domenica 31 luglio 2016

BERNALDA (MT) TRA CARLO DI BORBONE E LE LEGGENDE DI PALAZZO MARGHERITA



 

Alcune leggende su dei Palazzi storici di questa città la rendono misteriosa ma le leggende si sovrappongono. Quella del Palazzo Margherita o Palazz Ammicc Proprietà di Fransis Ford Coppola "perché la sua padrona portava il nome di Lalla Micca" due storie diverse ma legate da una finestra murata con un epilogo di morte e passione e non poteva mancare anche il fantasma
 
Palazz Ammic o Margherita o Coppola
Amori impossibili
Esiste anche una leggenda raccolta tra gli anziani che trascorrono i pomeriggi in Piazza Plebiscito, la villa di fronte Palazzo Margherita. Una leggenda un po’ triste ma colma di amori e passioni. Il finestrone centrale del balcone che sta sul portone d’ingresso, sembra che in realtà sia una esatta riproduzione in muratura. Quindi chiuso (vedi le differenze con i finestroni ai lati).

Il motivo di questa muratura e successiva contraffazione di un finestrone nasce da un fatto di amore-suicidio che colpì la famiglia che qui abitava. La figlia del proprietario, ricco signore del luogo, si innamorò perdutamente del giovane stalliere di famiglia. Il loro amore era forte e intenso ma clandestino. Entrambi sapevano che la differenza sociale avrebbe impedito qualsiasi forma di unione. Lui povero stalliere non sarebbe mai stato accettato dal padre e dalla famiglia di lei. Il loro amore continuò così ad essere inconfessato al mondo e segreto a tutti. Ma i segreti, da queste parti, non sono mai tali e il padre venne a sapere della storia tra i due giovani. Incontrò il giovane e lo cacciò di casa e appena questo si allontanò dal paese gli sparò con un fucile. Il ragazzo, ferito gravemente, parve morto agli occhi del signorotto soddisfatto del suo operato tornò a casa raccontando i fatti.
La ragazza convinta della sua morte del suo amato si rinchiuse in sé stessa annientata dal dolore. Una notte in preda alla disperazione e si lanciò dal balcone. Aveva deciso di morire e di raggiungere spiritualmente il suo amato.
Francis Ford Coppola, l'attuale proprietario di Palazz Ammicc

In realtà il ragazzo non era morto, Ferito gravemente, venne trovato sanguinante da un pastore, tra i campi intorno il paese. IL pastore lo portò con sé e lo curò fino alla completa guarigione. Superata il rischio di morte il ragazzo si riprese più forte che mai, ma la notizia del suicidio delle sue amata lo sconvolse a tal punto che decise di abbandonare Bernalda e partire più lontano possibile.
Nel palazzo invece da quel momento accaddero cose strane e inquietanti. Ogni notte al finestrone centrale si sentivano dei colpi, come bussare. Era l’anima della ragazza che ogni notte cercava di entrare in casa. Era in cerca dell’anima del suo amato. Per evitare che lo spirito della ragazza entrasse nel palazzo, decisero di eliminare il finestrone vero e di ricostruirne uno finto in muratura. Tale espediente servì a evitare che lo spirito della fanciulla entrasse nel palazzo, dato che la porta era solo disegnata e quindi non vi era ingresso.
Dal quel momento in poi lo spirito della ragazza cessò di aggirarsi intorno al palazzo e continuò la ricerca del suo amato altrove.

La Zingara
Questa leggenda narra di una famiglia ricca che abitava in un grande palazzo del centro storico di Bernalda. Nel palazzo ci vivevano altre famiglie, al piano terra c’era un grande atrio dove i bambini potevano giocare e dove gli abitanti dello stesso palazzo, per lo più contadini, vendevano ciò che coltivavano nelle loro campagne. Il proprietario non faceva pagare il fitto ma in cambio voleva che gli inquilini dell’edificio si occupassero dei suoi terreni. Prima di morire nascose tutto il suo oro in un posto segreto del palazzo. Si racconta che, per avere questo tesoro, nel quale c’era
anche una chioccia d’ora a dimensione naturale con tredici pulcini, si dovesse uccidere un bimbo non ancora battezzato e sacrificarlo. Ancora oggi nessuno è riuscito a trovare questo tesoro. Questo palazzo, tutt’ora abitato, è chiamato Palazz Ammicc perché la sua padrona portava il nome di Lalla Micca*. Si dice che le famiglie di questo palazzo avessero più figli femmine che maschi, infatti si diceva: palazz ammicc femmn assje uommn picc. La signora, la padrona del palazzo, aveva tre figli, una femmina e due maschi. Essendo una persona benestante, tutti i giorni si recavano a palazzo alcune serve per pettinarla e aiutarla nelle faccende di casa. Un giorno una zingara che si era accampata nella valle del fiume Basento ai piedi del paese, passò da quelle parti e sapendo che lì era nascosto un tesoro, tentò di intrufolarsi. Entrata con la scusa di pettinare i capelli alla signora entrò nel palazzo vide la bella figlia della padrona. La rapì e la portò con sé fino a farle dimenticare la sua famiglia. La padrona del palazzo attese per anni, invano, il ritorno della figlia. Un giorno gli zingari tornarono ad accamparsi nella valle del Basento, proprio nei pressi di Bernalda. La fanciulla rapita era ormai diventata donna e mentre camminava udì il suono delle campane della chiesa Madre. La ragazza incominciò a chiedere insistentemente per chi quelle campane suonassero a lutto. Doveva essere per forza una persona importante e gli zingari che avevano già saputo della morte della signora del palazzo Ammic le dissero la verità. Spinta e guidata dal sentimento, decise di recarsi in paese a far visita alla madre ormai morta. Gli zingari le diedero il permesso di andare in paese a patto che giurasse di ritornare, lei accettò e la accompagnarono fin sotto le mura del paese. Chiese ad una donna che cosa fosse successo è questa le raccontò ciò che era accaduto tanti anni prima e che talmente forte era stato il dolore di questa mamma che si era ammalata fino a morire. La fanciulla afflitta e addolorata, si recò al palazzo paterno dove viveva la sua famiglia per salutare un’ultima volta la salma della madre. Nessuno la riconobbe. Si chinò verso la bara di sua madre e pronunciò queste parole: “Signura mia signura, tu jer a pampn e ii jer l’uv, dnar n’ tniev senz misur ma nun ma saput ammuntuà la mia vntur” (signora, mia signora tu eri il tralcio e io ero l’uva, di denaro ne avevi senza misura, ma non hai saputo indovinare la mia ventura). Udite queste parole, i fratelli capirono che si trattava della sorella rapita anni addietro e la supplicarono di restare a palazzo, ma ella, memore della promessa fatta agli zingari, volle andar via. Un fratello la rincorse ma non riuscii a raggiungerla, si affacciò dalla finestra che dava nella valle, accecato dalla rabbia, le sparò dei colpi di fucile e la uccise, togliendola così agli zingari che l’avevano rapita. Oggi a palazzo Ammic c’è una finestra murata che si affaccia sulla valle e la leggenda dice che lo spirito della signora è fuori da questa finestra che aspetta ancora la figlia. Dove la fanciulla fu uccisa è tutt’ora denominato “U cuozz d l zingr”. * Palazzo Ammicc deriverebbe dal nome della famiglia proprietaria, i Lambicco o i D’amico.

La storia di Bernalda
Non è molto antica, se la si mette in relazione con altri centri del Metapontino. Verso la fine del III sec. a.C. la città di Metaponto fu saccheggiata e completamente distrutta dai romani. Una parte dei suoi abitanti si spostò sulla collina tra l'attuale chiesetta di san Donato e la Madonna degli Angeli, dove dettero origine ad un agglomerato di case denominato Camarda.
Di queste origini greche non si è ancora in grado di fornire alcune testimonianze certe. Il primo documento in cui si trova citato un villaggio con il nome di Camarda risale al 1099. Successivamente, nell'anno 1180, Camarda, già costituita come feudo, fu assegnata a Riccardo e nel 1350 ne divenne proprietario Bertrando del Balzo, conte di Montescaglioso.
Sebbene il lungo periodo che la precede è tuttora avvolto nel mistero, la storia di Bernalda emerge dall'incertezza soltanto alla fine del XV secolo. Il nome Bernalda risale, infatti, al 1497 quando, sulle rovine dell'antica città di Camarda, il segretario del re Alfonso II d'Aragona, tale Bernardino de Bernaudo, decise di spostare il villaggio di Camarda nella zona del Castello. Il barone posò la massima attenzione nel costruire il nuovo centro abitato. Infatti, da lui prenderà il nome di Bernalda. Questo fu situato sul promontorio sporgente sulla vallata del Basento con un impianto viario in cui sette strade larghe vennero intersecate da otto stradine trasversali che oggi formano il centro storico. Lungo le strade più importanti sorsero i palazzi signorili, caratteristici del paese.
Sempre durante la dominazione aragonese venne costruito il castello e la Chiesa Madre.
Nel 1735 dimorò a Bernalda, Carlo III di Borbone, il quale volle visitare i territori del suo regno, appena acquisito, in seguito alla guerra di secessione polacca. Per la grande ospitalità ricevuta, il re volle premiare il centro che lo aveva ospitato e il 21 giugno 1735, con un decreto legislativo, re Carlo III di Borbone, Re delle Due Sicilie, conferì a Bernalda il titolo di città. Giuseppe Maria Alfano, negli anni Venti del 1800, descrive l'economia agricola del paese, appartenente alla diocesi di Acerenza (Pz), ricca di grano, legumi, olio, cotone e pascoli. È sempre negli stessi anni, il 21 dicembre del 1819, re Ferdinando I di Borbone firmò il decreto (n. 2020) che permise la celebrazione di una fiera annuale: <da' 16 fino al mezzodì de' 19 di maggio>, dedicata al patrono San Bernardino da Siena. Il successore Ferdinando II di Borbone, il primo dicembre del 1831 autorizza, (decreto n. 636), l'ampliamento del borgo, scegliendo il fondo denominato “la difesa di san Donato”, che si trova all'estremo opposto rispetto al nucleo urbanistico sorto attorno alla chiesa madre e al castello. Qualche anno più tardi, 1834, venendo incontro ai tanti contadini bisognosi, fu istituito anche qui un monte frumentario. I moti del '20 '21 e dei decenni successivi suscitano anche in paese posizioni contrastanti, arresti e aiuti per la spedizione garibaldina. e fu così che cominciò il declino di Bernalda, sorte comune a tutte le città del sud italico a causa della invasione savoiarda e del medioevalico cosiddetto risorgimento italiano, sarebbe meglio chiamarlo decadimento italiano, almeno per il sud!
Castello di Bernalda

Il decadimento di una fiera città Duosiciliana
 Nel 1864 gli abitanti censiti sono circa seimila, ma l'economia è ancora prevalentemente agricola, grazie al cotone e allo zafferano. Non manca la pesca, grazie alla vicinanza del fiume Basento e la caccia nei boschi limitrofi. L'8 settembre del 1865 Bernalda, grazie ad un altro decreto firmato dall'allora re d'Italia, Vittorio Emanuele II, diventa una sezione del collegio elettorale di Matera numero 53, staccandosi da Pisticci (Mt). Il sovrano accetta così la richiesta della municipalità bernaldese del 13 novembre 1865, in cui si segnalava la lunghezza e la difficoltà delle strade attraversate dai fiumi. Era assai disagevole, dunque, per i 40 elettori residenti recarsi nel territorio pisticcese ed esprimere il proprio voto.
Nel 1922 era attiva in paese la “rispettabile loggia” massonica «Nazionale n° 103» fedele alla Gran Loggia d’Italia degli Antichi Liberi Accettati Muratori, obbedienza di Piazza del Gesù a Roma. Nel 1930 il territorio comunale, prima molto piccolo a causa delle restrizioni savoiarde, si ampliò notevolmente con l'acquisizione dell'area di Metaponto e il conseguente sbocco sul mare, prima appartenente al comune di Pisticci. La città durante gli anni ottanta ha avuto un notevole sviluppo urbanistico. Il giudice Agostino Cordova, indagando sulla massoneria nel 1992, scopre che tre bernaldesi, Bussalay Salvatore G., dipendente ENEA, Romano Domenico, vigile urbano e Russo Giovanni, geometra sono massoni

Rocco M. Renna

venerdì 29 luglio 2016

ALLUVIONE A GRAVINA... CONTINUIAMO A FARCI DEL MALE



E continuiamo a farci del male 28/7/2016 un forte temporale si abbatte sulla città di gravina con una fitta e violenta grandine di grosso calibro, in un attimo tutto si tinge di Bianco, misto a rami e foglie di alberi martoriati dalla grandinata.
foto dal web sottopasso Madonna della Grazia

A tutto questo si aggiunge fortissimo vento e una bufera di acqua, una vera bomba di acqua, grandine e vento si abbatte sulla città con tanto di fiorir di fulmini a destra e a manca, una vera tempesta elettrica, poco ci è mancato che si scatenasse una tromba d’aria visto l’abbassarsi delle nuvole. 
Dall’inizio alla fine della tempesta siamo stati senza energia elettrica, almeno nella zona del quartiere S.S. Pietro e Paolo.
Ecco che gli opportunisti e i tecnici improvvisati di sottopassaggi ed altro gli viene servito su un piatto d’argento la possibilità di sparlare e di sporcare di fango il buon nome della città, come se non bastava quello che si era già trascinato con sé l’alluvione.
I sottopassaggi chiusi ed allagati con le sbarre aperte? Tutti a tuonare sull’amministrazione comunale ultima arrivata, tutti tecnici che sanno risolvere l’accaduto, ed ecco alcune dei discorsi dei “tecnici specializzati pro e contro”

  • ·         ” in galera devono andare ladri ecc. ecc.”
  • ·         “Io non ho visto questo scempio di persona ma ne sono a conoscenza da troppo tempo... questo è ciò che aspetta a quei pochi turisti che, temerari, si dirigono verso Gravina od a quei "folli" che affolleranno la nostra "Murgia Valley"... che vergogna...”
  • ·         Comunque la battuta della piscina riferita al sottopasso allagato ha già rotto abbastanza! e ogni volta si aggiunge il beota di turno....
  • ·         Il beota di turno non ci sarebbe se vi fosse una amministrazione più attenta e tu da segretario del partito più rappresentativo di questa maggioranza dovresti far sentire la tua voce è stare dalla parte dei cittadini e non di chi ha le colpe di non riuscire a trovare soluzioni.
  • ·         da ignorante in materia, un po' di griglie in più come quelle situate nei pressi della rotonda via de Gasperi via tripoli, in modo da non far arrivare tutta quella quantità di acqua e una manutenzione alle pompe nel sottopassaggio no?
  • ·         Hai controllato se ci sono?
  • ·         sì ho controllato ma non sono sufficienti!

 E tanto altro…

Scusate ma se capitasse che le pompe non funzionano si allaga, ed essendo la pompa elettrica... siamo stati per tutto il periodo della tempesta senza energia quindi pompe ferme e sbarre alzate, tanto ghiaccio occlude le feritoie, acqua arrivata con quella violenza si trascina il fango dai suoli abbandonati di Pellicciari ecc.
Ecco gli ingredienti per trasformare il sottopassaggio in piscina.
 Il punto è, tolta l'eccezionalità rimane il problema a monte, la soluzione per quel sottopassaggio è quella di non costruirlo affatto, se no, come dice il verificatore il sottopassaggio ha un limite di tolleranza molto basso.
 Quindi o ci conviviamo o si chiude per sempre. Senza fare inutile polemica politica o elettorale o farneticazioni varie.
Coraggio trovate argomenti migliori per creare disordini nelle coscienze della gente e spargere fango sulla città, tutti hanno capito il problema di quel sottopassaggio non doveva essere costruito li perché è alla confluenza naturale delle acque che arrivano persino dal Castello.
Quindi sarebbe ora di riattivare la fogna bianca chiusa all’altezza dell’incrocio per Spinazzola? Chiusa per chissà quali motivi e forse si attenuerebbe il flusso dell’acqua, ma anche io non sono un tecnico ed ai veri tecnici l’ardua sentenza.
Anche per quello di scardinale vale la stessa cosa è sbagliato il punto, li confluisce l’acqua dalla murgia nel bacino sotto le case bianche, un tempo probabilmente un laghetto, e il tutto alimenta il torrente di Casale, almeno lì ci andava un ponte non un sottopasso.
Il problema è: che si fa si chiudono per sempre o si deve avere pazienza con più manutenzione alle strade che la tra.de.co. (oggi) non fa?, guardiamo le strade del quartiere villa Margherita oggi sono un tappeto di paglia e frasche di alberi, che accade se viene giù un’altra pioggerellina?

sottopassaggio trasformato in piscina, ed ho fatto pure la rima.
A tutti i contestatori di oggi, mi auguro che possiate entrare a far parte dell’amministrazione comunale prossima, non abbiate paura poi sarà colpa vostra se si allaga di nuovo, chi la fa l’aspetti!
Rocco Michele Renna

mercoledì 27 luglio 2016

TUTTI ABBIAMO TRACCE DI "CICCILLO" l'UOMO DI ALTAMURA NEL NOSTRO D.N.A.

uomo di Altamura Foto dal Web


Uomo di Altamura foto dal web


Genere Homo
La prima specie del genere homo conosciuta è l'homo habilis (circa 2 milioni di anni fa). Molto simile all'australopiteco, l'homo habilis viene già ritenuto uomo per le sue abilità manuali: utilizzava infatti strumenti rudimentali per la caccia.
Un'evoluzione arriva con l'homo erectus (circa 1 - 1,5 milioni di anni fa). L' erectus ha posizione eretta e una maggior capacità intellettiva, testimoniata anche dal maggior sviluppo della tecnologia rispetto all'homo habilis.
L'Uomo di Neanderthal (circa 100 mila anni fa) anticipa l'ascesa dell'Homo sapiens, la cui testimonianza principale è data dall'Uomo di Cro-magnon.
* Homo habilis (fra 2,5 ed 1 milione di anni fa)
* Homo rudolfensis (2 milioni di anni fa)
* Homo ergaster (fra 2 milioni e 600.000 anni fa)
* Homo erectus (fra 2 milioni e 300.000 anni fa)
o "Argil", o Uomo di Ceprano
* Homo antecessor (800.000 anni fa)
* Homo heidelbergensis (fra 600.000 e 200.000 anni fa)
o "Ciampate del Diavolo"
* Homo arcaicus (250.000 anni fa)
o "Ciccillo", o Uomo di Altamura
* Homo neanderthalensis (fra 250.000 e 30.000 anni fa)
* Homo floresiensis (da 95.000 a 18.000 anni fa)
o "Ebu", o Uomo di Flores
* Homo sapiens (da 200.000 anni fa ad oggi)



centro visite Lama Lunga
Lo scheletro fossile dell'Uomo di Altamura venne scoperto nel 1993 da alcuni speleologi altamurani e baresi all'interno del sistema carsico di Lama lunga, nel territorio di Altamura, nell'Alta Murgia della Puglia. Un primo e unico frammento dello scheletro, estratto fisicamente nel 2009 da una scapola, ha consentito di raccogliere dati sul Dna, quantificare alcuni aspetti sulla morfologia e collocare cronologicamente l'Uomo di Altamura in un intervallo finale del Pleistocene Medio compreso tra 172 e 130mila anni. Non a caso lo scheletro presenta caratteristiche morfologiche e paleogenetiche che lo identificano come appartenente alla specie Homo neanderthalensis combinati con elementi di maggiore arcaicità. È un "antico" Neanderthal, la specie umana estinta vissuta in tutta Europa tra almeno 200mila e circa 40mila anni fa. Non c'è nulla di altrettanto completo come l'Uomo di Altamura nella documentazione paleoantropologica mondiale che precede la comparsa e la diffusione della nostra specie e riportare lo scheletro in superficie consentirà - assicurano gli esperti - analisi genomiche di grandissimo interesse scientifico. 


L’uomo di Neanderthal non si è estinto. Non completamente, almeno. Una parte vive in noi. È nei nostri geni. Le popolazioni di Neanderthal e gli Homo sapiens provenienti dall’Africa si sono incontrati 80.000 anni fa e, sia pure raramente, si sono incrociati e hanno avuto una prole fertile. Cosicché oggi nei nostri geni di sapiens eurasiatici c’è una piccola ma non banale componente (compresa tra l’1 e il 4%) di Dna ereditato da Neanderthal.

È questa la prima – e forse neppure la più importante – conclusione che propone il gruppo di Svante Pääbo, dell’Istituto Max-Planck di antropologia evolutiva di Lipsia, in un articolo pubblicato venerdì su Science dopo aver analizzato oltre 3 miliardi di basi nucleotidiche del Dna nucleare di tre femmine di Neanderthal vissute circa 38.000 anni fa in una grotta della Croazia e aver paragonato la sequenza del loro Dna con quella di tre eurasiatici e di due africani. Dopo un’analisi attenta e molto sofisticata, Svante Pääbo e i suoi collaboratori hanno verificato che nel Dna dei tre eurasiatici vi sono tracce inconfutabili del Dna del neandertaliano. Tracce assenti nei due africani.
In definitiva possiamo dire che l’uomo di Neanderthal non si è completamente estinto. Una parte, sia pure minima, vive in noi.

Ma leggiamo questo affascinante articolo della Giornalista Anna Meldolesi che da una idea seppur affascinante ma chiara sulle nostre origini
Rocco Michele Renna




Anna Meldolesi


Anna Meldolesicollabora con il Corriere della sera occupandosi di cultura e attualità scientifica. Il suo ultimo libro è “Mai nate. Perché il mondo ha perso 100 milioni di donne” (Mondadori Università 2011). È stata cofondatrice della rivista darwin, per cui ha lavorato fino al 2011. Scrive per la sezione news della più importante rivista internazionale di biotecnologie, Nature Biotechnology.

Il Neanderthal che vive in noi
31 GENNAIO 2014 | di  Anna Meldolesi
Lui era un massiccio Neanderthal, lei una bella ragazza anatomicamente moderna. O forse lui era un cacciatore sapiens e lei un’energica neandertaliana. Non sappiamo se si siano amati sulle coste del Mediterraneo o in un’oasi mediorientale, ma le genti che oggi popolano Asia ed Europa conservano ancora le tracce di quell’antica unione. Comincia più o meno così, come una love story ambientata nel Paleolitico, l’articolo di Science che presenta le ultime rivelazioni nel campo dell’antropologia molecolare. Due studi, pubblicati in contemporanea su questa rivista e su Nature, hanno confrontato il genoma di centinaia di persone viventi con quello di un esemplare di Neanderthal vecchio 50.000 anni. La morale della favola è che noi sapiens siamo anche un po’ neandertaliani e che incrociarci non è sempre stata una fortuna.
La prima sorpresa è racchiusa in due percentuali, calcolate dai ricercatori del Max Planck Institute di Lipsia e delle Università di Harvard e Washington. Venti per cento è la porzione del genoma neandertaliano che sopravvive nelle popolazioni moderne. Sessanta per cento, invece, è la quota degli europei e degli asiatici moderni che hanno pelle, unghie e capelli almeno in parte neandertaliani. L’Africa fa eccezione, perché gli incroci con Neanderthal sono avvenuti solo dopo che i nostri progenitori “ufficiali” sono emigrati dalla culla dell’umanità, perciò il contributo neandertaliano al genoma degli africani è virtualmente nullo. Dobbiamo essere grati ai nostri cugini estinti, dunque, per l’impermeabilità e le capacità isolanti delle nostre fibre di cheratina. Probabilmente ci avrebbe fatto comodo ereditare da Neanderthal anche un incarnato pallido, per favorire la produzione di vitamina D alle alte latitudini, ma non siamo certi che questo sia avvenuto. Quel che sappiamo è che i nostri cugini estinti non ci hanno portato in dote solo caratteri utili. Del bagaglio di origine neandertaliana, infatti, fanno parte alcuni geni implicati in malattie come diabete di tipo 2, morbo di Chron, lupus, cirrosi biliare. “Forse per loro non erano dannosi, ma interagiscono male con il nostro Dna e quindi ci fanno ammalare”, ha ipotizzato David Reich che è uno degli autori. Una nota curiosa: è neandertaliano anche un gene che influenza la capacità di smettere di fumare.
La seconda sorpresa riguarda la presenza di blocchi di genoma in cui il Dna neandertaliano è assente. Se pensiamo al nostro Dna come a un paesaggio, allora possiamo immaginare al suo interno una successione di oasi e deserti, in cui i geni neandertaliani hanno trovato casa o non hanno attecchito. I deserti più inospitali sono due. Uno è rappresentato dai geni espressi nei testicoli, dove si sviluppano gli spermatozoi. L’altro è il cromosoma X, che è presenti sia nei maschi che nelle femmine (in queste ultime in duplice copia). David Caramelli pone l’accento su un altro grande assente: nessuno di noi sembra conservare traccia del contributo neandertaliano al cosiddetto Dna dei mitocondri. Per il paleo genetista dell’Università di Firenze “si tratta di un mistero che finora nessuno è riuscito davvero a spiegare”.  Mettendo i vari pezzi insieme si arriva alla conclusione che tra i due gruppi umani che hanno convissuto per migliaia di anni in Medio Oriente e in Europa ci fosse una distanza biologica tale da consentire il meticciamento ma al prezzo di rendere sterili una parte rilevante degli individui ibridi. Sarà anche vero che gli opposti si attraggono, ma questa è una storia di partner più che imperfetti. Quasi incompatibili

http://lostingalapagos.corriere.it/2014/01/31/il-neandertal-che-vive-in-noi/