domenica 30 novembre 2014

Garibaldi Uxoricida

Tutti noi , chi più chi meno, siamo stati costretti a studiare la mielosa favola dell'amore fra Anita e Giuseppe Garibaldi. Peccato non venga divulgata anche la verità sulla morte di Anita, morta nelle valli di Comacchio nel 1849.
Anita (nata: Ana Maria de Jesus Ribeiro da Silva. Morrinhos, 30 agosto 1821 – Mandriole di Ravenna, 4 agosto 1849) incinta e febbricitante, poiché rallentava la fuga del "buon Giuseppe", dopo l'abominevole farsa della Repubblica romana, fu fatta STRANGOLARE dall'amato Garibaldi. Aveva 27 anni

Riportiamo per intero il testo del rapporto stilato dal Delegato Pontificio di Polizia in Ravenna, Conte Lovatelli, e consegnato a monsignor Bedini, Commissario Pontificio Straordinario di Bologna, il 12 agosto 1849:

“Eccellenza Reverendissima, mi reco a premuroso dovere rassegnare rapporto a Vostra Eccellenza Reverendissima sul reperimento d’ ignoto cadavere. Venerdì scorso 10 corrente da alcuni ragazzetti in certe lande di proprietà Guiccioli alle Mandriole in distanza di circa un miglio dal Porto di Primaro, e di circa 11 miglia da Comacchio, fu trovato sporgere da una motta di sabbia una mano umana.
Presso la ricevuta notizia accedette ieri la Curia in luogo, dove giunta fu osservata la detta mano e parte del corrispondente avambraccio, che erano stati divorati da animali, e dalla putrefazione.
Fatta levare la sabbia, che vi era, per l’altezza di circa mezzo metro, fu scoperto il cadavere di una femmina, dell’altezza di un metro e due terzi circa (1,65 cm) dell’apparente età di 30 in 35 anni alquanto complessa, i capelli già staccati dalla cute e sparsi fra la sabbia, erano di colore scuro piuttosto lunghi, così detti alla Puritana.
Fu osservato avere gli occhi sporgenti, e metà della lingua pure sporgente fra i denti, nonché la trachea rotta ed un segno circolare intorno al collo, segni non equivoci di sofferto strangolamento.
Ne alcuna altra lesione fu osservata nella periferia del di lei corpo; fu veduto mancarle due denti molari della mandibola superiore alla parte sinistra ed altro dente pur molare alla parte destra della mandibola inferiore. Sezionato il cadavere, fu trovato gravido di circa sei mesi.
Era vestita di camicia di cambrik (tela di cotone) bianco, di sottana simile, di sournous (un corto mantellino) egualmente di cambrik, fondo paonazzo,fiorato di bianco.
Scalza nelle gambe e nei piedi, senza alcun ornamento alle dita, al collo, alle orecchie, tuttoché forate.
Li piedi mostravano di essere di persona piuttosto civile, e non di campagna, perché non callosi nelle piante.
La massa delle persone accorse da Mandriole, da Primaro, da Sant ‘Alberto e altri finitimi luoghi non seppero riconoscere il cadavere. Non si è potuto stabilire il colore della carnagione per essere il cadavere in putrefazione, nel qual caso non rappresenta il color naturale.
Ne si credette trasportarlo in più pubblico luogo per lo ricognizione, atteso il gran fetore per cui fu subito sotterrato anche per riguardo della pubblica salute.
Tutto ciò conduce a credere che fosse il cadavere della moglie o donna che seguiva il Garibaldi, sì per le prevenzioni che si avevano del di lui sbarco da quelle parti, sia per lo stato di gravidanza.
Fin qui è oscuro come sia giunta quella donna in quei siti, e come sia rimasta vittima.
Si stanno però praticando le opportune indagini, delle quali sarà mia premura sottomettere all’Eccellenza Vostra Reverendissima alla opportunità l’analogo risultato”
Il cadavere risultò essere proprio quello di Anita.
(Il referto è reperibile, tra l'altro, nella biografia Anita Garibaldi. Vita e morte di Ana Maria de Jesus, Boris - Milani, pagg. 156- 157).
fonte:

domenica 23 novembre 2014

Coltivare canapa per salvare i terreni contaminati e non solo...


 
Coltivare canapa per salvare i terreni contaminati da diossina e metalli pesanti.

Purificare i terreni dalla diossina, grazie a una piantagione di canapa. È questo l’obiettivo che si è prefissato Vincenzo Fornaro, un allevatore della provincia di Taranto che a causa dell’inquinamento del terreno ha perso tutto.

Questa pianta, infatti, funziona come una sorta di pompa che assorbe dal terreno le sostanze inquinanti e i metalli pesanti, stoccandoli poi nelle foglie e nel fusto. Un ulteriore vantaggio della coltivazione della canapa è che la pianta, oltre che per bonificare i terreni, può essere impiegata successivamente per altri usi, come la bioedilizia e la produzione di olio. Un processo di purificazione del suolo in cui nulla va perduto.

Sfruttando il processo di fitodegradazione – che, come abbiamo spiegato prima, permette ad alcune piante erbacee a rapido accrescimento di assorbire inquinanti organici dal terreno un futuro a un’area distrutta dall’industria e dall'inquinamento mafioso.

Il processo viene spiegato anche da Angelo Massacci, direttore dell’Istituto di biologia agro-ambientale e forestale del Cnr di Porano. Secondo Massacci: “Le piante hanno evoluto efficienti sistemi di difesa e tolleranza verso gli inquinanti del suolo. Alcune specie vegetali, dette “escludenti”, riescono a evitare l’effetto tossico dei metalli pesanti in eccesso, preservano i frutti e le parti edibili ed eliminano il rischio di diffusione nella catena alimentare. Altre, definite “iperaccumulatrici”, sono invece capaci di assorbire e immagazzinare nei propri tessuti quantità di metalli pesanti da decine a migliaia di volte superiori a quelle tollerate da altri organismi”.

L’unico dubbio rimane solo quello legato alle condizioni a cui il terreno andrà incontro durante i mesi più caldi.Infatti, sarà ben presto soggetto a temperature che supereranno costantemente i 30 gradi. Questo potrebbe condizionare l’umidità del terreno, prerogativa essenziale per la crescita delle piante di canapa. La partita decisiva, quindi, sarà giocata nei  mesi più caldi.

Per chi è preoccupato di un pericolo derivante dalle sostanze psicotrope contenute nella canapa, va detto che il principio attivo Thc è presente in percentuale bassissima.

La stessa strada è stata percorsa in questi giorni da altri allevatori provenienti dalla provincia di Brindisi, le cui terre sorgono nei pressi del parco naturale Punta della Contessa, a ridosso della centrale Enel di Cerano e il polo petrolchimico, una zona ad altissimo tasso di inquinamento ambientale.

Qui, Tommaso Picella, 70 anni, e il nipote 34enne Andrea Sylos Calò, hanno deciso di convertire la propria attività in piantagione di canapa destinata alla creazione di fibre tessili o all’edilizia. Una scelta fatta per evitare la morte di una terra la cui contaminazione ha reso inservibile a scopo alimentare.

Tutto è ovviamente legale e autorizzato.

Canapa (tessile)

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Fibra di canapa; il colore bianco della polpa rende la fibra di canapa la materia prima ideale per produrre carta, perché non necessita di solventi chimici per essere sbiancata

La fibra della canapa è una fibra tessile ottenuta dal floema o libro dei fusti delle piante di Cannabis sativa.

Prima dell'avvento del proibizionismo della cannabis essa era diffusa nel mondo come materia prima per la produzione di carta, essendo una delle piante più produttive in massa vegetale di tutta la zona temperata[1]. Le sue fibre inoltre hanno costituito per migliaia di anni importanti grezzi per la produzione di tessili e corde[2]. Oggigiorno sono coltivabili legalmente per usi tessili varietà selezionate di cannabis libere da principi psicoattivi.

Indice

    1 Caratteristiche agronomiche
    2 Carta di canapa
        2.1 Cenni storici sulla carta ricavata dalla fibra della canapa
    3 Storia della coltura della canapa
        3.1 In Italia
    4 Normativa sull'etichettatura tessile
    5 Bibliografia
    6 Note
    7 Voci correlate
    8 Altri progetti

Caratteristiche agronomiche
La maciulla impiegata in Boemia per accelerare il lavoro tradizionalmente realizzato con mazze o col grametto[3], operazione che conclude il ciclo della coltura – Dalle Istituzioni di Berti Pichat, Biblioteca Fondazione Nuova terra antica
Exquisite-kfind.png     Per approfondire, vedi Cannabis sativa#Coltivazione.

La canapa cresce naturalmente in zone dal clima temperato, ma può sopportare i climi più diversi. È seminata fittamente per la coltura della canapa cosiddetta "da tiglio", che macerata e sfibrata dà la fibra tessile, e più rada per la coltura da seme, con piante più basse e più tozze, coltivate, oltre che per la seminagione, per la produzione di un olio particolarmente apprezzato per usi cosmetici e che per uso edibile raggiunge quotazioni commerciali paragonabili all'olio extravergine di oliva. La canapa può essere coltivata ripetutamente sullo stesso terreno dal momento che non lo impoverisce, bonificando e ammorbidendo la struttura dei terreni induriti da uno sfruttamento eccessivo con radici profonde e sottilmente ramificate. Può arrivare in alcuni casi fino a 7 metri di altezza, ed è una barriera ideale contro le impollinazioni di altre colture[4] dal momento che il suo olio è un antiparassitario naturale. In tre mesi dalla semina è pronta per il raccolto. Una volta estratta la fibra tessile o dopo aver raccolto i semi, rimangono la stoppa e in più la parte legnosa, o canapolo, che costituisce non un semplice sottoprodotto, ma un'altra importante materia prima.
Carta di canapa

Con la stoppa della canapa si può fabbricare una carta di alta qualità, sottile e resistente, che in passato sostituiva la moderna carta prodotta dal legno d'albero sminuzzato e sbiancato con processi chimici.[5] Fabbricare carta dalla canapa comporta un vantaggio anzitutto per la sua enorme produttività di massa vegetale, e in secondo luogo perché la si può ottenere da un'unica coltivazione, insieme alla fibra tessile, ai semi, alle foglie e al legno del fusto. Un altro vantaggio è costituito dalla bassa percentuale di lignina rispetto al legno di albero, che ne contiene circa il 20%, oltre a un'analoga percentuale di sostanze leganti. Il processo per ottenere le microfibre pulite di cellulosa dal legno di alberi, e quindi la pasta per la carta, prevede l'uso di grandi quantità di acidi, impiegati per macerare il legno. Questa operazione, ad un tempo costosa ed inquinante e che si serve di derivati del petrolio, non è necessaria con la carta di canapa, ottenuta dalla sola fibra; mentre per ciò che riguarda il legno occorre meno della metà di acidi a base di cloro. Inoltre la fibra e il legno della canapa sono già di colore bianco, e la carta che se ne ottiene è dunque già stampabile. Per renderla completamente bianca ad ogni modo è sufficiente un trattamento al perossido di idrogeno (acqua ossigenata), invece dei composti a base di cloro necessari per la carta ricavata dal legno degli alberi, altamente inquinanti. Con le corte fibre cellulosiche del legno si può produrre la carta di uso più corrente, come quella di giornale, o il cartone.

Grande pregio della carta di canapa è di non ingiallire con il passare del tempo, come accade invece alla carta da legno. Ciò è dovuto alla sua bassa concentrazione di lignina: nel processo di fabbricazione della carta dal legno di alberi invece il legno spappolato è trattato chimicamente per annullare le proprietà coloranti della lignina, ma con il tempo questo trattamento tende a degradare e la lignina, se esposta alla luce, torna a riflettere le lunghezze d'onda riconoscibili nella fascia del giallo dello spettro visibile[6].

In sintesi, il vantaggio principale di una produzione di carta da piante di canapa piuttosto che dal legno degli alberi è in primo luogo che la canapa non necessita dell'impiego di acidi sbiancanti, che possono produrre diossina e inquinare i fiumi, e in secondo luogo fornisce in un anno una quantità di cellulosa sedici volte maggiore di quella ricavata dal legno d'albero.
Cenni storici sulla carta ricavata dalla fibra della canapa
Alcuni esemplari della Bibbia di Gutenberg furono stampatati su carta di canapa importata appositamente dall'Italia[7]

Prima dell'industrializzazione le fibre più comuni per la produzione di carta erano quelle riciclate dagli stracci, ovvero da tessuti e cordami già utilizzati: si usavano gli scarti delle vele e del cordame delle navi, venduto dagli armatori come cascame per essere riciclato. Il resto della materia proveniva dagli abiti smessi, dalle lenzuola, dai pannolini, dalle tende e dagli stracci, fatti prevalentemente di canapa e talvolta di lino, venduti agli straccivendoli. Le fibre di questi erano appunto per lo più di canapa, ma anche di lino e cotone. La carta di canapa era dalle 50 alle 100 volte più resistente del papiro, e assai più facile ed economica da produrre. Fino al 1883, il 75-90% della carta di tutto il mondo era prodotta dalla fibra della pianta di cannabis, compresa quella di libri, Bibbie, mappe, banconote, obbligazioni, titoli azionari, quotidiani, e via di seguito. Alcuni documenti notevoli realizzati in carta di canapa sono la Bibbia di Gutenberg, del 1450 circa, il Pantagruel e l'erba Pantagruelion di Rabelais, del 1532, la Bibbia di Re Giacomo (XVII secolo), la Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d'America, i pamphlets di Thomas Paine (XVIII secolo), le opere di Mark Twain, Victor Hugo, Alexandre Dumas, Lewis Carroll (XIX secolo); insomma più o meno tutti libri prodotti dall'invenzione della stampa fino alla fine dell'Ottocento furono stampati su carta di canapa.

La carta di stracci, che contiene fibra di canapa, è quella di migliore qualità e la più durevole mai prodotta. In Italia la sua produzione terminò intorno agli anni cinquanta, progressivamente sostituita dalla carta prodotta dalle fibre del legname. Può essere strappata quando è umida, ma riacquista la sua completa resistenza una volta asciutta. Se non è sottoposta a condizioni estreme, la carta di stracci rimane stabile per secoli e non si consuma praticamente mai. Gli studiosi ritengono che l'antica tecnica – o arte – cinese della fabbricazione della carta di canapa risalga al I secolo, 800 anni prima che la scoprissero i paesi islamici, e da 1200 a 1400 anni prima che arrivasse in Europa. L'arte cartaria impiegata per la fabbricazione di questa carta resistentissima permise agli Orientali di lasciare in eredità ai posteri la loro conoscenza, così da poter essere accresciuta, investigata, raffinata, confutata e modificata, generazione dopo generazione.
Storia della coltura della canapa
In Italia
collo di camicia di canapa monografato

Per usi tessili ha un'antica tradizione in Italia, dov'era usata per realizzare corde e tessuti resistenti. Legata all'espandersi delle Repubbliche marinare, che l'utilizzavano grandemente per corde e vele delle proprie flotte di guerra. La tradizione di utilizzarla per telerie ad uso domestico è molto antica, le tovaglie di canapa in Romagna decorate con stampi di rame nei due classici colori ruggine e verde sono oggetti di artigianato che continuano ad essere prodotti ancora oggi.

Si calcola che nella sola Emilia-Romagna, nel 1910 vi erano 45.000 ettari di terreno coltivati a canapa, soprattutto nel Ferrarese, mentre il dato complessivo di tutta Italia portava la superficie a 80.000 ettari. Altro importante centro di produzione della canapa nel corso dei secoli è stato Carmagnola, in Piemonte. Fino all'affermarsi delle tecnofibre la canapa era indispensabile per la marina, per le vele e soprattutto le gomene. Carmagnola diventò il centro non solo di coltivazione, ma anche delle fasi di lavorazione e commercio per l'esportazione verso la Liguria e il sud della Francia, in particolare Marsiglia.

Anche l'industria di trasformazione del tiglio di canapa in filato e poi in tessuto ha un'antica origine. Già nel 1876 il Linificio e Canipificio Nazionale era una società quotata in borsa, una delle più antiche e longeve.

La coltivazione andò in crisi per la concorrenza, negli usi meno nobili soprattutto produzione di sacchi, della juta e successivamente del cotone e delle fibre sintetiche.

Nel 1975 quando fu inasprito il divieto della coltivazione della canapa indiana Cannabis indica e nello stesso tempo messe in atto severe normative per la canapa tessile, il settore fu del tutto abbandonato.

Una difficoltà obiettiva, con il restringimento della normativa contro gli stupefacenti, è data dalla somiglianza morfologica delle due specie di cannabis, nonostante la profonda diversità di contenuto di THC (tetraidrocannabinolo) il principio con effetti stupefacenti.

C'è ora la possibilità che il quadro cambi, per l'accresciuta sensibilità per le produzioni agricole non alimentari, i migliorati processi produttivi ma soprattutto per l'adozione di norme dell'Unione europea. Con una evidente contraddizione, quest'ultima con regolamento CEE n 1164 del 1989 prevedeva l'erogazione di un contributo comunitario pari a lire 1.300.000 per ettaro. Proprio negli stessi anni veniva emanato in Italia il DPR 9 ottobre 1990 n. 309 recante il "Testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti" che menzionava il divieto di coltivazione della cannabis indica e nulla diceva a proposito della cannabis sativa. L'interpretazione corrente era stata, appunto quella dell'estensione del divieto.

I successivi regolamenti CE n. 1672/2000 e 1673/2000 ribadivano le sovvenzioni comunitarie e le autorità italiane si dovettero adeguare alle regole europee. Da qui i primi modesti tentativi di reintroduzione della coltura: 290 ettari nel 2002, 857 ettari nel 2003, 1.000 ettari nel 2004 con presenza in Emilia-Romagna, Piemonte e Toscana.
Normativa sull'etichettatura tessile

In Italia la materia è regolata dal Decreto Legislativo 22 maggio 1999, n. 194, "Attuazione della direttiva 96/74/CE relativa alle denominazioni del settore tessile":

    canapa fibra proveniente dal libro della canapa (Cannabis sativa) Sigla CA



Quali varietà è meglio coltivare? Come procedere alla lavorazione del suolo? Quando seminare? Quando raccogliere?

Lavorazioni e preparazioni del suolo
Il letto di semina deve essere preparato con cura, arando a 20 cm ed affinando bene il terreno con una erpicatura ed eventualmente una fresatura. La concimazione dipende naturalmente dalla qualità del terreno e dalle colture che hanno preceduto, ma si considera sufficiente un apporto equivalente a 100 kg/ha di azoto, essendo l’asporto medio pari a 50-70 kg/ha di P2O5 e K2O.

Le colture in aziende biologiche verranno concimate con stallatico o concimi equivalenti. Nessun diserbo è consigliato. In qualche caso è consigliata la cosiddetta “falsa semina”, cioè un erpicatura ripetuta, a distanza di qualche tempo.



Quali varietà è meglio coltivare?
Tra quelle ammesse alla coltivazione, le varietà di canapa che sono oggi disponibili si distinguono in Dioiche e Monoiche. Le prime, quelle tradizionali, si chiamano dioiche perché generano piante maschili e piante femminili. Dopo la fioritura le piante maschili muoiono e seccano, mentre le piante femminili, i 2/3 della coltura, portano a maturazione i semi; le seconde si dicono monoiche perché nella coltura la quasi totalità delle piante hanno entrambi i caratteri, portano dunque fiori maschili e femminili sulla stessa pianta.

Queste varietà sono il frutto di una selezione che intende aumentare la produzione di seme. Bisogna a questo punto distinguere la destinazione della coltura:
 febbraio 5, 2014   

Coltivare-la-marijuana-per-combattare-la-crisi-Succede-in-Spagna-638x425Quali varietà è meglio coltivare? Come procedere alla lavorazione del suolo? Quando seminare? Quando raccogliere? Per rispondere a queste ed altre domande pubblichiamo qui di seguito un articolo di Cesare Tofani, presidente di Toscanapa, l’associazione open source per il ripristino della filiera di cui abbiamo condiviso l’appello per sondare l’interesse alle coltivazioni del 2014.



Lavorazioni e preparazioni del suolo
Il letto di semina deve essere preparato con cura, arando a 20 cm ed affinando bene il terreno con una erpicatura ed eventualmente una fresatura. La concimazione dipende naturalmente dalla qualità del terreno e dalle colture che hanno preceduto, ma si considera sufficiente un apporto equivalente a 100 kg/ha di azoto, essendo l’asporto medio pari a 50-70 kg/ha di P2O5 e K2O.

Le colture in aziende biologiche verranno concimate con stallatico o concimi equivalenti. Nessun diserbo è consigliato. In qualche caso è consigliata la cosiddetta “falsa semina”, cioè un erpicatura ripetuta, a distanza di qualche tempo.



Quali varietà è meglio coltivare?
Tra quelle ammesse alla coltivazione, le varietà di canapa che sono oggi disponibili si distinguono in Dioiche e Monoiche. Le prime, quelle tradizionali, si chiamano dioiche perché generano piante maschili e piante femminili. Dopo la fioritura le piante maschili muoiono e seccano, mentre le piante femminili, i 2/3 della coltura, portano a maturazione i semi; le seconde si dicono monoiche perché nella coltura la quasi totalità delle piante hanno entrambi i caratteri, portano dunque fiori maschili e femminili sulla stessa pianta.

Queste varietà sono il frutto di una selezione che intende aumentare la produzione di seme. Bisogna a questo punto distinguere la destinazione della coltura:

    se si coltiva per raccogliere gli steli, per ottenerne fibra e canapulo, biomassa cellolosica, allora è preferibile usare varietà dioiche, e tra queste : Carmagnola, CS, Fibranova, Tiborszallasi
    se si intende raccogliere anche il seme bisogna utilizzare varietà monoiche, e tra queste, quelle oggi disponibili: Futura, Felina, KC Dora, Monoica, Juso 31.



La semina
Si semina in primavera, a fine marzo-aprile, quando c’è umidità sufficiente alla germinazione, che avviene quando la temperatura del terreno è superiore a 8°-10°C ;le giovani piantine resistono bene alle gelate tardive. Si impiega generalmente una seminatrice da grano, lasciando comunque 15/20 centimetri tra le file, profondità: 2/3 cm, distanza del seme sulla fila:5-8 cm.

    Quantità seme: 35/40 kg/ha (18-22 gr. peso di 1000 semi)
    Densità: 80-100 piante m2



La crescita
Una preparazione accurata della semina è necessaria perché nei primi stadi di crescita le giovani piante sono sensibili alla competizione delle infestanti, ma le piante di canapa crescono più velocemente e soffocano ogni competitore quando hanno coperto il terreno.

La coltura mantiene il controllo delle infestanti fino alla raccolta e, per questo motivo, è utile coltivare canapa per rinettare i terreni e ridurre, o meglio eliminare del tutto l’impiego dei diserbanti nelle colture successive. Normalmente non c’è alcun bisogno di irrigare. L’accrescimento della pianta cessa di solito con il solstizio di Giugno, quando il periodo di luce diurna comincia a diminuire, con qualche differenza a seconda delle varietà impiegate.

A seconda dell’epoca e della densità di semina, a seconda della varietà prescelta, le piante raggiungeranno l’altezza media di 2 metri ed un diametro dello stelo di circa 1 cm; le foglie e le infiorescenze si troveranno nel terzo superiore dello stelo. La fioritura avviene generalmente nel mese di luglio e comunque con temperature superiori a 20°C.
Il raccolto
Quando si coltiva canapa per utilizzarne la biomassa, la raccolta può iniziare circa 10 giorni dopo la fine della fioritura, nel mese di agosto.

Quando invece si vuole raccogliere anche il seme, occorre attendere la maturazione dei semi, che è scalare, cioè avviene un po’ alla volta. Durante un periodo variabile, che dura circa 3-6 settimane, nel mese di Settembre, inizi Ottobre, i semi maturano e cadono al suolo. Sullo stelo troveremo dunque semi già maturi ed altri ancora coperti dalla brattea verde.

Occorre quindi procedere con la mieti-trebbiatura in una fase intermedia, avendo cura di non scuotere troppo le cime, per non perdere il seme maturo, e trebbiando al contempo in maniera da recuperare anche il seme poco maturo, liberandolo dall’infiorescenza.

A seguire, dopo la trebbiatura, si provvederà comunque a falciare e pressare, oppure trinciare in campo gli steli rimasti.



Vantaggi della canapa

    Capacità rinettante, cioè controllo totale sulle erbe infestanti senza bisogno di trattamenti.
    Basse concimazioni, preferibilmente organiche. E’ quindi una coltura a bassissimo impatto energetico ed adatta per agricoltura biologica.
    Effetto miglioratore nelle rotazioni agricole, cioè migliora le rese delle altre colture in virtù dell’apparato radicale profondo e dell’accumulo di elevati stock di carbonio nel suolo.
    Assenza di trattamenti antiparassitari, per la scarsa incidenza di danni da parassiti.

Autore: Cesare Tofani, presidente Toscanapa

LA VERA DIETA MEDITERRANEA

LA VERA DIETA MEDITERRANEA
Maestro Fedele Guida

E' stato un americano, Ancel Keys, a scoprire la dieta mediterranea negli anni '40 (quindi prima della guerra...prima che la nostra alimentazione si "contaminasse").
Keys si era accorto che non c'erano malati di infarto a Napoli, e si era chiesto come mai, sapendo che in America l'infarto era la prima causa di ricovero.
Cosa si mangiava nell'Italia meridionale prima della globalizzazione? Si seguiva una dieta "povera" a base di
- cereali integrali
- pasta di grano duro macinata a pietra
- legumi (le cicerchie, i ceci, i fagioli, le fave,..)
- verdure, ma NON le patate
- olio di oliva
- frutta
- semi oleaginosi (le noci,...)
e molto raramente si mangiava carni, salumi, formaggi,...
La dieta mediterranea (quella vera...diffidate dalle imitazioni!!!):
- protegge dall'asma e dalle dermatiti atopiche (eczemi nei bambini)
- protegge dall'insulino resistenza e dall'obesità (infantile)
- riduce l'infiammazione (faringiti, otiti,..)
- aumenta la funzionalità respiratoria
- riduce il rischio di ipertensione
- migliora l'assorbimento intestinale del ferro
- migliora l'assorbimento intestinale del calcio. Nella dieta mediterranea ci sono meno proteine. Sono le proteine (in eccesso) che fanno perdere calcio.
- previene la stitichezza

giovedì 20 novembre 2014

UN TESTIMONE OCULARE DELLA SANTITÀ DI FRANCESCO II





UN TESTIMONE OCULARE DELLA SANTITà DI FRANCESCO II
IL  BARONE  TRISTANO  LAMBERT * 21 agosto 1897
A cura di don Massimo Cuofano
Gesù nel Vangelo, rivolgendosi a quelli che per amore suo subiscono prove, e forti restano perseveranti nella fede, dice: beati voi, il vostro nome è scritto nei cieli.
Dopo quasi 120 anni dalla morte di questo Re  giusto, Francesco II, ci accorgiamo che sono tanti quelli che nutrono verso di lui una particolare devozione, un affetto spirituale che neppure l’oblio e le calunnie del tempo hanno potuto offuscare. Allo stesso modo tanti suoi contemporanei ne vollero ricordare la memoria e conservarla ai posteri. Certamente c’era già in tanti, sin da allora, questa certezza della santità di vita del buon Re. Quindi davvero  il nome di questo testimone ed eroe della fede è scritto nei cieli.
Una di queste testimonianze, che mi è pervenuta attraverso la biografia scritta su di lui da Angelo Insogna, e che gentilmente il dott. Giuseppe Catenacci, che ringrazio di cuore, mi ha fatto dono, è il Barone Tristano Lambert, devoto amico ed  estimatore di Francesco II.
Angelo Insogna, all’indomani della morte del Re, nello scrivere questa biografia volle corredarla anche di testimonianze, e tra tante persone si rivolse al nobile barone, sapendo  di questa profonda amicizia, e della certa conoscenza che questi aveva di Re Francesco.
Il barone si affrettò di inviare una sua lettera il 21 agosto 1897, pochi anni dopo la morte del Re,  dove con vera devozione e “di buon cuore” ne   traccia la sua figura, augurandosi che questa testimonianza possa <<contribuire a portare una pietra all’edifizio che vi proponete di alzare alla memoria di Francesco II, “Re santo, grande, eroico e benigno”>>.
In questa testimonianza, scritta con sincerità e al cospetto di Dio, il buon barone traccia in primo luogo il profilo spirituale religioso. Sottolineando la cattolicità del sovrano.
“Sotto il rapporto religioso Francesco II era profondamente cattolico sia per la sua Fede, sia per l’esempio che ne dava, sia per le pratiche religiose: era un santo, un degno e vero figlio di San Luigi, di San Ferdinando e di Cristina (oggi Beata) ”.
 Quindi la vita del Re era diretta dalla sua cattolicità, non bigotta o vaga, ma profonda, basata sulla conoscenza della Parola di Dio e della dottrina della Chiesa. Non poteva non essere così, conoscendo la scuola dalla quale proveniva, quella dei Gesuiti napoletani, tra i più formati culturalmente e teologicamente.  Inoltre la sua era una Fede autentica, non superstiziosa o fatalista, come certi biografi o filmetti di ultima categoria vogliono far pensare, ma una Fede vissuta nella vera devozione, rafforzata quotidianamente dalla preghiera e dalla pratica dei sacramenti, e che diventava concreta nell’esempio e nella vita di carità. Il Lambert lo paragona a due grandi Re, San Luigi di Francia, San Ferdinando e in ultimo alla santa mamma di Francesco II, Maria Cristina, che proprio nei giorni scorsi la Chiesa ha elevato come Beata alla  gloria degli altari.
Continua poi indicandone il profilo sociale politico.
“Sotto il rapporto politico era del tutto legittimista ed imbevuto dell’idea di giustizia e di rispetto dei Trattati”.
Educato nella Fede e nel rispetto della Legge, Francesco II non poteva non essere imbevuto di quegli ideali antichi, che si basavano non sul compromesso,  sul potere e la corruzione, ma fondato sui principi del legittimismo. Il suo essere Re si modellava sulla figura stessa di Cristo Re.
Il  modello di regalità che ha abbracciato Francesco II non era quello  dell’ambizione e del personale interesse, che cerca la competizione e il potere a costo di tutto, ma quello della comprensione, della fiducia, della carità, del bene altrui.  Egli ha sempre anteposto ai suoi interessi personali l’amore per il suo popolo, che allo stesso tempo diventava amore per Dio, che è presente in ogni uomo.  La  vita sociale e politica di Francesco II di Borbone si conforma proprio a quest’unico modello di regalità che la sua profonda religiosità cristiana poteva proporgli di imitare. Il “Re” Francesco II si sentiva, ed era effettivamente, “sposo”  del suo Regno e “padre” del suo Popolo, che amò fino alla fine della sua vita, ben oltre la perdita del trono e la fine del Regno.
Per questo il barone continua la sua testimonianza tracciandone un profilo umano davvero encomiabile.
“Sotto il rapporto di sua persona non potevasi attribuire a lui alcuna pecca, profondamente dotto e sapiente e di carattere dolcissimo, semplicissimo e laborioso, franco e moderato! Era espertissimo tanto sopra le quistioni teologiche quanto sopra le quistioni politiche, diplomatiche e militari. Nessuno conosceva l’Europa e l’Italia al pari di lui. Avrebbe egli procurato al suo regno dignità, prosperità e sicurezza immense”.
Questa testimonianza sincera  di un contemporaneo e conoscente intimo, accompagnata da altre ugualmente vere, fanno crollare quelle impalcature falsi innalzate dalla storiografia adulatrice dei vincitori, che vogliono presentarci un Francesco II dai tratti poco lusinghieri. Lo si vuole presentare bonariamente come il “re giovane ed inesperto”, oppure lo si critica come  “un re senza adeguate preparazioni militare e politica”,  o addirittura come un debole “eternamente indeciso”,  fino ad offenderne la memoria definendolo “re inetto ed imbelle”. Tutti luoghi comuni che crollano dinanzi alla reale figura di Francesco II, che come prima ci ricordava il barone Tristano,  è un “Re santo, grande, eroico e benigno”.
Lo stesso barone ci tiene a  sottolineare l’onestà e la concretezza della sua testimonianza, avendolo conosciuto da lungo tempo.
“Da ben trentacinque anni mi son dedicato alla sua causa e l’ho amato godendo dell’onore della sua gradevole ed edificante intimità e posso dire di averlo perfettamente conosciuto”.
Lodiamo Dio per questa testimonianza che ci permette di conoscere anche noi meglio la figura di questo Re Santo, che speriamo poter vedere glorificato dalla  Chiesa, che amò intimamente, come siano certi è già glorificato da Dio nel Paradiso.




LA  TESTIMONIANZA  DI  UNA  GIORNALISTA  NAPOLETANA
CERTAMENTE NON   “BORBONICA”

All’indomani della morte di Francesco II, avvenuta ad Arco di Trento il 27 dicembre 1894, vi fu un compianto generale, non solo nella piccola cittadina trentina, dove tutta la gente aveva conosciuto ed amato questo gentile “signore”, che era sempre affabile con tutti, ogni mattina preciso alla celebrazione della Santa Messa, e la sera per il Santo Rosario e la Benedizione Eucaristica, ma in ogni parte d’Italia. Nonostante l’oblio e le dicerie su questo giovane Re, sconfitto da una guerra ignobile e dal tradimento, la sua fama di vero galantuomo era conosciuta ovunque, e la generosità e carità, come le sue certe virtù, non erano nascoste ai buoni. Ne ebbe grande dolore, certamente, tutto il mondo cattolico e la Santa Sede, conoscendo la pia vita e l’amore al Romano Pontefice di questo “buon cattolico”. Ma grande rimpianto si ebbe a Napoli e in tutto il Sud, per la morte di questo Re,  che per amore del suo popolo aveva messo da parte se stesso, i suoi interessi, la sua stessa vita.
Forse con una buona ricerca si troveranno senz’altro articoli e testimonianze di tanti su di lui, ma significativa ed importante quella della giornalista napoletana Matilde Serao. Nessuno può accusare questa giornalista di essere di parte, essendo nata e cresciuta in un ambiente liberale ed antiborbonico. Ella stessa non nega le sue simpatie per certe tendenze moderne e liberiste, ma allo stesso tempo, come giornalista onesta  ed eticamente ineccepibile, non poteva nascondere una verità che era nel cuore e sulle labbra di tutti. Inoltre, fondatrice e direttrice del Mattino, conosceva bene la situazione di Napoli e di tutto il mezzogiorno, dopo la fatidica ”unità d’Italia”, fatta dalla menzogna, dalla violenza e dalla corruzione. Certamente anche lei aveva dovuto constatare quando sia costato al Regno delle Due Sicilie, la conquista e la colonizzazione del proprio territorio.
Ebbene andiamo a leggere  e riflettere insieme questa importante testimonianza. Matilde Serao scrisse in prima pagina un articolo dal titolo  « Il Re di Napoli », in cui  diceva:
«Don Francesco di Borbone è morto, cristianamente, in un piccolo paese alpino, rendendo a Dio l'anima tribolata ma serena. Giammai principe sopportò le avversità della fortuna con la fermezza silenziosa e la dignità di Francesco II. Colui che era stato o era parso debole sul trono, travolto dal destino, dalla ineluttabile fatalità, colui che era stato schernito come un incosciente, mentre egli subiva una catastrofe creata da mille cause incoscienti, questo povero re, questo povero giovane che non era stato felice un anno, ha lasciato che tutti i dolori umani penetrassero in lui, senza respingerli, senza lamentarsi; ed ha preso la via dell'esilio e vi è restato trentaquattro anni, senza che mai nulla si potesse dire contro di lui. Detronizzato, impoverito, restato senza patria, egli ha piegato la sua testa sotto la bufera e la sua rassegnazione ha assunto un carattere di muto eroismo... Galantuomo come uomo e gentiluomo come principe, ecco il ritratto di Don Francesco di Borbone».
Non era dunque estranea  al mondo la vita cristiana e dignitosa di Francesco di Borbone, che nel suo esilio, anche se carico di prove e sofferenze, è rimasto sereno e fiducioso, ponendo tutta la sua speranza in Dio.
Dignità, silenzio e coraggio, questo è stato il percorso della sua esistenza. Formato al culto della Verità, non volle mai compromettersi con la corruzione e  il tradimento  dei suoi valori. Preferì la calunnia, la povertà, la vita semplice, piuttosto che venire meno al suo giuramento  di re e di cristiano.
La giornalista parla di avversità, che lo portarono alla sconfitta. A molti parve che  quel suo chinarsi passivo alla sorte dei vinti  fosse segno di debolezza, e su questo luogo comune si è andata a costruire tutta una leggenda nera sulla sua figura. Ancora oggi tanti, non profondamente addentrati nella conoscenza della sua figura, si fermano a quelle dicerie, e ancora guardano a lui come a “Franceschiello”, un debole, fatalista, incosciente, il quale non era in grado di saper governare, ne deridono la memoria.
Invece in questa anima nobile e reale, la giornalista legge la verità. Egli è stato un uomo giusto, leale, che cosciente del suo retto agire, e certo che la giustizia di Dio è più forte di quella dei potenti e del giudizio della storia, accettò con rassegnazione e coraggio il destino dei vinti, accogliendo silenziosamente la sorte che sarebbe capitata al suo popolo: la calunnia, l’esilio, la povertà, la persecuzione, il martirio.
Non un lamento, nessuna recriminazione, nessun odio, nessuna vendetta, solamente il coraggio dei forti, che si fonda sulla fede in Gesù Cristo. Non temete: Io ho vinto il mondo!
Senza perdersi nelle disquisizioni del giudizio umano, resosi conto dell’amara realtà a cui erano stati condannati i suoi sudditi, realtà che lui con lucidità e  intelligenza aveva previsto, cosciente che lui come re era padre della sua gente, si preoccupò di distribuire i suoi pochi ducati al suo popolo. “Io sono Re, e come tale debbo,  fino all’ultima goccia di sangue e all’ultimo ducato, tutto quello che ho al mio popolo”.
Questa è la coscienza retta di chi sa ben governare. Un vero Re galantuomo, che non ha bisogno di lugubri monumenti che ne dimostrano la forza, ma di azioni concrete di carità. Un esempio per chi governa oggi le nazioni, perché egli aveva compreso dal Vangelo, che è sempre stato il suo libro della vita, che governare non è comandare, ma servire.
Per questo il ritratto che gli ha fatto Matilde Serao è una testimonianza importante, perché ella aveva saputo vedere la grandezza di questo “galantuomo come uomo e gentiluomo come principe”, e quindi il vero valore della sua esistenza, il valore di un uomo vissuto nella fede, che non ha mai perso la sua speranza, fatto coraggioso e forte dalla carità, il ritratto di un grande santo.



  Francesco II di Borbone, l’ultimo Re di Napoli
Ritratto di un sovrano che amò sinceramente il suo popolo
 di
Mariolina Spadaro

27 dicembre 1894: l’ultimo sovrano delle Due Sicilie si congeda dalla scena del mondo in punta di piedi, con lo stesso stile sobrio e dignitoso con cui aveva vissuto. Nel suo testamento, Francesco II di Borbone aveva scritto: “Ringrazio tutti coloro che mi hanno fatto del bene, perdono a coloro che mi hanno fatto del male e domando scusa a coloro ai quali ho in qualche modo nuociuto”.
La Discussione di Napoli, nel riportarne la notizia, commentava: “Con l’anima serena dell’uomo giusto, con gli occhi estaticamente rivolti alla visione di quel sereno cielo che lo vide nascere, è morto il Re adorato, alle porte dell’Italia, in un modesto albergo, situato in una regione non sua...”.
Matilde Serao, in un articolo apparso sul Mattino del 29 dicembre, scrisse: “Giammai principe sopportò le avversità della fortuna con la fermezza silenziosa e la dignità di Francesco II. Detronizzato, impoverito, restato senza patria, egli ha piegato la sua testa sotto la bufera e la sua rassegnazione ha assunto un carattere di muto eroismo. Galantuomo come uomo e gentiluomo come principe ecco il ritratto di Don Francesco di Borbone”.
Ad Arco di Trento, l’ultimo discendente di una delle monarchie più potenti d’Europa aveva vissuto gli ultimi anni della sua breve vita, in perfetta umiltà e dignitoso anonimato.
Fu l’ultimo Re, disse l’Italia intera; ed il cordoglio per la morte prematura di un sovrano tanto nobile, leale e generoso, fu sincero, quanto tardivo il riconoscimento del suo alto profilo morale.
Ma chi era davvero Francesco II?
La storia ci ha abituati a conoscerlo come “Franceschiello”, un epiteto dispregiativo per sminuirne la figura e renderne insignificante l’operato: l’ultimo Re delle Due Sicilie era stato capace, in meno di un anno, di perdere regno e ricchezze, combattendo dalla parte sbagliata. Perché è sempre sbagliato stare dalla parte di chi perde, quando la storia la scrivono i vincitori. E Francesco, pur consapevole della fine imminente, non si era voluto piegare a nessun compromesso. Perciò, aveva perso. Non aveva cercato facili alleanze: avrebbe potuto salvare almeno se stesso, conservare le fortune personali, ereditate dagli avi  o, persino, usare quelle ricchezze (che nessun altro stato italiano poteva vantare di possedere in tale quantità) per corrompere quanti, nell’ora più difficile del Regno, preferirono abdicare alla propria dignità, barattando la patria napoletana con l’oro piemontese e massonico.
Invece, non fece nulla di tutto ciò. Non si oppose alla storia, ma non abdicò mai al ruolo che la storia gli aveva assegnato: morì da Re, assolvendo fino alla fine il suo compito, con coraggio e dignità.
25 novembre 2007: sono passati centotredici anni. Nella Chiesa di Santa Chiara a Napoli ascolto l’omelia di un giovane frate francescano (è davvero molto bravo), nel giorno in cui si celebra la festa di Cristo Re. Non ho scelto di proposito di andare ad ascoltare la Messa domenicale a Santa Chiara, mi ci sono trovata per caso, perché un’amica mi ha chiesto di accompagnarla a vedere i presepi a San Gregorio Armeno. C’è molta gente per strada, quasi non si cammina; decidiamo perciò di andare prima a Messa, in attesa che la folla diminuisca. E’ quasi mezzogiorno; proviamo ad entrare al Gesù Nuovo, ma occorre aspettare un’ora per la celebrazione. “Ripieghiamo”,  allora, su Santa Chiara: un frate, all’ambone, sta provando con i fedeli i canti per la  Messa, che sarà celebrata tra pochi minuti. Decidiamo di restare e troviamo posto nei primi banchi, sul lato destro della basilica. All’omelia il giovane frate evidenzia la contraddizione tra il Vangelo di oggi, che presenta la scena della Crocifissione, e la regalità di Cristo, che l’odierna festività intende esaltare. Cosa c’entra con la regalità e con Cristo, Re dell’universo ed immagine visibile di Dio, che ha creato tutte le cose, in cielo e sulla terra, Troni, Dominazioni, Principati e Potestà, ecc. ecc., quella scena che riproduce il momento meno esaltante della vita di Gesù, la sua morte sulla croce?
Ma la contraddizione, spiega il frate, è soltanto apparente: Cristo che muore sulla croce è il vero Re, perché sposa per sempre il suo popolo, lo abbraccia, lo “comprehendit” e in quell’abbraccio “si comprende” egli stesso, ossia trova senso e compimento la sua stessa vita. E’ per questo motivo che Cristo è Re, non già perché domina. Non c’entrano nulla le ricchezze, il potere, l’essere “i primi della classe”. Il modello cristiano di regalità non si basa sulla “competitività”, ma sulla “comprensione”: cum – prehendere”; altrimenti non avrebbe senso la Crocifissione e Cristo sarebbe un perdente.  E noi non dovremmo essere qui.
Ho un sussulto nel rendermi conto di essere seduta proprio a fianco alla cappella dei Borbone, dove Francesco II riposa per sempre. E’ solo un caso?  Avevo, appena ieri, cominciato a scrivere queste pagine sull’ultimo sovrano delle Due Sicilie, di cui mi ha sempre colpito la profonda religiosità, la sua fede di cristiano perfetto che, con grande eroismo, ha saputo affrontare le prove durissime cui la vita lo ha  sottoposto. Chi l’ha detto che i Re devono evocare immagini di grandiosità e di potenza? Francesco II è stato un re dolente: la nascita lo privò immediatamente della madre, Maria Cristina di Savoia; le sue nozze con Maria Sofia di Baviera furono turbate dalla malattia e, quindi, dall’improvvisa morte del padre, Ferdinando II; in poco più di un anno di regno perse trono ed averi personali e non vide mai crescere l’unica figlia avuta dal quel matrimonio, che morì di pochi mesi;  visse  la maggior parte della sua vita in esilio e morì a soli 57 anni. Eppure, niente di tutto ciò poté mai scalfire il suo animo di credente e di Re: un re dolente, certo; ma quanta dignità e quanto eroismo in quel dolore!
Le parole dell’omelia, una delle migliori che mi è mai capitato di ascoltare, si intrecciano con i miei pensieri; sono parole forti, che scuotono ed inducono a riflettere sulla storia, sui popoli, sui Re. “Non ci può essere mai una supina rassegnazione agli eventioccorre capire il senso degli accadimenti, il senso della propria vita. Contemplare: questo è il verbo giusto. Mentre Gesù muore sulla croce, il popolo “contemplava”, dice il Vangelo di Luca,  non  semplicemente “stava a vedere” ( si sa: le traduzioni dal greco o dal latino non rendono quasi mai il senso autentico che le parole esprimono nella lingua originaria). Contemplare, ossia cercare di capire quello che sta accadendo: il senso della vita, il senso della storia. “Alcuni si spingono molto lontano per capire il senso della propria vita, fino in Tibet ad esempio; ma è qui ed ora che ciascuno di noi ha un senso, perché  ognuno è un tassello preciso nel grande mosaico del mondo, ognuno ha il proprio posto nella storia.
Francesco II, la storia e la fede, la regalità e Cristo, l’umiltà e la povertà di San Francesco, la competitività e la comprensione: tutto sembra intrecciarsi e convergere in unità, indicando  che il  vero significato dell’essere Re è nell’abbraccio di Cristo che muore crocifisso, in  mezzo a due ladroni. Per paradossale che possa sembrare, è proprio allora che Cristo mostra la sua regalità, esaltata dal ladrone, che proprio a causa di quell’abbraccio lo riconosce, sentendosi da Lui “comprehensum”, sposato da quel sovrano che lo ama fino a sacrificare  se stesso.
E Francesco II quale modello di regalità ha abbracciato? Quello della competizione o quello della comprensione? E’ stato un sovrano ambizioso, che ha pensato ad accrescere il proprio potere oppure è stato un sovrano che ha anteposto ai suoi interessi personali l’amore per il suo popolo? 
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 La breve, ma intensa, vita di soldato e di re, di Francesco II di Borbone appare, in verità,  come un continuo e cosciente conformarsi all’unico modello di regalità che la sua profonda religiosità cristiana poteva proporgli di imitare. Il “Re” Francesco II si sentiva, ed era effettivamente, “sposo” del suo popolo, che amò fino alla fine della sua vita, ben oltre la perdita del trono e la fine del Regno.
E’ lecito dubitare dell’amore dei sovrani per i loro popoli quando vi siano interessi materiali da salvaguardare, quando c’è ancora la speranza di recuperare un trono perduto; ma Francesco già da tempo non nutriva più di queste speranze e, specialmente dopo la definitiva partenza da Roma, aveva  pure rinunciato a vedersi restituiti i suoi beni. Eppure, non aveva mai cessato di amare i napoletani. E i napoletani non cessarono mai di amarlo. Non, certamente, i generali che lo avevano tradito; non quegli aristocratici la cui bramosia di ricchezze e di potere si era lasciata stuzzicare dalle astute lusinghe degli avversari  (eppure anche a costoro seppe perdonare); ma il popolo, il suo popolo, lo amava davvero perché si sentiva profondamente amato da lui: “sposato”, abbracciato, “comprehensum”
Suo padre Ferdinando II aveva regnato per oltre trent’anni, trasformando il Regno delle Due Sicilie in uno degli stati più ricchi e potenti d’Europa. Era un’eredità pesante, che Francesco dovette assumersi inaspettatamente  e che si trovò a gestire da solo, quando stava per avere inizio la fase più difficile della storia del Sud. Gli avvenimenti, che si susseguirono in maniera travolgente, precipitarono la dinastia e mutarono la storia del popolo.
Di Francesco II la storia, in verità, non se n’è quasi mai occupata, se non in modo apparentemente distratto, e, quando lo ha fatto, ha descritto la figura di un uomo scialbo; l’iconografia lo presenta come un giovane dall’aspetto impacciato, le spalle strette, gli occhi tristi, l’espressione tra il timido ed il corrucciato; insomma, il ritratto perfetto dell’anti-eroe. Ed anche nella storiografia più recente, il re–soldato, che combatte sugli spalti di Gaeta, vi appare quasi trascinato, più che dalla sua convinzione personale, dall’entusiasmo incosciente e, talvolta, imprudente, della giovane moglie Maria Sofia di Baviera, riconosciuta “eroina di Gaeta”.
Restano poco noti, invece, il suo ricchissimo epistolario, il suo diario privato, le memorie di chi visse accanto a lui gli ultimi istanti della sua vita. Da essi emerge una figura di re il cui profilo morale, umano, intellettuale e cristiano è altissimo e rigoroso: un ritratto assolutamente stridente con quello ufficiale consegnatoci dalla storia che, persino nel nomignolo con cui lo identifica, “Franceschiello”, ha voluto imprimere nella memoria collettiva l’immagine del perdente, del non – Re, rappresentandone una regalità in negativo, in cui non trovano spazio concetti come “potere” e “trionfo” e non c’è posto neanche per la competizione, la “competitività” richiesta dai modelli considerati vincenti.    
Troppo spesso la storia esalta come eroi personaggi mediocri, il cui merito è quello di essere saliti in tempo sul carro del vincitore o di avere agito con cinico egoismo e per puro calcolo materiale o rinnegando valori morali e princìpi religiosi in nome di presunti ideali..
La vicenda garibaldina e l’intera operazione con la quale fu realizzata l’unificazione italiana necessitano ancora oggi di una rilettura che ne chiarisca, una volta per tutte, natura e contenuti. Non è più possibile, di fronte all’evidenza documentale, continuare ad accettare la “vulgata” ufficialmente imposta nei manuali scolastici, attraverso i quali specialmente si dovevano “ fare gli Italiani”. Troppe contraddizioni balzano in evidenza, troppe smentite dei fatti così come ci sono stati raccontati, troppi elementi di un’altra storia ci rivelano una verità diversa da quella conosciuta finora, che è doveroso portare alla luce e diffondere. E’ quella storia, che oggi non è più possibile accettare supinamente, che ci ha consegnato la figura di un  “Franceschiello” codardo, pavido, inetto: il ritratto caricaturale di un Re.
Chi era, in realtà, l’ultimo sovrano delle Due Sicilie?
Il 5 settembre 1860, in procinto di partire per Gaeta, volendo risparmiare alla capitale atroci combattimenti (l’entrata di Garibaldi in città era imminente), pronunciava parole gravi, denunciando al cospetto dell’Europa, che rimase sorda, le evidenti violazioni del diritto internazionale ai danni dei popoli delle due Sicilie: “una guerra ingiusta e contro la ragione delle genti ha invaso i miei Stati, non ostante che io fossi in pace con tutte le Potenze Europee”.
Il Re denunciava, con una chiarezza e lucidità che pochi, in quel momento, mostrarono di avere, i disegni della setta rivoluzionaria che stava impadronendosi dei suoi Stati, ma che presto avrebbe minacciato l’intera Europa; scriveva  ai rappresentanti delle potenze europee di come il Piemonte, che “sconfessava” pubblicamente l’azione garibaldina, segretamente, invece, la incoraggiava e la sosteneva. E paventava il pericolo che la violazione delle norme più elementari del diritto internazionale, che ora stava danneggiando il suo Regno, avrebbe finito per imporre il principio di autolegittimazione dei governi, spianando la strada a regimi  basati sulla forza  e sulla violenza, anziché sul consenso dei popoli.
Fu fin troppo facile profeta: totalitarismi e massacri avrebbero trasformato l’Europa del secolo successivo in un immenso teatro di violenza e di guerre. Nessuno sembrava, in quel momento, rendersene conto quanto lui: “questa guerra spezza ogni fede ed ogni giustizia ed arriva fino a violare le leggi militari che nobilitano la vita ed il mestiere di soldato ... L’Europa  non può riconoscere il blocco decretato da un potere illegittimo ... L’azione di Garibaldi è quella di un pirata. Accettandola, l’Europa civile tollererebbe la pirateria nel Mediterraneo... Ma l’Europa stava a guardare.
Francesco II, invece, combatteva contro questo nuovo modo di fare la guerra: sul Volturno, a Gaeta, sul fronte della diplomazia. Combatteva e protestava instancabilmente, pur nella crescente consapevolezza di  non poter salvare se non l’onore; combatteva  a fianco dei suoi soldati, per il popolo che aveva “sposato” e che non lo abbandonava, perché “fra i doveri prescritti ai re, quelli dei giorni di sventura sono i più grandi e solenni; ed io intendo di compierli con rassegnazione scevra di debolezza, con animo sereno e fiducioso quale si addice al discendente di tanti Monarchi”.
Lucidamente consapevole della sconfitta, non fece nulla per sottrarsi al suo dovere di Re, raccomandando ai suoi popoli “la concordia, la pace, la santità dei doveri cittadini”  anche quando l’esito gli fu fatale.
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Lasciando Napoli,  Francesco II non portò nulla con sé. Il 12 settembre, appena una settimana dopo la sua partenza verso Gaeta (il Regno delle Due Sicilie era, dunque, ancora formalmente uno Stato legittimo riconosciuto dalle potenze europee), i suoi beni venivano dichiarati da Garibaldi “beni nazionali”; e quando, succeduto Vittorio Emanuele, si discusse se rendere a Francesco i suoi beni privati, una tale eventualità  fu condizionata alla sua partenza da Roma, dov’era ospite del Papa. Lo si voleva allontanare il più possibile da Napoli, perché la sua sola prossimità al Regno era sufficiente a tenere alto il morale di chi combatteva per l’indipendenza della patria. Francesco non accettò: non poteva consentire alcuna strumentalizzazione della sua persona facendone ricadere su di lui la responsabilità dei massacri, che l’esercito  piemontese stava attuando nel tentativo di piegare la resistenza dei napoletani. Perché di “Napolitani” si trattava - come sottolineava con forza il Re -  e non di  “briganti” ed “assassini”, come invece li dipingeva la propaganda; napoletani come lui, e, come lui, “disgraziati che difendono in una lotta ineguale l’indipendenza della loro patria ed i diritti della loro legittima dinastia”. Di quei “briganti”, ad ogni modo, se tale era la loro identità, lui, il Re, si reputava onorato di esserne il primo. Ed avendo, d’altra parte, perduto un trono, che gli importava di perdere le ricchezze?. “Sarò povero come tanti altri che sono migliori di me: ed ai miei occhi il decoro ha pregio assai maggiore della ricchezza” : queste le parole con le quali respinse il “consiglio” di Napoleone III di allontanarsi da Roma. Non riebbe più i suoi beni, che furono distribuiti, in barba a statuti e “proteste”, ai “martiri” dell’Unità d’Italia (Paese che, a quanto pare, continua ancora oggi a produrre “martiri”, se c’è chi pretende - in modo assai poco regale, in  verità- dallo Stato, dunque dai suoi cittadini, il risarcimento dei danni derivati dall’esilio cui furono sottoposti, dopo il 1948, gli ex Re d’Italia ed i loro discendenti maschi, ossia i continuatori, effettivi e potenziali, di  una dinastia che aveva fondato le sue fortune, oltre che la Nazione, principalmente sul sangue degli avversari, cui aveva strappato il Trono, e delle popolazioni che in quel Trono si riconoscevano,senza minimamente preoccuparsi del loro destino).
Francesco,  Re - Sposo dei suoi popoli, invece non cessò mai di preoccuparsi delle loro necessità, nella buona come nella cattiva sorte: l’11 gennaio 1862 riusciva ad inviare la somma di 800 scudi all’Arcivescovo di Napoli Riario Sforza, per venire in soccorso della popolazione di Torre del Greco, colpita dal terremoto. “Tutte le lagrime dei miei sudditi – scriveva in quell’occasione – ricadono sopra il mio cuore, e non mi sovviene della mia povertà che allora soltanto che, in simili circostanze, m’impedisce di fare tutto quel bene, al quale mi sento per natura trasportato... Sovrano esiliato, non posso slanciarmi in mezzo a’ miei figli per alleviarne i mali. La potenza del Re delle Due Sicilie è paralizzata, e le sue risorse son quelle di un sovrano decaduto che non ha trasportato seco, lungi dal suolo ove riposano i suoi antenati, che l’imperituro amore per la patria assente. Ma comunque grande sia la mia catastrofe e meschine le mie risorse, io sono Re, e come tale io debbo l’ultima goccia del sangue mio e l’ultimo scudo che mi resta ai popoli  miei”
Anche sugli spalti di Gaeta, quando tutto era ormai perduto, questo Re non aveva avuto altro pensiero che  quello di consolare i suoi popoli nelle sventure comuni. Sempre fiducioso nella Provvidenza, le sue parole non furono mai di cupa rassegnazione, ma  sempre vibranti di passione interamente napoletana: “Ho combattuto non già per me, ma per onore del nostro nome... io sono napolitano; nato in mezzo a voi non ho respirato altra aria, non ho veduto altri paesi, non ho conosciuto che solo la mia terra natale. Ogni affezione mia è riposta nel regno, i costumi vostri sono pure i miei, la vostra lingua è pure la mia, le ambizioni vostre sono pure le mie”.
Orgoglioso della sua “napoletanità” e dell’appartenenza ad una dinastia che, da oltre cento anni, regnava pacificamente su quei territori, ai quali aveva restituito indipendenza ed autonomia, Francesco rivendicava la legittimità del trono: “non mi ci sono installato dopo avere spogliato gli orfanelli del loro patrimonio, né la Chiesa dei suoi beni; né  forza straniera mi ha messo in possesso della più bella parte d’Italia. Mi glorio di essere un principe che, essendo vostro, ha tutto sacrificato al desiderio di conservare ai sudditi suoi la pace, la concordia e la prosperità...”
Pace, concordia, prosperità: erano questi i beni che voleva per i suoi popoli. Perfettamente a conoscenza di tradimenti e cospirazioni, aveva voluto evitare spargimenti di sangue: questa sua scelta, che ostinatamente difendeva, gli aveva procurato – egli mostrava di esserne profondamente consapevole – accuse di inettitudine e debolezza. Ma preferiva queste accuse ai trionfi degli avversari, ottenuti con il sangue e la violenza. Cinismo, tradimenti e spergiuri  sembravano sempre più fare parte dei moderni codici militari, ma a Francesco continuavano ad essere cari gli antichi codici della cavalleria, che riposavano sulla sacralità del giuramento, sulla fedeltà alla parola data, specie se parola di Re. Per questo non aveva potuto credere che il re del Piemonte “che protestava di disapprovare l’invasione di Garibaldi, che negoziava col mio governo un’alleanza intima per il vero interesse dell’Italia”, avrebbe violato tutti i trattati e calpestate le leggi, invadendo il regno delle Due Sicilie senza neanche una dichiarazione di guerra.      
Ma alla tracotanza del nemico si poteva rispondere solo rimanendo uniti nella concordia, intorno al trono dei propri antenati, superando antiche divisioni (il discorso riguardava specialmente i siciliani): “il passato non sia mai un pretesto di vendetta, ma un avvertimento salutare per l’avvenire”
Occorreva avere fiducia, ancora una volta, nella Provvidenza divina ed accettarne, comunque, i disegni, profondi ed imprescrutabili; ma nessuno – e specialmente il Re -  poteva sottrarsi al proprio dovere: “Difensore dell’indipendenza della patria, resto a combattere qui per non abbandonare un deposito così caro e così santo. Se ne ritornerà l’autorità ed il potere nelle mie mani, me ne servirò per proteggere tutti i miei diritti, rispettare tutte le proprietà, salvaguardare le persone ed i beni dei sudditi miei contro ogni oppressione e depredamento. Se poi la Provvidenza nei suoi profondi disegni decreta che l’ultimo baluardo della monarchia cada sotto i colpi di un nemico straniero, io mi ritirerò con la coscienza senza rimproveri e con una risoluzione immutabile, ed attendendo l’ora della giustizia, farò i voti più ferventi per la prosperità della mia patria e per la felicità di questi popoli che formano la più grande e la più cara parte della mia famiglia”.
L’esilio vissuto negli ultimi anni ad Arco, senza più speranza di recuperare trono ed averi personali, non cancellò la validità di questo “patto”: bastava essere napoletano per essere ricevuto da lui e furono tanti coloro che ebbero modo di incontrarlo. A tutti chiedeva notizie della sua Napoli, senza che mai alcuna parola di biasimo per i nuovi regnanti e governanti uscisse  dalla sua bocca. Così come non voleva che si parlasse delle sue passate vicende, della sua vita di Re: le considerava un sogno del passato, che ormai si era dissolto. Aveva conservato il titolo di Duca di Castro, ma tutti ad Arco lo conoscevano come “il signor Fabiani”.
Fu solo dopo la sua morte che gli abitanti della cittadina trentina scoprirono la vera identità di quel gentiluomo che, tutte le mattine, sedeva al bar a fare colazione ed a leggere i giornali, dopo avere ascoltato la Messa, ed ogni sera, puntuale, si recava per la recita del Santo Rosario  presso la Chiesa della Collegiata.
Francesco II lascia nella storia un nome, che le iniquità e le calunnie non possono oscurare.
I doveri di sovrano, che egli seppe compiere cristianamente, i doveri di soldato valoroso nell’eroica difesa di Gaeta, i suoi proclami e le note diplomatiche indirizzate ai monarchi di Europa durante i tristi  momenti della sua caduta, dimostrano ai posteri tutto il suo valore ed indicano un modello di regalità che non evoca immagini di potenza e di gloria ed invita, piuttosto, a riflettere sulla nobiltà della politica: concetto, oggi, purtroppo, estraneo alla nostra esperienza, perché caduto progressivamente in desuetudine, ma che dovremmo sforzarci di recuperare.  La società moderna, infatti, riconosce il primato della “competitività” piuttosto che quello della “comprensione” e privilegia senz’altro gli interessi materiali che, in nome dell’individualismo e dei vantaggi dei singoli, non esitano a sacrificare il bene comune.
Napoli, 26.11.2007


Angela PELLICCIARI
L'ultimo Borbone, un re in balìa dei "traditori"

Francesco II lasciò ingenuamente Napoli nel 1860 facilitando, senza volerlo, la conquista dei garibaldini 


Il 13 novembre 1860 Pio IX scrive a Francesco II di Borbone, re delle Due Sicilie: "Ho fatto tutto quello che per mia parte era possibile per sostenere in Vostra Maestà la causa della giustizia, e tanto più volentieri l'ho fatto in quanto che ho veduto la Maestà Vostra tradita da uomini cattivi o inetti o deboli [...] ho detto tradito perché è verità".

Salito al trono a 23 anni all'improvvisa morte del padre, Francesco è completamente digiuno dell'arte di governo. Cattolico devoto, il re è animato da buonissimi sentimenti ma l'inesperienza e la buona fede lo rendono facile preda della congiura massonica che lo avvolge come in una spirale. Succede così che segue i consigli sciagurati del ministro dell'interno, il massone Liborio Romano segretamente alleato di Garibaldi. Questi lo convince a lasciare Napoli senza combattere facendo appello all'attaccamento alla città, all'amore per il popolo e per la religione cattolica. Ecco il testo della lettera che Liborio Romano indirizza a Francesco II il 20 agosto 1860. Dopo aver accennato ai "segreti disegni della Provvidenza", alla malvagità degli uomini e alla sfiducia che si è infiltrata nell'esercito e nella marina, il ministro scrive: "La lotta, è certo, farebbe scorrere fiumi di sangue". Anche ammessa una vittoria momentanea - continua - si tratterebbe di "una delle vittorie malaugurate, peggiore di mille disfatte; vittoria acquistata a prezzo del sangue, di uccisioni e di rovine [...] Dopo aver rigettato, secondo che ci ispira l'onestà della coscienza, il partito della resistenza, del conflitto e della guerra civile, quale sarà il partito saggio, onesto, umano e degno del discendente di Enrico?". Il "saggio" consiglio che Liborio Romano offre al re è di allontanarsi da Napoli, invocare a giudice l'Europa, ed aspettare "dal tempo e dalla giustizia di Dio il ritorno della fiducia, ed il trionfo dei suoi diritti legittimi". Accade l'incredibile: Francesco II lascia la capitale senza opporre resistenza per risparmiare ai napoletani la guerra e a Napoli la distruzione. Ecco il manifesto che indirizza ai sudditi immediatamente prima della partenza: "Una guerra ingiusta e contro la ragione delle genti ha invaso i miei Stati, nonostante che io fossi in pace con tutte le potenze europee". Il corpo diplomatico conosce il mio amore per Napoli e il mio desiderio di "guarentirla dalle rovine e dalla guerra, salvare i suoi abitanti e le loro proprietà, i sacri templi, i monumenti, gli stabilimenti pubblici, le collezioni di arte, e tutto quello che forma il patrimonio della sua civiltà e della sua grandezza, e che appartenendo alle generazioni future è superiore alle passioni di un tempo. Discendente di una Dinastia che per 126 anni regnò in queste contrade [...] i miei affetti sono qui. Io sono Napoletano, né potrei senza grave rammarico dirigere parole di addio ai miei amatissimi popoli, ai miei compatrioti. Qualunque sarà il mio destino, prospero od avverso, serberò sempre per essi forti ed amorevoli rimembranze. Raccomando loro la concordia, la pace, la santità dei doveri cittadini. Che uno smodato zelo per la mia corona non diventi face di turbolenze".

Il sovrano lascia Napoli il 6 settembre e si ritira a Gaeta dove tenta una valorosa quanto inutile difesa, sostenuto dall'eroismo della moglie Maria Sofia e dall'attaccamento dell'esercito. L'8 dicembre 1860, il giorno dell'Immacolata, Francesco II invia ai popoli delle due Sicilie un manifesto per ricordare ancora una volta le iniquità che ha subite: "Il mondo intero l'ha visto; per non versare sangue, ho preferito rischiar la mia corona. I traditori, pagati dal nemico straniero, sedevano nel mio consiglio, a fianco dei miei fedeli servitori; nella sincerità del mio cuore, non potevo credere al tradimento [...] In mezzo a continue cospirazioni, non ho fatto versare una sola goccia di sangue, e si è accusata la mia condotta di debolezza. Se l'amore più tenero per i sudditi, se la confidenza naturale della gioventù nella onestà altrui, se l'orrore istintivo del sangue meritano tal nome, sì, io certo sono stato debole. Al momento in cui la rovina dei miei nemici era sicura, ho fermato il braccio dei miei generali, per non consumare la distruzione di Palermo. Ho preferito abbandonare Napoli, la mia cara capitale, senza esser cacciato da voi, per non esporla agli orrori d'un bombardamento". "Ho creduto in buona fede che il re del Piemonte, che si diceva mio fratello e mio amico, che si protestava disapprovare l'invasione di Garibaldi [...] non avrebbe rotto tutti i trattati e violate tutte le leggi per invadere tutti i miei stati in piena pace, senza motivi né dichiarazioni di guerra".

Oltre che dai numerosi massoni presenti a corte e nei vertici dell'esercito, Francesco II è tradito dal cugino Vittorio Emanuele, "re galantuomo", che ne invade il regno il 15 ottobre 1860. L'ordine che l'esercito sabaudo riporta è quello che Francesco descrive nel proclama appena citato: "Le finanze non guari sì fiorenti, sono completamente ruinate, l'amministrazione è un caos, la sicurezza individuale non esiste. Le prigioni sono piene di sospetti, in luogo della libertà, lo stato d'assedio regna nelle province e un generale straniero pubblica la legge marziale decretando le fucilazioni istantanee per tutti quelli dei miei sudditi che non s'inchinano innanzi alla bandiera di Sardegna [...] Uomini che non hanno mai visto questa parte d'Italia [...] costituiscono il vostro governo [...] le Due Sicilie sono state dichiarate province d'un regno lontano. Napoli e Palermo saranno governate da prefetti venuti da Torino".


Don Massimo Cuofano