.pugliainfavola.it/index.php?option=com_content&view=article&id=292%3Aorlando-e-la-masciara-di-gravina-altamura&catid=70&Itemid=448


Se vi è piacuto diffondetelo per salvare la memoria del passato, raccontatelo ai vostri bambini nelle notti fredde dell'inverno, davanti ad un bel fuoco di un caminetto acceso


mercoledì 25 maggio 2016

'O surdato 'e Gaeta

'O surdato 'e Gaeta
- Comme stongo ccà dinto? E che ne saccio!
Nce sto pe ccarità, signore mio!
Miezo cecato... me manca nu vraccio...
Nun mporta! Tutto p' 'o vulere 'e Ddio!
Comme me chiammo? Michele Migliaccio
fu Giesummino e fu Carmela Pio.
Cinco campagne. Nativo di Meta.
Dicorato alla presa di Gaeta!
II.
Mo'... so' pezzente dello Spizzio! Tanno,
tenevo a Meta na massariella.
Scampuliavo, ncapo e npede l'anno,
e' 'o ggranone, 'o purciello e 'a vaccarella.
Campavamo na vita senza affanno,
ma, doppo muorte tata e 'a vicchiarella,
me sentette talmente abbandunato
ca pigliaie e me ne jette a fa' 'o suldato...
III.
Era l'epoca bona 'e l'abbundanza
sott' 'o Burbone... Che dicite?... No?...
E ve
ngannate l'anema! Ogne panza,
senza 'a vacantaria che nce sta mo!
O piso jeva justo, cu 'a valanza!
Parola mia!... Crediteme, signò,
pa si nun fosse stato 'o tradimente
io nun starria ccà dinto a fa' 'o pezzente...
IV.
Comme dicite? Mo, a sittantott'anne,
vicino a fossa addo' me chiamma 'a Morte,
io me ngannasse l'anema? Sti panne
ca porto ncuollo, so' vriogna5 forte!
'A sola e vera causa 'e tutt' 'e nganne,
de tutte 'e patimente, 'e tutt' 'e tuorte,
fuie 'o cuntegno 'e cierti tale e quale
ca nce chiammàino frate! 'E liberale!
V.
'O bbedite? Redite n'ata vota!
E tuttuquante rideno, ccà dinto!...
Ma si 'a furtuna arriva a cagna rota,
sa' quante faciarranno 'o musso astrinto?
Dio sulo, ncielo, n'ha pigliato nota,
de chello eh'è succiesso! E n'è cunvinto!
Stu vraccio e'aggio perzo, chisto ccà,
nun l'ha cercata mai, 'a carità.
VI.
Stu vraccio fui distrutto 'a na granata,
e l'aggio perzo p' 'o paese mio!
Francischiello, a Gaeta, l'ha guardata
nfì a dint' all'uocchie, 'a Morte, nnanz'a Dio!
L'avimmo canasciuta, 'a cannunata!
Ma doppo? 'o ttuio è chesto? E m' 'o ppigl'io!
L'avimmo dato 'o sango 'a Patria bella,
e 'a Patria stenta a darce na panella!
VII.
Ch'è? Nun redite cchiù?... Storia vivente,
io m'arricordo tutta 'a funzione!
Maria Sufia, 'o Rre, striile, lamiente,
'a famma, 'o tifo, 'e mbomme a battaglione,
'a forza 'e core 'e chilli reggimente,
'a lampa nnanz' 'a vocca d' 'o cannone,
case cadute, cchiesie sgarrupate7,
e Francischiello nzieme cu 'e suldate!
VIII.
Ch'era succiesso? S'era apierto 'o nfierno?
«Mai sta, ccà ne'è pericolo!...» - «Nun mporta! »
Isso, 'a Riggina, 'e Principe, unu pierno!
E 'o pericolo sempe, arreto 'a porta!
Nun murive stasera? Era nu tierno!
Senza rancio? E che fa! Fuma e supporta!
P' 'o buono esempio, manco 'o Rre, ha magnato!...
Tu si napulitano e si' suldato!
IX.
Ch'è stu fracasso, pe ttramente viglie
cu ll'uocchie 'e pazzo 'a reto 'a saittera?
Striile, suone 'e trummette, parapiglie...
È scuppiata n'ata pulveriera!...
Correno, leste, cinco se' squatriglie:
«Tradimento, Maistà!...». Propio chell'era!
N'ato fracasso?... Cade nu castiello!...
Ferite, muorte, 'ncèndie... Nu maciello!
X.
Chest'è Gaeta! Tuttuquante, tutte,
napulitane e svizzere, p' 'o Rre!
E mmiezo a nui na rètena 'e frabbutte
ca tradevano 'a Patria! E attocca a me
de cacciarve da 'e fatte sti custrutte,
pecchè Gaeta, mio signò, chest'è!
Resistenza p' 'o core d' 'e suldate,
tradimento d' 'e cchiù beneficate!
XI.
Era o mese 'e Dicembre d' 'o Sissanta...
Faceva friddo peggio 'e na Siberia!
Io stevo arravugliato int'a na manta,
a 'e ttre d' 'a notte, (mannaggia 'a miseria!)
quanno me veco cammenà pe nnanta
n'ombra ca s'avvicina seria seria...
«Chi va là?...» - «Bravo! Io veglio comm'a te!»
Me venette nu triemmolo! Era 'o Rre.
XII.
Era 'o Rre nuosto! Francischiello nuosto,
ca maie s'è alluntanato 'a coppa 'e mmura!
Nce aveva fatto 'o callo e 'o core tuosto,
e nun
sapeva che vo' di' paura!
Signò, sentite 'o servitore vuosto!
Nun ce vuleva, chella jettatura!
O chiammàvano scemo e Lasagnone,
ma annascunneva 'o core 'e nu lione!
XIII.
E 'a Riggina! Signò!... Quant'era bella!
E che core teneva! E che maniere!
Mo na bona parola 'a sentinella,
mo na strignuta 'e mana a l'artigliere...
Steva sempe cu nui!... Muntava nsella
currenno e ncuraggianno, juorne e sere,
mo ccà, mo Uà... V 'o ggiuro nnanz' 'e sante!
Nn'èramo nnammurate tuttuquante!
XIV.
Cu chillo cappellino 'a cacciatora,
vui qua' Riggina! Chella era na Fata!
E t'era buonaùrio e t'era sora,
quanno cchiù scassiava 'a cannunata!...
Era capace 'e se ferma pe n'ora,
e dispenzava buglie 'e ciucculata...
Ire ferito? E t'asciuttava 'a faccia...
Cadive muorto? Te teneva mbraccia...
XV.
'E ppalle le fiscavano pe nnanza,
ma che ssa'... le parevano cunfiette!
Teneva nu curaggio e na baldanza,
ca uno le zumpava 'o core 'a piette!
Te purtava 'e ferite all'ambulanza
steva sempe presente a capo 'e liette...
E tutte, chi 'a chiammava e chi mure va,
'a stevano a guarda cu ll'uocchie 'e freva...
XVI.
Muri p'Essa! Era 'o suonno 'e tuttuquante!
Desidera nu vaso nfronte 'a chella,
segnifecava: «Mettimmoce nnante
pefa na morte ca se chiamma bella!».
Npietto, p'avé n'aucchiata 'a sta Rignante,
te faci ve arapì na furnacella!...
Propio accussì, signore mio!... Vedite?...
V 'o sto cuntanno e chiagno... e vui redite...!
XVII.
No!... Nun me piglio collera!... Se sape!...
Vuie site troppo giovane...! Nun mporta!...
Ma, 'a tanno a mo!... se so' mbrugliate 'e ccape!...
V'hanno mparato a ghì p' 'a strata storta!...
'E piamuntise? Chille erano crape!...
Ma l'avetteno nzuonno, 'a bona sciorta!
E a Calibbardo ca metteva 'e gghionte
ched'è? nun 'o sparàino, a Naspramonte?!
XVIII.
Gnorsì, songo nu povero pezzente!
So' nu povero viecchio rimbambito...
Me diceno ca nun capisco niente!
Me chiammano burbonico e patito...!
Ma chille v'hanno fatto 'o tradimente
quanno v'hanno ammentato 'o Prebbiscito!...
Chella è stata na tenta carmusina,
sta Libbertà vestuta 'a culumbrina!
XIX.
Perciò, turnammo a nui, ch'è meglio assaie!
Avite che sentì! So' rose e sciure!
Ma 'a vera storia nun s'è scritta maie,
e se so' pigliat'asse pe figure!
Vulesse scriver'io, tutte sti guaie!
V 'e subbissasse, a sti repassature!
Che d'è?... p' 'a risa ve vene 'o selluzzo?...
Ma 'a Verità cadette nfunn' 'o puzzo!
XX.
Sulo loro, hanno fatto 'e guapparie!
Sultanto 'e libberale!... E basta ccà!
So' ghiute nnanze, v'hanno aperte 'e vvie!...
Gente 'e curaggio e generusità!...
Ma 'o Rre, 'a Riggina, 'ncopp' 'e battarie,
nisciuno maie l'ha viste arresecà?
Nisciuno ha ntiso, appriesso a Francischiello,
chella Marcia Riale 'e Paisiello?!...
XXI.
Già stevamo 'a nu mese resistenno,
e 'o primmo traditore jette bello!
Io, pe l'arraggia, ancora sto chiagnenno!
Passai, arme e bagaglie, 'o culunnello!
Cialdino, lusinganno e prumettenno,
s'aveva cumbinato a Pianello!
E chist'amico, stu galantuome,
se cunzignai cu tutt' 'o battaglione!
XXII.
Embè, dico accussì, chesto sta bene?
Quann'uno da parola 'e fedeltà,
si tene tanto 'e sango, dint' 'e vvene,
p' 'o Rre, p' 'a Patria, s'ha da fa scanna!
Ma no! Se ne luvaie 'a dint' 'e ppene!
Avette 'e llire pe puté sciala,
e vutai fuoglio! Da che munno è munno,
chi nasce quatro nun po' muri tunno!
XXIII
Crediteme, signò, ca chest'è 'a storia!
pe quant'è certo 'o juorno d'ogge! È chesta!
'A tengo ribbazzata int' 'a memoria,
dint' 'o penziero fisso ca me resta!
Chello ca primma era cafè, è cecoria!
e se n'è fatta na mala menesta!
V'hanno ngannato! E 'o ditto dice buone:
Vieste Ceccone ca pare barone!
XXXIV.
V'hanno vestuta 'a Verità sincera
comm'a na mascarella ferrarese!
Ma chella, 'a Storia overamente overa,
'a sanno tutt' 'e pprete d' 'o paese!
Ve l'hanno scritta de n'ata manèra,
e Francischiello n'ha pavato 'e spese!
Nfamità, nfamità, signore mio!
Nfamità grosse, sott'all'uocchie 'e Dio!
XXV.
Tre mise e miezo 'e patimente cane,
e a tridece 'e frevaro Sissantune
capitulaimo nfra 'e sbattute 'e mane
d' 'e libberale fauze e scavuzune!
Belli fratielle! Belli crestiane!
Belli ppagnotte! Belli carugnune!
Vi' che vittoria! E che cuscienzia! E c'arte!
Quanta Napuliune Bonaparte!
XXVI.
Tutte, cu 'e piette nnanza, àute e ntufate,
salvaino 'a Patria, e 'a Libbertà venette.
'E cammurriste fuino accarezzate,
e mariuncielle avetteno 'e cunfiette...
E nui, maltrattate e suspettate,
cu 'annore nfaccia e cu 'e fferite mpiette, n
ui suppurtaimo, nfra delure e schiante,
'e malefiggie nire 'e tuttuquante!
XXVII.
Francischiello cadette! Abbandunaie
'o Regno e se mettette a viaggia!
Chi fuie beneficato 'o ngiuriaie,
ma ll'uocchie le lucevano 'e buntà!
Era nu patre! Nun s'è visto maie
n'esempio meglio, 'e core e carità!
Perciò murette all'estero! E cu isso
e muorto n'ato Cristo crucefisso!
XXVIII.
N'ato Cristo, gnorsì! Cu 'a spogna 'e fele,
'e vase fàuze, 'e spine, e tutt' 'o riesto!
Se credeva ca Tizio era fedele?
E chillo 'o mpapucchiava lesto lesto...
Vulevano a Vittoriamanuele
e perciò 'e nfame s' 'o spicciaino priesto...
Quanno nisciuno amico 'o succurreva,
Isso, sulo, a Gaeta, resisteva!
XXIX.
E resiste ogge, resiste dimane,
e resiste e resiste, finalmente,
comme vuò fa'? Viscere 'e crestiane
nun sanno tullerà sventure e stiente!
Primma 'e nce fa tratta peggio d' 'e cane,
primma 'e nce fa muri mmiezo 'e turmiente,
isso dicette: - «No! Basta! Fennimmo!
Sarraggio Rre, ma ve so' patre, apprimmo!».
XXX
Diciteme vuie mo: quanta rignante
penzano cu stu core e cu st'ammore?
Annummenatemmille tuttuquante,
e po'
vedimmo chi ha tenuto core!
Ma che! Rignante vene a di'
birbante
,
quanno, vedenno ca 'o paese more,
l'ajuta a ben muri na vota e bona,
sultanto pe nun perdere 'a curona!...
XXXI.
L'ha fatto, chesto, Francischiello?... Maie!
Dicette: - «Preferisco 'e ve salva!».
'E ggenerale attuorno se chiammaie
e Ile spiegai che Ile restava 'a fa' !
_ «Voglio luvà 'e suldate 'a miez' 'e guaie!
'E trattative voglio accummincià!...
Jate a cerca na tregua, ncopp' 'a botta!
Stàteme a sentì a me, luvammo 'a sotta!»
XXXII.
E comme?! Accumminciammo 'e trattative,
e tu, Cialdine, nun suspienne 'o ffuoco?
Nce vulive adderitto atterrà vive,
ca te spassave a seguita stu juoco?!
'E ggranate, (pe sfreggio, pe currive,
pe nfamità? che saccio!?) mai nu poco
cessaino 'e smantella sta chiazzaforte,
dinto Gaeta semmenanno 'a morte!
XXXIII.
Ma che v'ha fatto, Dio ca le lanzate,
tutte sti mbomme ncopp' 'a casa soia?!
'E spitale, stracarreche 'e malate,
so' state causa 'e pruvucà sta foia!?
Nce avite assassenate e massacrate
'a coppa e 'a sotta, cu nu core 'e boja,
e nun
v'abbasta? Jate asciammo 'o rieste
-quann'uno ha ditto
cunzummatummeste
?!
XXXIV.
Tenite ancore sete 'e stragge? Ancora?!
E nun ve ne metti te ancora scuorno?!
Sempe granate e mbomme ' a dinto e ' a fora
da mezanotte a quanno schiara juorno?
Animale feruce d' 'a Mmalora!
E nce cannuniàino tuorno tuorno,
cu tutt'arraggia d' 'a vigliaccaria,
pe fa' sapé a Cavurro 'a guapparìa!
XXXV.
Che cchiù ve pozzo dicere?... Che ssaccio?
L'urdemo juorno 'o tengo scritto 'ncore,
pecchè fui tanno ca perdette 'o vraccio!
Ma ciento vracce guadagnai d'annore!
Po'... nce passaino tutte pe setaccio!
Venette 'a Libbertà, caro signore!
Ne cacciai ritto nfatto 'o tempurale,
e... ascette 'o Sole custituzzionale!
XXXVI.
E sceruppatevillo cu 'a salute!
Ov"o vulite fa' ndurato e fritto?
Rispunnisteve

? Ch'avite avute?
V 'o vvulite annià?... M'aggia sta' zitto?
'E ttasse chi l'aveva canusciute?
Facitelo pe Cristo beneditto!
Nun me facite jastemmà cchiù forte
tutt' 'o sango d' 'a razza 'e chi v'è mmuorte!
XXXVII.
Scusateme... scusateme... 'O bbedite?...
Chest'è quanno te saglie 'o sango ncapa!
So' nu gnurante... vuie perciò redite...
Ma là nce avette colpa pure 'o Papa!
Site, vicario 'e Cristo, o nun ce site?
E chillo generale Mezacapa?!
Manco ne sape niente! E d'Agustino?
E 'o Rre, a sti sierpe, s' 'e scarfava nzino!
XXXVIII.
Nu Nazzareno e ciento Scariote!
Nu core d'ommo e ciente core 'e cane!
E l'avvisaino cientumilia vote
pure 'o Conte 'e Caserta e 'o Conte 'e Trane!
Niente! Nun ne vuleva piglia note!
Ma finalmente, po', 'a tuccai cu 'e mmane,
'a Verità, redotta na petaccia,
quanno a Gaeta l'avutaino 'a faccia!
XXXIX.
Ll'articolo quattuordece, diceva,
dint' 'a Cummenzione, ca 'e suldate,
(ognuno 'e nui!) 'a case se ne jeva
cu tanto 'o juorno, struppie o mutilate...
Chi prumetteva se cumprumetteva!
Ma tuttuquante fuimo abbandunate!
Nisciuno avette nu cuppino 'e pasta!!
Prumetteva Cialdino! E tanto basta!
XL.
Chisto Cialdino teneva nu core
ca nun ghieva, signò, manco tre calle!
Sapeva sulo fa' 'o bummardatore
ncoppa Gaeta, cu granate e palle!
E se vedette, (m' 'o rricordo ancora!)
stu core suio, cu 'o fatto d' 'e cavalle!
Fatto succiesso, ma succiesso overe!
Fatto, ca, si se conta, nun se crere!
XLI.
Dinto Gaeta se suffreva 'a famma,
e fernette 'o furaggio all'animale!
O figlio sparpetava mpietto 'a mamma;
mancava l'uoglio, 'o vino, 'o ppane, 'o ssale..
Accumminciava a murmurà, 'a mmazzamma,
buttizzata da quacche libberale,
e poche juorne doppo 'o Primmo 'e l'anno
'o popolo se steva arrevutanno!
XLII.
'E cavalle diune e affamate,
jevano comm'a pazze, 'a sotto e 'a coppa!
Apprimma già s'avevano magnate
'e saccune cu 'e sbreglie, 'e seggie 'e stoppa...
Po' truvaimo carrette rusecate,
albere, porte, mure... E a chioppa a chioppa38
se sbranavano peggio d' 'e Rune,
quanno nun muzzecavano 'e guagliune.
XLIII.
Passavano, 'e cavalle, comra' ‘o viente!
Nun te devano 'o riempo 'e chiammà ajuto!
Passanno, t'azzannavano!... E che diente!
Ogne muorzo facea nu fuosso futo!
Mmagenàteve vui, mo, sti spaviente,
ogne mumento, ogn'ora, ogne minuto...
Tenive appena 'o riempo 'e te fa 'a rassa...
«Sarva! Sarva!... 'E cavalle!» E 'a chiorma passa.
XLIV.
Embè... quanno dicettemo a Cialdine
Pigliataville, datele a magna,
v' 'e rrialammo, so' animale fine,
ponno servì cchiù a vui ca dinto ccà;
sa' comme rispunnette stu Cialdine?
Rispunnette:
Nun aggio che ne fa!...
Stanno buone addò stanno! So affamate?
Sbranateve nfra vui, l'une cu ll'ate!...
XLV.
Sia beneditto Giesù Cristo 'ncroce!
nce ha casticate a nui, chi sa pecchè!
Erano prete, e scamazzàino 'a noce,
pe fa l'Italia e scamettà nu Rre!
E se sapeva! 'O franfellicco è doce,
e tu che vuò? ca t' 'o cunzegno a tte?!
Venette 'o riempo, avetteno 'a furtuna,
e 'o franfellicco fui l'
Italia Una
.
XLVI.
Mo, d' 'e cumpagne miei, caro signore,
cierte so' muorte 'e famma, ma ciert'ate,
uno è cucchiere, n'auto è scupatore,
n'ato venne puntette 'e scurriate!
Io, po' ccà dinto, so' nu mperatore,
caro signore mio! Nce pazziate?
Loro stesse m' 'o ddiceno!... - «Te lagne'?
Ringrazia a Dio, ca duorme, vive e magne!...»
XLVII.
Embè... Gnorsì! Magnammo e po' vevimmo
nfi' a che nce sta lucigno a la lucerna!
Lassa fa' a Dio, ca doppo ne' 'e vvedimmo,
sti ffacce noste! Dint' 'a vita eterna!
Sa' quanta belli smorfie nce facimmo?
Tanno, signò, voglio piglia 'a quaterna!
Quanto le dico justo doi parole!
Quanto 'e cchiammo fetiente e mariuole!
XLVIII.
Mo... passo 'e juorne a ricurdarme 'e fatte
de chilli quatto mise maleditte,
e veco 'e mbomme ncopp' 'e ccasematte,
e sento 'e chiante 'e tanta ggente afflitte!...
Sa' quant'è40 lloro se so' fatte chiatte?
Che ne parlammo a fa'? Stàmmoce zitte!
Ma, sempe ca m'avota 'o cerviello,
io me vaso 'a meraglia 'e Francischiello!
XLIX.
A tengo comm'a na reliquia santa,
Pecche me l'aggio mmeretata overe!
A porto ncopp' 'o core da 'o Sissanta!
So' cinquantasej' arine! E pare ajere!
P'essa darrìa sta vita tuttaquanta!
Sott' 'o cuscino 'a stipo tutt' 'e ssere,
e quanno murarraggio, dint' 'a fossa
l'hanno 'a fa' sta'! Vicino a sti quatt'ossa!
L.
Mo sta ccà, sott' 'a giubba... Che dicite?
Pecchè me l'annasconno?... Embè... signò!..
Nun me songo spiegato?... Nun capite?...
Site giovane e struito, mo nce vo'...!
Io me l'aggio abbuscata p' 'e fferite,
p' 'o vraccio muzzo!... E na relliquia o no?
E 'a putesse purtà, sta gloria mia,
ncopp' 'a livrera d' 'a Pezzentaria?
Ferdinando Russo

MARIA SOFIA, LA REGINA CHE NON SI ARRESE MAI di Cesare Linzalone

 MARIA SOFIA, LA REGINA CHE NON SI ARRESE MAI
di Cesare Linzalone
Fonte: il Carlino, inserti 9 e 10
il materiale apaprtiene a: http://www.salpan.org/GRANDI%20TEMI/GRANDEZZA%20DEL%20SUD/Maria%20Sofia%20Regina.htm

     Ho trovato questo articolo dello scrittore Cesare Linzalone mi è piaciuto moltissimo ed ho voluto riprodurlo tale quale qui per aiutarlo a diffondere il messaggio

       II 19 gennaio del 1925 cessava di vivere l'ultima Regina di Napoli, Maria Sofia Wittelsbach-Borbone.
       Di questa meravigliosa donna, detta l'Eroina di Gaeta è raro che se ne parli, mentre tutti conoscono la vita e le vicende della sorella Elisabetta, l'indimendicata Sissy, imperatrice d'Austria, moglie di Francesco Giuseppe d'Asburgo.
      La storia, scritta dai savoiardi e dai risorgimentalisti liberali, dopo aver calunniato Maria Sofia, attribuendole ogni sorta di nefandezze, ha coperto con un velo d'oblio la figura e le gesta dell'ultima impavida nostra Regina, che difese letteralmente a "spada tratta" dagli spalti di Gaeta i diritti della Monarchia Napoletana e di tutto il Sud, contro il sopruso e la criminale aggressione piemontese dell'Antico Regno delle Delle Due Sicilie.
       Maria Sofia Amalia era nata il 4 ottobre del 1841 nel Castello di Passenhofen in Baviera dai Duchi Massimiliano Wittelsbach e Ludovica, figlia del re di Baviera, Luigi I.
      Terza delle cinque figlie dei duchi di Baviera, Maria Sofia somigliava molto a Elisabetta. Era "alta, slanciata, dotata di bellissimi occhi di color azzurro-cupo e di una magnifica capigliatura castana; Maria Sofia aveva un portamento nobile ed insieme maniere molto graziose" .
      Elisabetta, chiamata Sissy in famiglia, era la sorella alla quale si ispirava Maria Sofia e costituiva per lei l'esempio da imitare nel modo di vestirsi, di comportarsi, in una parola, di vivere. Le due sorelle erano le più affiatate e somigliavano molto al padre, il Duca Max, come esuberanza di carattere e spirito d'avventura.
      Erano esperte cavallerizze, bravissime nel nuoto, nella scherma, nell'uso della carabina e amavano la vita all'aperto, a contatto della natura. Non di rado seguivano il padre nel bosco in lunghe galoppate a caccia di animali selvatici. Certo per l'epoca in cui vissero e per il ceto a cui appartenevano, i loro modi non risultavano consoni al ruolo che esse avrebbero avuto nella società di allora. La madre Ludovica prodigò ogni suo sforzo per frenare l'esuberanza delle figlie che a Possy (Passenhofen), dispiegavano il loro spirito libero.
      Più allegra e più portata all'azione era Maria Sofia, rispetto a Sissy, il cui animo era piuttosto incline a una velata malinconia.
      Non ancora diciottenne, per la duchessina Maria Sofia giunse la richiesta di matrimonio. Il "principe azzurro" tante volte sognato era l'erede al trono delle Due Sicilie Francesco di Borbone, Duca di Calabria. L'unione fra i due fu ovviamente stabilita dalle rispettive famiglie Borbone-Wittelsback. Maria Sofia conobbe lo sposo attraverso una miniatura che mostrava Francesco in divisa da Ussaro rimanendone favorevolmente sorpresa, nonostante che le voci a lei giunte sull'aspetto del futuro sposo non fossero entusiasmanti. In vero la miniatura era stata notevolmente abbellita.
      Secondo l'uso dei tempi il matrimonio fu celebrato per procura l'8 gennaio del 1859 a Monaco di Baviera e dopo Maria Sofia volle recarsi dalla sorella Sissy a Vienna per un breve soggiorno.
      Successivamente la nuova duchessa di Calabria si imbarcò a Trieste per raggiungere il suo sposo a Bari, dove giunse il 3 febbraio.
      Le accoglienze della popolazione furono entusiastiche, ma la malattia del Re già gettava un'ombra funesta sul lieto evento.
      Durante la permanenza a Bari la famiglia reale soggiornò nel palazzo dell'Intendenza, attuale sede della Prefettura.
      Maria Sofia, col suo fascino e la giovanile bellezza si attirò subito le simpatie di quanti la conobbero. Primo fra tutti fu il Re a rimanere favorevolmente impressionato dalla figura della nuora. Le sue giornate si dividevano fra il teatro e le escursioni nelle vicinanze di Bari, in compagnia dei giovani cognati con i quali aveva subito fraternizzato, avendo in comune con essi spirito d'avventura e atteggiamenti goliardici.
      L'aggravarsi della malattia del Re che lo costrinse a letto per tutta la durata del suo soggiorno a Bari, accellerò il rientro a Caserta. Il 7 marzo, il Re costretto su una lettiga, la Regina Maria Teresa, Francesco, Maria Sofia e tutto il loro seguito si imbarcarono sulla pirofregata "Fulminante" e partirono alla volta di Napoli. Finalmente per Maria Sofia, lasciato il grigiore del Palazzo intendentizio barese, si aprivano nuovi orizzonti. Il mare che ella tanto amava le dava il senso dell'avventura e del mistero; man mano che il vascello s'avanza tra le onde, la futura regina ripassa nella mente i racconti e le descrizioni della sua nuova dimora apprese dal suo sposo e dalla sua dama di compagnia, la marchesa napoletana signora Nina Rizzo. Di certo non poteva immaginare la giovanissima Duchessa quali trame stesse tessendo il destino per il suo futuro.
      Sopra coperta, Maria Sofia scrutava l'orizzonte e sognava: sarebbe stata la regina di uno Stato mediterraneo considerato il giardino d'Europa.
      Francesco, invece, non si staccava dal capezzale del Re, suo padre; in lui crescevano l'angoscia e, di pari passo, l'ansia ed i timori per le gravi responsabilità che lo attendevano. Tutto ciò può aver avuto un peso sull'atteggiamento poco ardente tenuto dal Principe nei confronti della sua giovanissima moglie. La sua profonda religiosità, un'innata timidezza non disgiunta da soggezione, frenavano Francesco che pure era rimasto affascinato e travolto dalla esuberante bellezza di Maria Sofia.

Inizi del periodo napoletano

       Giunti finalmente a Napoli, Maria Sofia rimase colpita dallo splendore della capitale, ma ancor più rimarrà ammirata dalla magnificenza della Reggia di Caserta e del grande parco, esteso ben centoventi ettari. Inevitabilmente tornarono alla sua mente le giornate in allegra libertà trascorse a Passenhofen, nella sua amata terra. Ma in più a Caserta, i profumi, il calore e la luminosità meridionali le infondevano una gioiosa frenesia.
      Con la nuova numerosa famiglia napoletana si trovò presto a suo agio; i giovani cognati l'accolsero con calore e simpatia. La sola Regina Maria Teresa manteneva nei suoi confronti un atteggiamento severo e diffidente, tipicodel suo carattere, mentre con suo suocero, Re Ferdinando, si era stabilita una subitanea intesa.
      Durante l'ultimo breve periodo della sua vita, Ferdinando riceveva quasi tutti i giorni nella sua camera i Principi ereditari per istruirli sulle cose del Regno, e a Maria Sofia, in particolare, raccomandava di non fidarsi mai dei "parenti di Torino", definiti : "piemontesi falsi e cortesi".
      Dopo la morte di Ferdinando II, passato il periodo del lutto, la giovane sovrana può finalmente liberarsi della soggezione della Regina-madre e riprendere liberamente le sue abitudini sportive come le lunghe cavalcate, la scherma, il nuoto.
      Ripresero le feste a corte in sintonia con la gioiosità napoletana così gradita alla nuova Regina che già riscuoteva le simpatie del popolo.
      Maria Sofia non perse tempo ed impose con fermezza il suo ruolo, neutralizzando la residua autorità di sua suocera Maria Teresa e l'influenza dei suoi amici, da lei definiti ironicamente "potenza delle tenebre" (2).
      Questo tempo di relativa tranquillità già volgeva alla fine. Le prime avvisaglie della bufera in arrivo si ebbero con la sanguinosa rivolta degli Svizzeri, anch'essa provocata ad arte da agenti piemontesi (con la propaganda e la corruzione) allo scopo di privare l'esercito borbonico di reggimenti che erano sempre stati esempio di disciplina e fedeltà alla Corona.
      In questa occasione Maria Sofia fu l'unica a tenere un comportamento coraggioso; non ebbe paura di salire sul terrazzo della reggia per assistere a cosa stesse accadendo.
      Dopo questi gravi eventi, conclusisi con l'allontanamento degli Svizzeri, i liberali e gli altri nemici occulti della Corona gioirono ritenendo un loro successo lo scioglimento dei reggimenti. I fedeli della Monarchia, invece, videro in esso una grave iattura.
      A colmare la grave carenza militare determinatasi, per iniziativa di Maria Sofia, furono costituiti tre battaglioni con soldati bavaresi prontamente inviati nel reame da suo zio, Re Massimiliano di Baviera.
      Intanto capo del governo veniva nominato il vecchio Carlo Filangieri, "l'uomo dei momenti perduti", come lo aveva definito Ferdinando.
      Maria Sofia presto si rese conto di quale coacervo di interessi multiformi e contrastanti era composto l'ambiente di Corte. Un fatto appariva chiaro: la morte di Ferdinando II sembrava avesse sciolto tutti dal vincolo di fedeltà alla Corona e, anziché stringersi intorno al Trono e sostenere il giovane sovrano, tutti si sentivano liberi di fare e disfare, non nutrendo nessuna fiducia nel nuovo Re e non avendo di lui alcun timore.

Governo Filangieri e riforme

      Il nuovo governo guidato da Filangieri emanò un condono per i condannati per reati politici ed abolì le "liste degli attendibili". Inoltre, non solo consentì il rientro nel Regno di liberali e fuorusciti, bensì diede loro posti importanti nella Pubblica Amministrazione togliendoli a funzionari di provata fedeltà per dare un messaggio di "pacificazione". Ma gli
irriducibili nemici della Monarchia napoletana che agivano all'interno del paese erano fermamente decisi a "non lasciare al nuovo Re, di cui era nota la correttezza morale, il tempo si assestarsi sul trono e di coagulare intorno alla monarchia, grazie anche alla simpatia che riscuoteva la giovane Regina, nuove adesioni e consensi con un pericoloso (per loro) recupero di legittimazione " (3)
      Nei pochi mesi del soggiorno napoletano, Maria Sofia seppe imporre la sua personalità e dimostrare il suo già forte legame con la nazione.  La sua risolutezza e determinazione sembravano compensare la debolezza e le incertezze del Re.
      Per quanto riguarda la pretesa adesione di Maria Sofia ai principi costituzionali, data per certa da quasi tutti i suoi biografi, solo perché nella sua patria d'origine tali principi erano già in atto, non v'è una documentazione sufficiente per dimostrarla. Ammesso, comunque, che tale fosse il suo pensiero, non poteva sfuggire alla Regina, donna di acuta intelligenza, che le contingenze del Regno non erano tali da consentire una riforma in senso costituzionale da molti ritenuta rovinosa per il paese, né poteva aver dimenticato gli ammaestramenti dati in punto di morte da Re Ferdinando, per il quale Costituzione significava rivoluzione.
      Era tempo, invece, di "serrare i ranghi", chiamando i fedelissimi a raccolta e dare precisi segnali di energia e risolutezza. Così non fu. E i nemici interni ed esterni intensificarono ogni azione per condurre il Regno alla rovina.
      "Lentamente cresceva nel Regno la tensione politica che né i numerosi decreti di clemenza, né la buona volontà dimostrata dal giovane Re potevano esorcizzare. Anzi, sembrava che ad ogni provvedimento positivo gli eventi accelerassero il loro corso" (4).
      Maria Sofia, assisa su uno dei più bei troni d'Europa, già ne avvertiva lo scricchiolio. Il Re era praticamente prigioniero della larga cerchia di collaboratori e consiglieri che lo avevano indotto, col nemico già alle porte, a prendere quei provvedimenti libertari che risulteranno esiziali per il Regno: già allignava negli ambienti governativi e nelle alte sfere militari l'ombra del tradimento.
      Sfuggiva agli onesti ed ai fedeli alla Monarchia che ai liberali ed ai fuorusciti napoletani non interessava affatto una trasformazione dello Stato borbonico in senso liberale, volevano semplicemente e solamente la fine del Regno napoletano e l'annessione al Piemonte.
      Dice lo storico Ruggero Moscati che per i liberali ed i massoni il "porro unum" era la "cacciata" dei Borbone, per il resto, poi si sarebbe visto.

Dissoluzione dell'esercito e abbando-no della Capitale

      Nel clima di generale disorientamento che dominava a Corte, solo Maria Sofia era determinata a seguire qualunque strategia che fosse d'attacco e di efficace contrasto ai nemici invasori.
      Ella non si stancava di incitare il Re a mettersi a capo dell'esercito e passare all'azione, sicura che tutto il popolo l'avrebbe sostenuto e seguito. Ma Francesco II, a parte la sua naturale indolenza, irretito e condizionato com'era, da una selva di ministri e collaboratori di dubbia fede non riusciva a prendere quelle decisioni che la situazione richiedeva.
      Dopo la perdita della Sicilia e la dissoluzione dell'esercito in Calabria, tutti a Napoli furono presi dallo scoramento.
      La tragedia era ormai incombente e il Re non sapeva a chi votarsi. Chiedeva consiglio ai maggiorenti del Regno, ma riceveva suggerimenti contrastanti. Il vecchio generale Carrascosa, interpellato rispose : "Vostra Maestà monti a cavallo, e noi saremo tutti con Vostra Maestà; o cadremo da valorosi, o butteremo Garibaldi in mare" .
      Ovviamente questo tipo di consigli trovavano la Regina consenziente ed entusiasta.
      Altri, invece, sostenevano che se il Re si fosse allontanato da Napoli ci sarebbe stata la rivolta.
      Intanto era già iniziata la lunga serie di dimissioni di ministri e generali. Dopo le dimissioni di Pianell il Re offrì l'incarico di capo del governo al generale Ischitella, ma questi dopo vari tentativi, rimise l'incarico sostenendo che "ognuno si rifiutava di essere ministro in quel momento, in cui si vedeva la dissoluzione del Regno, e nessuno voleva compromettersi."
      Appariva, invece, determinato e risoluto il ministro Liborio Romano (che meriterà poi l'aureola di primo grande traditore). Costui consigliò il Re di affidare la Reggenza temporanea ad un "ministro forte e fidato" (cioè lui) e lasciare Napoli, reputando ormai impossibile fermare Garibaldi. Consiglio che poi, funestamente, il Re seguirà, essendo venuto nella determinazione di rifugiarsi a Gaeta e apprestare poi una difesa fra il Volturno e il Garigliano.
      Il pomeriggio del 5 settembre i Sovrani uscirono dalla reggia per mostrarsi al popolo napoletano e ai soldati per risollevarne gli animi; anche in questa occasione il piglio battagliero di Maria Sofia si manifestò con l'intenzione di mostrarsi a cavallo insieme al Re, ma prevalse il consiglio di uscire in una carrozza scoperta.
      Il giorno dopo, nel pomeriggio, i Sovrani lasciarono la reggia e si imbarcarono per Gaeta, dove erano già stati preceduti dalla Regina madre con i figli minori.
      Dopo la decisiva e sfortunata battaglia del Volturno, il Re, insieme ai principi reali, avvilito, ritornò a Capua e fu convinto dal Maresciallo Ritucci dell'impossibilità di riprendere la battaglia, ma al suo ritorno a Gaeta, la stessa notte, ancora una volta, incitato dalla moglie e da altri, mutò parere e comunicò telegraficamente al Ritucci la sua decisione di riprendere la battaglia, ma costui tergiversava, non avendo ormai nessuna intenzione di combattere. Né si decise a riprendere l'offensiva quando il Re, appreso che Vittorio Emanuele aveva varcato il confine del Regno, gli intimò di marciare verso Napoli. Inevitabile fu allora la sua sostituzione col generale Salzano, il quale già nel consiglio di guerra del 31 ottobre, appoggiato da Ulloa, invitava Francesco II a intraprendere una guerra partigiana conducendo l'esercito sulle montagne.
      Molto esplicito a questo proposito fu il generale Salzano: "Si facciano rivivere i Fra Diavolo, i Pronio, i Mammone ed i tanti altri condottieri di masse del 1799 ; in una parola il Reame intero deve essere chiamato alle armi. Imitiamo il popolo spagnolo che seppe umiliare la potenza di Napoleone I" .
      Ma il Re preferiva ripiegare su una lunga resistenza a Gaeta nella convinzione che le potenze europee non avrebbero tollerato oltre i soprusi del Piemonte e sarebbero intervenute.
      Dopo gli scontri sul Garigliano inevitabile fu il ripiegamento in Gaeta.

Il tempo di Gaeta

      E' il tempo di Gaeta quello in cui Maria Sofia si guadagna l'aureola di "eroina". E proprio a Gaeta, durante quel memorabile assedio, fra inenarrabili patimenti e angustie, troverà il suo humus e dispiegherà tutte le sue energie.
      Dice di lei Amedeo Tosti, uno dei suoi biografi: "Fin dal giorno del suo arrivo a Gaeta, la Regina Maria Sofia aveva preso ad esplicare una grande, inconsueta attività: visita ai reparti delle caserme, sopraluoghi sui lavori di afforzamento, predisposizioni per le cure ai feriti ed agli ammalati, contatti con la popolazione, tra la quale la giovane Sovrana non tardò a diventare popolarissima".
 I soldati la chiamavano:"Bella Guagliona nuosta".
      Nei momenti più gravi Maria Sofia non si perdeva d'animo, lo sprezzo del pericolo era una costante del suo comportamento; sapeva affrontare ogni rischio col sorriso sulle labbra, quasi a sfidare il destino. Per questo i soldati l'adoravano ed anche in punto di morte invocavano il suo nome.
      Quando a Gaeta la situazione diventerà sempre più tragica a causa dell'epidemia del tifo, del terribile freddo di quell'anno, della scarsità di cibo, la Regina risponderà sempre no all'invito del marito di lasciare la roccaforte.
      In una lettera a Napoleone, Francesco II a questo proposito, non senza compiacimento, dirà della moglie : "Ho fatto ogni sforzo per persuadere S.M. la Regina a separarsi da me, ma sono stato vinto dalle tenere sue preghiere, dalle generose sue risoluzioni. Ella vuol dividere meco, sin alla fine, la mia fortuna, consacrandosi a dirigere negli ospedali la cura dei feriti e degli ammalati; da questa sera Gaeta conta una suora di carità in più".
      Ciò che destava ammirazione, soprattutto fra i combattenti, era la continua sfida del rischio da parte di Maria Sofia sempre presente dove più infuriava al battaglia.
      Non da meno si dimostrò il Re che ogni disagio e privazione volle dividere con i suoi soldati e la popolazione. In non poche occasioni sembrò che Egli cercasse la morte fra i suoi soldati, ma evidentemente il destino gli riservava altre angosce.
      Man mano che il tempo passava, andavano scemando le speranze del Re in un intervento militare da parte di qualche potenza europea (Austria, Spagna, Russia) per ristabilire il diritto. Tali possibili interventi, viceversa, erano temuti dagli assedianti piemontesi, che perciò erano determinati ad intensificare il fuoco e le operazioni di assedio per espugnare quanto prima la cittadella.
      Per la festa dell'Immacolata dell'otto dicembre, il Re fece sospendere le ostilità per le celebrazioni religiose. In questa occasione anche gli assedianti sospesero il fuoco, non per motivi religiosi, ma per consentire al vice ammiraglio francese de Tinan di consegnare al Re una lettera di Napoleone con cui si annunziava l'imminente ritiro della squadra navale francese da Gaeta, e si consigliava Francesco II di desistere dalla ormai inutile resistenza.
      Tale avviso fu per i reali napoletani un colpo ferale e se ne dolsero con i sovrani di Francia. Ciononostante erano determinati a combattere fino alla fine.
      La Regina continuò con maggior sprezzo del pericolo ad aggirarsi fra le batterie rincuorando gli impavidi soldati.
      Il 19 gennaio, con l'allontanamento della squadra navale francese, tutto il fronte di mare rimarrà scoperto ed in balia della flotta piemontese. Cesserà da questo momento la possibilità di rifornimento della Piazza, ormai condannata ad una rapida agonia.

Isolamento della Piazza e fine delle ostilità

      Non si erano del tutto allontanate le navi francesi, che già comparvero come funesti avvoltoi, le prime tre navi piemontesi dell'ammiraglio Persano.
       L'isolamento della Piazza era ormai completo.
      Dappertutto in Gaeta ben visibili apparivano segni di distruzione e di morte: macerie e cadaveri disseminati, animali morti di stenti, feriti e moribondi. Ritenendo ormai imminente la resa, Napoleone, il 27 gennaio fece informare Francesco II che all'occorrenza era già pronta nel golfo di Napoli la nave a vapore "Mouette" a disposizione dei reali napoletani , quando avessero deciso di abbandonare Gaeta. Ma il Re, dopo aver ringraziato l'Imperatore, fece sapere ancora una volta, che era "deciso a difendere fino agli ultimi estremi questa piazza, isolata dal resto del mondo".
      Completamente ignorata fu, invece, l'oltraggiosa offerta fatta da Vittorio Emanuele, l'invasore, tramite Cavour, che informava di aver messo a disposizione di Re Francesco la nave da guerra "Vittorio Emanuele" per lasciare Gaeta.
      Ancora la sera dell'otto febbraio dal consiglio di guerra convocato dal Re venne fuori la decisione di resistere ad oltranza, ma ormai tutto rovinava, anche le ultime muraglie. Ogni residua speranza ed illusione cessava la sera del 10, quando una lettera autografa dell'Imperatrice Eugenia, inviata a Maria Sofia, riferiva dell'impossibilità di un ulteriore intervento francese ed invitava a cedere al destino.
      Sotto l'incalzare degli avvenimenti, soltanto il giorno 11 il Consiglio Supremo dello Stato, convocato da Re Francesco, riconobbe la necessità di una pronta ed onorevole capitolazione.
      Ormai rassegnati a quella sorte iniqua, ma non domi, i reali napoletani si aggiravano come fantasmi fra le macerie fumanti di Gaeta.
      La mattina del 14 febbraio Francesco II e Maria Sofia, lasciata la loro residenza, si avviavano verso il molo per imbarcarsi sulla motonave "Mouette" che li avrebbe condotti nello Stato Pontificio.
      Particolarmente toccante è la descrizione della scena di partenza fatta dal generale Pietro Ulloa : "I soldati laceri e defaticati, con gli occhi abbattuti, presentavano le armi, e le musiche dei reggimenti suonavano la marcia reale. Quest'inno, opera del Paisiello, durante i bombardamenti si suonò continuamente; ed allora questo pezzo d'armonia faceva un contrasto doloroso col rumore spaventevole delle artiglierie, ma in questo momento solenne queste note, così armoniose e tenere, fecero alta impressione, poiché ricordavano ben altri tempi; talché l'emozione divenne generale e le lagrime sgorgarono dagli occhi di tutti. I soldati, gridando: "Viva il Re", non facevano sentire che suoni rauchi, misti a singulti, e la popolazione, esposta a dure prove durante l'assedio, si precipitò allora sui passi del Re per baciargli chi le mani e chi gli abiti, e parte di essa dall'alto dei balconi, convulsa, agitava i bianchi fazzoletti come affettuoso segnale dell'estremo addio. I soldati si prostravano, singhiozzando, dinanzi al Re, e gli uffiziali, oppressi dallo stesso dolore, si gettavano nelle braccia dei loro soldati, scambievolmente abbracciandosi; e di questi ultimi vi furono molti che, strappandosi le spalline, ruppero le spade e le gittarono al suolo.
      La commozione era intensa: il Re a stento si potè aprire il varco fra i suoi soldati, fra la popolazione che lo serrava come in un abbraccio: per la prima volta si videro spuntare dagli occhi della Regina le lagrime. Finalmente il Re potè raggiungere la porta di mare e il porto, dove s'imbarcò sulla "Mouette"; quando lasciò il porto, una batteria rese gli ultimi onori al Re.
      Il rumore del cannone s'innalzò per l'aere come il singhiozzo del moribondo... Le grida di "Viva il Re", innalzate dai connonieri sul momento in che abbassavasi la bandiera napolitana, ci stringevano il cuore; poiché sembravaci quella bandiera un funereo lenzuolo, che si gittava sulla Monarchia di Carlo III, e gli stessi francesi della "Mouette erano commossi come i napolitani".
      Al passaggio della nave reale davanti alla batteria borbonica Santa Maria " fu eseguita la salva reale di ventun colpi di cannone ed, in segno di saluto, per tre volte fu ammainata la bandiera gigliata sulla Torre d'Orlando. Per sempre".

Periodo romano e organizzazione della guerriglia

      Al suo arrivo a Roma, Maria Sofia, pur con l'angoscia nel cuore, non era per nulla rassegnata alla sorte; il legittimo risentimento e l'inimicizia contro i Savoia la rendevano ancora più determinata a continuare la lotta con tutti i mezzi.
      La sua fama per le gesta di Gaeta l'aveva preceduta, ed i romani furono presto conquistati dalla sua leggiadra figura.
      Dopo le festose accoglienze, il Papa aveva messo a disposizione dei reali napoletani il Palazzo del Quirinale.
      Il Re allora, volle dare subito un segnale di continuità ricostituendo in esilio il governo borbonico sotto la presidenza di Pietro Calà Ulloa. Compito primario di questo governo era innanzi tutto quello di organizzare la resistenza contro i piemontesi nel Regno e dispiegare un'attività diplomatica di coinvolgimento delle nazioni europee.
      Della parte organizzativa militare, con beneplacito del Re, se ne volle occupare Maria Sofia.
      Volontari da tutta Europa giungevano a Roma per prendere parte alla resistenza contro gli invasori piemontesi, in una vera e propria crociata per la liberazione del Sud.
      Focolai di rivolta si diffusero in tutto l'ex Regno, organizzati e diretti da "comitati" borbonici in ogni provincia. "La stampa internazionale dedicava ampio spazio alla guerriglia che si combatteva nel Mezzogiorno d'Italia, prendendo spesso le difese delle popolazioni locali".
      Maria Sofia era la " vera ispiratrice della resistenza".
      L'atmosfera romantica di quel tempo ben si accordava con gli ideali dei legittimisti, che pur sapendo di rischiare la vita, con entusiasmo si davano alla macchia con l'intimo convincimento di operare per una giusta causa: la riconquista del Regno.
      Ai facili entusiasmi si alternavano periodi di scoramento, ma la giovane Regina non si sarebbe mai sognata di abbandonare la lotta, anzi ne aveva fatto lo scopo principale della sua vita.
      Ricordava ed idealizzava sempre di più l'epico periodo di Gaeta e lo considerava il più bello trascorso fino allora.
      Il suo intenso attivismo attirò l'odio dei circoli liberali romani che cominciarono ad osteggiarla in tutti i modi. Da loro partì la vergognosa e infame operazione dei fotomontaggi in cui appariva la testa di Maria Sofia montata sul corpo nudo di una prostituta in pose lascive. Tali foto furono inviate a tutti i reali d'Europa, compreso il Papa. La polizia pontificia scoprì ed arrestò gli autori di tali vergogne: i coniugi Antonio e Costanza Diotallevi. I mandanti erano i membri del Comitato nazionale o "partito piemontese" e il "Comitato d'Azione" (liberali), i quali avevano anche organizzato un'aggressione mortale a Maria Sofia, fortunatamente fallita per caso. Senza nessuno scrupolo e con ogni più turpe mezzo i liberali continuavano a calunniare ed osteggiare l'amata Regina, che decise di allontanarsi per qualche tempo da Roma per recarsi a Monaco.
      Di ritorno, dopo le preghiere del Re, nella primavera del 1863, Maria Sofia e Francesco si trasferirono a Palazzo Farnese, antica proprietà dei Borbone.
      La grigia realtà dell'esilio romano cominciava a incidere negativamente sull'umore della giovane Regina, anche a causa degli intrighi e dei contrasti che si sviluppavano fra le diverse fazioni dei legittimisti esuli a Roma, i quali si perdevano in vane discussioni senza produrre concrete azioni di guerriglia nei territori dell'ex Regno.
      Non paghi erano i detrattori di Maria Sofia, che continuavano a tessere trame calunniose nei suoi confronti allo scopo di distruggere il simbolo stesso della resistenza da lei rappresentato. Ma nonostante tutto, Maria Sofia era ancora e fermamente convinta di poter, un giorno, riconquistare il trono alla guida dei suoi fedeli soldati e rientrare a Napoli.
      Fra speranze e delusioni, fino al 1866, la vita dei sovrani napoletani era trascorsa più o meno tranquilla fra Roma e la Baviera.
      Ma i venti di guerra che già soffiavano in Europa mettevano in apprensione gli esuli borbonici che temevano l'occupazione di Roma da parte dei piemontesi. Viceversa, i governanti italiani non nascondevano il timore per eventuali sollevazioni popolari nell'ex Regno.

Guerra del 1866 e speranze borbo-niche

      Scoppiata la guerra, i borbonici speravano in una sconfitta italiana che avrebbe rimesso tutto in discussione. E la notizia della disfatta di Custoza riaccese le speranze degli esuli napoletani a Roma e fece pensare a un non lontano rientro in patria.
      Invece, ancora una volta le loro speranze andarono deluse. Infatti la sconfitta degli austriaci a Sadowa ed il successivo trattato di pace che non teneva conto delle aspettative dei Borbone relative alla restituzione dei loro beni privati, raggelò l'ambiente legittimista romano, ma la rivolta siciliana del settembre 1866 repressa nel sangue dimostrò ancora una volta come fosse ancora viva l'avversione delle popolazioni dell'ex Regno contro lo Stato unitario che produceva solo miseria e morte.
      Dopo tali episodi, man mano che il tempo passava aumentava l'indifferenza dell'opinione pubblica internazionale verso la causa della restaurazione dei Borbone.
      Maria Sofia, stanca e sfiduciata ritornò nella sua nativa Baviera, ma non vi soggiornò per molto; infatti la sorella prediletta, Elisabetta d'Austria la convinse a ritornare a Roma dove, ansioso, l'attendeva suo marito e la Corte, che temeva l'abbandono degli ex sovrani.
      Nella primavera del 1869, finalmente un lieto evento veniva annunziato: la Regina era in stato interessante e nella notte di Natale dello stesso anno diede alla luce una bambina alla quale furono imposti i nomi di Maria Cristina Pia.
      Grande fu la gioia del Re e di Maria Sofia, anche se tutti aspettavano l'erede al trono.
      Ma per gli ex sovrani di Napoli non v'erano gioie durature: dopo appena tre mesi , la sera del 28 marzo, la piccola principessa, già di gracile costituzione, morì per improvviso malore, tra lo strazio dei genitori.
      Così descrive il Tosti la scena dell'addio: " quando la Regina dovette distaccarsi per sempre dalla sua creatura, resa quasi folle dal dolore, si prese la piccola cassa tra le braccia e la portò al Re, perché desse alla figlia l'ultimo bacio; poi, cadde priva di sensi".
      Dopo questa tragedia Maria Sofia non fu più la stessa, e questo fu solo il primo di una serie di lutti che colpirà la sfortunata "Spatz" (Passero), così veniva anche chiamata la Regina del Sud.
      Le vicende politiche-militari ormai incalzavano, facendo temere prossima anche l'invasione di Roma da parte delle truppe italiane.
      Quanto ad una possibile restaurazione nel Sud, cadevano le ultime illusioni. Erano trascorsi poco meno di dieci anni nell'esilio romano e gli ex Sovrani di Napoli nulla avevano trascurato per organizzare e promuovere la resistenza e la ribellione, definite "brigantaggio" dagli invasori.
      Ora bisognava lasciare Roma. E ad aprile del 1870 Maria Sofia parte per Vienna, seguita poco dopo da Francesco.

L'esilio fuori d'Italia

      Inizia allora per i sovrani napoletani, un triste pellegrinaggio in varie parti d'Europa, ma la loro residenza per la maggior parte dell'anno è a Parigi, in una villetta acquistata da Francesco nel sobborgo di Saint Mandé. La loro fama, e specialmente quella di Maria Sofia, "l'Eroina di Gaeta", era così grande che, ancora da poco tempo a Parigi, già veniva pubblicato da Alfonso Daudet il suo romanzo "Les rois en exil", divenuto presto notissimo, dove è adombrata la vicenda degli ex re in esilio.
      Nel lungo periodo parigino la Regina di Napoli coltivò soprattutto la sua grande passione per i cavalli, e per seguirne le gare si recava spesso in varie città d'Europa e a Londra, dove si appassionò alla caccia alla volpe.
      Non si pensi per questo che Maria Sofia si sia rassegnata ed abbia abbandonata la lotta contro gli usurpatori Savoia; per tutta la vita continuerà a combattere e non perderà occasione per ribadire i diritti della monarchia napoletana e osteggiare in ogni modo il governo italiano. L'inimicizia per coloro che avevano distrutto la sua "favola" fu come una fiaccola che, continuamente alimentata, si spegnerà solo con la sua morte. "Impavidum ferient ruinae", dice Orazio nelle sue "Odi”, e nessun motto più di questo si attaglia perfettamente alla personalità di Maria Sofia: Ella resisterà impavida a tutti i colpi del destino. Nessuna sciagura riuscirà mai a piegarla.
      E di sciagure familiari ne ebbe tante, a cominciare dalla perdita della figlioletta di cui abbiamo parlato. Il 14 novembre 1888 le morì il padre, l'amato Duca Max, a poco più di un anno di distanza, il 26 gennaio del 1889, morì anche la madre Ludovica. Il 13 giugno 1886, nel lago di Starnberg trova la morte lo zio, il Re di Baviera Luigi II, forse suicida; il 30 gennaio 1889 segue la tragedia di Mayerling con la morte dell'Arciduca ereditario d'Austria, Rodolfo, suo nipote, figlio di Sissy, insieme alla sua giovane amante Maria Vetsera, anch'essi suicidi.
      Nell'autunno del 1894, mentre Maria Sofia era a Parigi, Francesco che soggiornava ad Arco, località termale del Trentino, vide improvvisamente aggravarsi le sue condizioni di salute, tanto che, nonostante le premurose cure, il 31 dicembre del 1894 cessava di vivere. Appena in tempo Maria Sofia riuscì a raggiungere Arco per i funerali che si svolsero con tutti gli onori dovuti all'ex Sovrano delle Due Sicilie.
      Le salve di cannone all'occorrenza esplose, riportarono Maria Sofia ai giorni di Gaeta, da lei considerati, nonostante tutto, i più belli della sua vita.
      Anche la sorella più piccola, Sofia Carlotta periva tragicamente a Parigi nell'incendio del Bazar de la Charité il 4 maggio 1897; l'anno dopo, l'opera nefasta del destino, sembra concludersi con l'assassinio dell'Imperatrice Elisabetta (Sissy), pugnalata a morte lungo la riva del lago di Ginevra da un "macabro idiota ", purtroppo italiano".

..

I disordini sociali e l'attentato a Umberto I

      Maria Sofia, pur oppressa dal dolore, prestava sempre viva attenzione alle vicende italiane.
      Ormai conclusa l'epica stagione del "brigantaggio", si andava accentuando nel nuovo Stato un malessere generale che, a causa della miseria diffusa e del governo oppressore, sfociava in frequenti disordini sociali, domati nel sangue, come nel caso di Milano, dove il gen. Bava Beccarsi fece sparare sulla folla inerme.
      Naturale fu l'intesa fra anarchici, rivoluzionari e legittimisti borbonici, in quanto tutti speravano che un crollo del novello Stato unitario avrebbe determinato, insieme alla cacciata dei Savoia, un nuovo assetto politico in Italia e la possibilità per i borbonici di ricostituire l'antico Stato.
      E' facilmente intuibile come questo vento rivoluzionario rinfocolasse le speranze e rinnovasse gli ardori di Maria Sofia e della sua corte di Neuilly a Parigi. Fra i fedelissimi dell'ex Regina, c'è Angelo Insogna, napoletano, ex direttore di giornali legittimisti, autore di una biografia di Francesco II, vero uomo di punta del legittimismo borbonico. Egli coordina le azioni di anarchici e di quanti avversano la monarchia sabauda. Nella primavera del 1898 promuove da Parigi una campagna di stampa contro lo Stato italiano con cui viene denunziata una situazione veramente allarmante: al malessere sociale diffuso dappertutto si risponde con gli stati d'assedio e la repressione più violenta.
      Così scriveva il giornale parigino "Petit Parisien": "Ci si domanda perché manovali, operai italiani dovrebbero essere partigiani di una Unità che non seppe affatto migliorare la loro sorte".
      In questo clima esacerbato maturò il progetto dell'attentato al Re Umberto I.
      L'esecutore, già schedato dalla polizia italiana come "anarchico pericoloso" era Gaetano Bresci, già emigrato in America a Paterson, dove fu ingaggiato e fatto tornare in Europa. Sbarcò in Francia, a Le Havre e di lì raggiunse l'Italia, dove a Monza, il 29 luglio del 1900 compì il regicidio.
      Anche se non v'è certezza, non sono pochi gli indizi che conducono a Maria Sofia quale ispiratrice dell'attentato.
      Dopo questo grave fatto il governo italiano cominciò a temere ancora di più le trame anarchico-legittimiste ed i convegni segreti che periodicamente si svolgevano presso la dimora parigina di Maria Sofia.
      Pare che, secondo le informazioni in possesso del primo ministro Giolitti, si stesse preparando la liberazione di Bresci e la contemporanea sollevazione popolare in molti centri dell'ex Reame di Napoli. E' per questo che Maria Sofia era continuamente sorvegliata da agenti dei servizi segreti italiani.
      La risposta del governo italiano a tali progetti non si fece attendere: Gaetano Bresci fu trovato "suicidato" nella sua cella del penitenziario dell'isola di Santo Stefano il 22 maggio del 1901. Pochi giorni prima, in missione segreta nel penitenziario era stato inviato dal Primo Ministro Giolitti tale Alessandro Doria, un losco figuro, funzionario del Ministero dell'Interno, non nuovo a "soluzioni" di tal genere.
      La morte di Gaetano Bresci, comunque, pare tornasse utile a molti e non dispiacesse agli ambienti anarchici che oppressi dalla pressione poliziesca, si andavano orientando verso forme diverse di lotta politica.
      D'altronde, dopo il regicidio non c'erano state le auspicate rivolte popolari e l'anarchismo rivoluzionario cominciò a perdere terreno, anche perché la politica giolittiana apriva nuovi orizzonti con l'istituzione del suffragio universale, e quindi, la temuta e per altri versi auspicata involuzione reazionaria del governo (che avrebbe potuto scatenare la reazione popolare) non ci fu.
      Col trascorrere degli anni i governanti italiani sempre più si andavano convincendo della diminuita pericolosità dell' "Aquiletta bavara", anche a ragione delle ormai cessate sue frequentazioni di personaggi dell'anarchia.
      Si sbagliavano.
      Sebbene fossero trascorsi circa cinquant'anni dalla fine del regno meridionale e Maria Sofia avesse ormai settant'anni, con alle spalle una lunghissima serie di delusioni e angosce, non rinunciava affatto a tessere le sue trame contro i Savoia e a sperare nei mutamenti della politica europea.
      Alla corte di Vienna l'Arciduca Francesco Ferdinando, nipote di Francesco Giuseppe e suo erede, nell'ottica di una politica anti-italiana, apertamente auspicava il ricongiungimento del Lombardo-Veneto all'Austria e, in un futuro riassetto della penisola, il ripristino del Regno delle due Sicilie.
      Come si vede, le speranze di Maria Sofia non erano del tutto illusorie e traevano alimento da precisi fatti politici. Fosche nubi si addensavano sui cieli d'Europa che preludevano alla prima guerra mondiale.
      L'Italia, che aveva aderito alla Triplice Alleanza già mostrava segni di "cedimento". E non è un mistero che buona parte del paese era avversa a quell'alleanza ritenuta "innaturale" dai nazionalisti.
      Dopo l'attentato di Sarajevo contro l'Arciduca Francesco Ferdinando e il successivo scoppio della guerra, l'Italia dei Savoia si dichiarerà "neutrale" non rispettando i patti sottoscritti con gli alleati della Triplice.
      Per questa ragione a Vienna gli Stati Maggiori dell'esercito già pensavano ad una "spedizione punitiva" contro i "traditori" italiani.
      Maria Sofia, il cui interesse coincideva con i neutralisti, quando il "voltafaccia" italiano si manifestò chiaramente con l'intervento in guerra a fianco di Francia e Inghilterra, non potè che gioire, ritenendo che finalmente i Savoia avrebbero avuta la "lezione" che meritavano, e la loro sconfitta avrebbe determinato gli auspicati rivolgimenti nella penisola.
      Nel frattempo, a causa della sua attività in favore degli Imperi Centrali, l'ex Regina di Napoli era stata costretta a lasciare la Francia e si era rifugiata a Monaco, dove continuò, intensa, la sua battaglia.

Periodo di Monaco ed epilogo

      La disfatta italiana di Caporetto dell'autunno del 1917 sembrò l'inizio della catastrofe che poteva culminare nella fine della monarchia degli esecrandi Savoia, tanto agognata da Maria Sofia. Il suo sogno sembra concretizzarsi, ma la gioia e il gusto inebriante della vendetta, a lungo desiderata, per poco tempo acquietarono il suo spirito.
      Infatti i ragazzi-fanti, per buona parte meridionali, con l'eroica resistenza sulla linea del Piave fermarono gli Austriaci. E, ironia della sorte, l'artefice della vittoria italiana fu un generale napoletano: Armando Diaz.
      Gli ultimi mesi di guerra videro l'ex Regina di Napoli nei campi dei prigionieri italiani prodigarsi nell'assistenza. "Fra quei soldati laceri ed affamati, lei cerca i suoi napoletani. Distribuisce, come a Gaeta, bombon e sigari".
      Inevitabile per Maria Sofia il pensiero a Gaeta , il cui ricordo le struggeva il cuore.
      Erano trascorsi ben 56 anni e il suo ardente amore per la terra napoletana non si spegneva.
      Negli anni che seguirono Maria Sofia fu spettatrice di avvenimenti che cambieranno il corso della storia, come la fine del glorioso Impero austro-ungarico, il sorgere in Italia del Fascismo che molto la incuriosiva, i primi movimenti che in Germania porteranno Hitler al potere.
      Si trattava del crollo del suo mondo e lei ne era consapevole.
      Aveva ottant'anni l'ex Regina di Napoli , e tutte le mattine faceva ancora la sua consueta passeggiata a cavallo.
      Il destino volle che un'altra principessa nelle cui vene scorreva il sangue dei Wittelsbach sarà per brevissimo tempo Regina d'Italia, l'ultima: Maria Josè, pronipote di Maria Sofia, figlia di Elisabetta, Regina del Belgio.
      Non avrebbe mai immaginato Maria Sofia che una sua consanguinea avrebbe sposato un discendente dell'esecrando "usurpatore" (Vittorio Emanuele II).
      La morte la colse in tempo [19 Gennaio 1925] per risparmiarle quell'ennesimo dolore.

Cesare Linzalone

  

NOTE
1 Tosti A., Maria Sofia, ultima regina di
Napoli, Milano 1947, p. 10.
2 Castiglione F.P., Una Regina contro il Risorgimento, Maria Sofia delle Due Sicilie, Manduria (Le) 1996, p. 55.
3 Op. cit., p. 52.
4 Op. cit., p. 61.
5 Moscati R., La fine del Regno di Napoli Firenze 1960.
6 Tosti A., op. cit., p.162.
7 Op. cit., p.165.
8 Citato in Jaeger P. G., "Francesco II di Borbone, l'ultimo Re di Napoli", Milano 1982, p. 166.
9 Op. cit., p. 194.
10 Op. cit., p. 204.
11 Ulloa Pietro G., Lettere Napolitane, Roma 1864.
12 In Castiglione F.P., op. cit., p.165.
13 Diotallevi è un cognome tipico, inventato, che si attribuiva ai figli di nessuno, già menzionati come "Esposti" o "Bastardi".
14 In Tosti A., op. cit., p. 322.
15 Così lo definisce il Tosti nella sua opera (p. 332).
16 Citato in Petacco A., La Regina del Sud..., Milano 1992, p. 220.
17 Appellativo dato a Maria Sofia da Gabriele d'Annunzio.
18 L'Arciduca Francesco Ferdinando, poi assassinato a Saraievo, era figlio di Ludovico d'Austria e di Maria Annunziata, sorella di Francesco II, nelle sue vene, quindi, scorreva sangue borbonico.
19 In Petacco A. op .cit., p.255.

lunedì 23 maggio 2016

CHIESA RUPESTRE “PADRE ETERNO” furto o atto vandalico?


Tutti a strillare pene più severe, telecamere ecc. ma io le telecamere le metterei in famiglia per vedere come vengono educate le nuove generazioni, se mio figlio si fosse macchiato di un reato del genere, sarebbe difficile perché per prima cosa insegno il rispetto per il prossimo e per la propria terra, saprei io come punirlo e non premiarlo,  se accadesse vuol dire che ho sbagliato io per primo a dare una brutta educazione civica a mio figlio/a. E’ vero che io fui uno dei primi a chiedere di perdonare la ragazza che scrisse sul pavimento del ponte Borbonico/Orsiniano perché apprezzai il gesto di grande maturità di autodenunciarsi, dopo quello di stoltaggine. Bisogna essere delle persone di grande maturità per sapere riconoscere i propri errori e mettersi a disposizione per la conseguente pena, e vorrei vedere a Gravina in quanti ne sarebbero capaci, tutti possiamo sbagliare anche per un momento di follia, l'importante è ammettere il proprio errore e accettarne le conseguenze. Questo però, non vuole essere da parte mia la dimostrazione di leggerezza nel punire questi atti di Vandalismo mirato o da stoltaggine, perché se non si è capito il gesto di magnanimità dell'autorità comunale allora stiamo ben lontani dal perdonare un successivo gesto vandalico e a questo punto è finito il periodo della bonarietà, adesso è ora che si cominci a fare sul serio.

Per prima cosa educhiamo i nostri figli al rispetto per il prossimo e per il bene comune, se tornano tardi alla sera non facciamo finta di non vederli , sono tornati tardiforse perchè si stanno ubbriacando o drogando o vandalizzando chissà cosa anche istigati da altri coetanei o adulti consapevoli e quindi noi dovremmo intervenire come genitori. Cerchiamo di capire una cosa, qual è il fondo dei problemi? la critica senza costrutto? si pretendono i miracoli dall'ultimo arrivato e si tace sul passato? ma non vi rendete conto che a Gravina non esiste una opposizione ma solo gente che strumentalizza la popolazione aizzandola contro il caprio espiatorio di turno e se quel caprio osa alzare la testa, tutti addosso! chi critica il modus operandi dell'ultimo arrivato è colui che in passato faceva parte di quella maggioranza che non ha alzato un dito per Gravina, anzi l'ha affossata solo per i propri comodi creando l'orticello dei votanti, schiavi della 50€. Oggi, forse, c'è un nuovo strumento, probabilmente il vandalismo. Anche se il gesto della chiesa rupestre ha tutta l’aria di un comune furto di un cancello metallico, questo non vuol dire che daremo la colpa alla crisi ed altro ma è un furto con danneggiamento vandalico è come tale deve essere trattato!
Intanto tra una strillata e l'altra chi ci rimette è Gravina, cioè noi!