domenica 21 dicembre 2014

il Sergente Romano,EROE DEL REGNO DELLE DUE SICILIE

GLI EROI DEL REGNO DELLE DUE SICILIE, LUI IL VERO BRIGANTE DI SUA MAESTÀ SEMPRE FEDELE ALLA PATRIA E AL SUO ️RE FINO ALLA FINE!
Il “Sergente Romano”
Romano detto sergente Nacque a Gioia del Colle il 24 Agosto 1833 da Giuseppe e Angela Concetta Lorusso. Ebbe un”educazione semplice, sana ma rigida che ne forgiò il carattere. Fin dall”adolescenza aiutò il padre nella pastorizia che gli permise una particolare conoscenza di quei boschi e di quelle contrade che poi lo videro quale dominatore incontrastato. ”,”Nel 1851 si arruolò nel Real Esercito delle Due Sicilie dove intraprese una brillante carriera assumendo ben presto il grado di “primo sergente” e dove, per le sue particolari doti militari, ebbe l”onore di diventare “Alfiere” della 1^ compagnia del 5° Reggimento di Fanteria di Linea.
Disciolto l”Esercito del Regno delle Due Sicilie, il Romano non si diede per vinto diventando comandante del Comitato Clandestino Borbonico di Gioia del Colle. Tuttavia, avvertendo i tempi stretti, la gravità della situazione e mal sopportando l”inoperosità degli adepti del Comitato, dopo poco tempo abbandonò i “salotti” e passò senza esitare alla lotta armata, dando il via alla sua guerra partigiana contro i piemontesi. Nel giro di qualche settimana costituì una prima squadra formata esclusivamente da militari del disciolto Real Esercito.
Il 26 luglio 1861 si rifornì di armi e munizioni assaltando e facendo prigioniera l”intera guarnigione di Alberobello nonché i militari del presidio di Cellino. Il 28 luglio del 1861 con i suoi militi attaccò Gioia del Colle dove s”impegnò in una vera e propria battaglia, travolgendo le truppe del maggiore piemontese Francesco Calabrese, costringendole a ripiegare nel Borgo San Vito. Alla vista della fuga dei militi piemontesi si sollevò l”intera cittadina di ventimila abitanti. Nella confusione furono molti i Gioiesi che si unirono ai ribelli, tra essi Vito Romano di soli anni 17, fratello minore del Sergente.
Fu questa la prima vera e propria azione con la quale il Sergente Romano inaugurò la lunga serie di colpi contro le truppe piemontesi, la Guardia Nazionale e i nemici liberali, ma fu anche l”inizio delle vendette trasversali, da parte di questi ultimi, ai suoi amici ed alla sua famiglia che, subito dopo la ritirata da Gioia del Colle, venne colpita duramente. Ciò non fece altro che inasprire ulteriormente il suo risentimento infondendogli maggiore risolutezza e rabbia contro chi considerava senza mezzi termini: “usurpatori, invasori, senza Dio, oppressori del popolo”. Le azioni di guerra fulminee ed imprevedibili, la spietatezza e nel contempo la lealtà e l”alto senso dell”onore, la ferrea disciplina militare a cui erano sottoposti i suoi uomini, le motivazioni legittimiste e religiose che lo spingevano a lottare con coraggio e determinazione, l”assoluta fedeltà al suo sovrano Francesco II ed al Papa lo fecero diventare un mito: l”eroe che difendeva gli oppressi, la giusta rivalsa sui conquistatori, il partigiano imprendibile e coraggioso, il guerriero invincibile, la volpe dei monti e dei boschi, il “brigante” degno dell”ammirazione delle popolazioni meridionali. Effettivamente fu un grosso problema per carabinieri, esercito e guardia nazionale che a migliaia gli diedero la caccia giorno e notte, d”estate e d”inverno.
Mentre con veloci apparizioni distoglieva l”attenzione della truppa nemica colpendo nello stesso momento in località tra loro distanti, nel frattempo reperiva armamenti, munizioni e vettovagliamenti, reclutava uomini, stringeva accordi con altri guerriglieri, contattava sindaci e patrioti, pianificava colpi micidiali in tutta la regione. Qualche giorno dopo toccò alla strada fra Altamura e Toritto dove furono intercettati e colpiti il corriere postale e la scorta armata.
Tra maggio e luglio del 1862 il sergente Romano entrò più volte in Alberobello con la sua truppa, immobilizzando la guardia nazionale, rifornendosi di armi e munizioni, innalzando i vessilli borbonici e sparendo puntualmente nel nulla. Il 9 agosto 1862, dopo la solita scorribanda per Alberobello, assaltò la fattoria di un certo Vito Angelini accusandolo di essere il delatore che aveva permesso l”assassinio della sua fidanzata Lauretta d”Onghia. Dopo averlo “processato” lo fece fucilare sull”aia. Qualche giorno dopo il Romano, dopo essersi unito nel bosco Pianella con i capibanda Laveneziana e Trinchera, si accampò nel cuore della penisola Salentina da dove avrebbe potuto colpire con maggior sicurezza. I primi di ottobre dello stesso anno assaltò nuovamente il presidio di Cellino ma questa volta ne fucilò tutti i militi.
Il 24 ottobre 1862 verso le ore 12 la compagnia al completo puntò nuovamente sulla masseria Angelini, forse per completare la vendetta, quando gli si pararono davanti due squadre di guardia nazionale accompagnate da carabinieri a cavallo e comandate da due ufficiali anch”essi a cavallo. Lo scontro fu inevitabile e violentissimo. Accortasi chi aveva davanti, la guardia nazionale si disimpegnò scappando verso Cellino mentre i carabinieri cercarono di proteggerne in qualche modo la ritirata.
Dopo un accanito inseguimento vennero però raggiunti e sopraffatti: dodici di essi caddero prigionieri. Due vennero fucilati immediatamente, mentre gli altri furono liberati dopo aver subito il taglio dei lobi auricolari. Nel frattempo la masseria Angelini venne data alle fiamme. Il 21 novembre 1862 il Sergente Romano e la sua truppa entrarono trionfanti in Carovigno dove, dopo una travolgente scorribanda per le vie del paese, si concentrarono nella piazza principale per abbattere i simboli Sabaudi ed innalzare quelli Borbonici. Qui il Sergente Romano dall”alto di un balcone tenne un appassionato discorso alla folla in delirio, invitando tutti alla rivolta contro gl”invasori piemontesi ed i traditori liberali loro alleati. A questo punto il resto del paese scese tumultuante per le strade inneggiando a Francesco II, le case dei liberali vennero date alle fiamme, fu devastato il comune, distrutto il presidio militare, poi l”intera popolazione si portò in processione al santuario della Madonna del Belvedere per un solenne “Te Deum” di ringraziamento.
Lasciato Carovigno con l”aiuto di Cosimo Mazzei e la sua squadra che, rimasta di guardia nelle campagne circostanti si avventò con incredibile ardimento sui soldati piemontesi accorsi dai dintorni, il Romano ed i suoi uomini si diressero sicuri verso sud marciando tutta la notte per raggiungere la masseria Santoria nei pressi di Santa Susanna. Il massaro era un certo Giuseppe de Biase, liberale e consigliere comunale di Oria. Senza perder tempo si rifornirono di cibo e foraggio; presero come ostaggio il – de Biase, onde evitare delazioni da parte dei parenti, e ripartirono per raggiungere i vari centri abitati della zona dove contadini festosi li acclamarono quali liberatori. I loro spostamenti diventarono rapidissimi onde evitare prima il frontale e poi l”accerchiamento delle truppe piemontesi che con marce forzate, fin dal giorno precedente, cercavano di agganciare la formazione. Intuendo come le volpi il pericolo imminente, i guerriglieri si rifugiarono nel bosco di Avertrana dove uccisero l”ostaggio che aveva tentato di avvertire le truppe sabaude.
Ormai il sergente Romano era diventato un mito, la sua fama aveva raggiunto ogni angolo della regione tanto che poteva girare sicuro come un trionfatore, ma fu questa sicurezza che poi gli fu fatale. Disturbato dall”accresciuto numero di soldati piemontesi nella zona, verso la fine di Novembre decise di rientrare nel bosco Pianella marciando per chilometri attraverso campagne e paesi spavaldamente, in formazione militare, con in testa tanto di bandiera, tamburino e tromba. Ovunque lasciava simboli Borbonici, abbatteva linee telegrafiche, bruciava fattorie di liberali, rincorreva e colpiva squadriglie della guardia nazionale, bruciava archivi comunali. Il 1 Dicembre presso la fattoria Monaci, poco distante da Alberobello, l”intera armata dei ribelli era intenta a bivaccare tranquilla riposandosi dopo la lunga campagna effettuata nel sud della regione.
Ma il rientro in grande stile, ed il clamore delle gesta avevano fatto spostare in zona anche le truppe piemontesi che da mesi cercavano invano un vero e proprio scontro militare. Il sergente Romano non immaginando minimamente cosa si stava preparando di li a poco non si preoccupò di attivare spie e vedette, come era solito fare, consentendo così all”avanguardia della 16^ compagnia del 10° Reggimento di fanteria di scorgere il campo senza essere avvistata. Il capo pattuglia intuendo l”importanza della scoperta, senza esitare avverti il grosso della compagnia. Poco dopo l”intero reparto si scagliò sui guerriglieri sorprendendoli disarmati e nel sonno: fu una carneficina. Il Romano ed i suoi uomini cercarono di abbozzare una resistenza ma essendo la situazione estremamente critica l”unica via d”uscita restava il disimpegno veloce. Abbandonarono in fretta la zona perdendo il grosso degli uomini, dei cavalli e degli armamenti. Aiutati dalle tenebre e dalla perfetta conoscenza dei luoghi il Romano ed i suoi uomini riuscirono a riparare nel bosco Pianelle dove curarono i feriti, recuperarono gli sbandati e soprattutto si contarono.
Erano rimasti in 50, ma il Sergente non si scoraggiò per il duro colpo e subito dopo mandò in giro i suoi uomini a reclutare altre forze ed a metà dicembre riprese nuovamente le ostilità. Più velocità negli spostamenti e soprattutto più spietatezza negli scontri che dovevano essere esclusivamente agguati. Ormai li aveva tutti addosso, veniva
braccato senza tregua da migliaia di uomini, tra soldati, guardia nazionale e carabinieri. Le campagne di Alberobello, Fasano, Castellana, Putignano, Cisternino e Gioia del Colle, venivano percorse solo di notte o nei temporali, con assalti brevi ma incisivi alle masserie e solo a piccole squadriglie di carabinieri e guardia nazionale, evitando con rapidissime ritirate ed audacissimi aggiramenti le grosse formazioni piemontesi.
La notte di Natale tutta la compagnia la trascorse presso la masseria Antonio Surico, amico di famiglia del Romano, ma i carabinieri avendo sistemato lungo le vie di accesso alle massarie dei non liberali propri uomini con il compito di segnalare ogni spostamento sospetto, localizzarono i guerriglieri. L”area di azione ormai era stata individuata ed il Romano aveva perso un fattore fondamentale della sua guerra: la segretezza negli spostamenti. Il 30 Dicembre, mentre i Borbonici erano intenti a mangiare, gli piombò addosso una squadra di guardia nazionale comandata dal dott. Lino Romeo. La risposta però fu immediata ed addirittura la situazione si ribaltò a favore dei legittimisti quando improvvisamente arrivò un intero reparto di cavalleggeri di Saluzzo che, richiamato dagli spari, era accorso prontamente. Per il Romano e la sua squadra fu nuovamente sconfitta e l”unica via di salvezza fu la fuga precipitosa lasciando sul terreno morti, feriti, armi ed attrezzature. Per evitare un facile inseguimento, appena fuori la mischia, la truppa legittimista si divise in più squadriglie con la promessa di riunirsi in tempi migliori.
Quindi il grosso della compagnia mosse alla volta delle alture delle Murge, zona più sicura. Ma il Sergente non si fece attendere molto. Il 4 Gennaio lungo la strada che porta al Santuario del Melitto, nei pressi di Cassano, tese un”imboscata alla guardia nazionale di Altamura. Nello scontro furibondo che ne scaturò i militi fatti letteralmente a pezzi dai partigiani che si abbandonarono a violenze indescrivibili dettate da un odio e da un desiderio di rivalsa profondi ed incolmabili. Sapendo di avere addosso tutte le truppe della zona il Sergente, a notte fonda si sposto nel bosco di Vallata presso Gioia del Colle nello stesso posto da dove nel 1861 erano partite le sue prime incursioni. Ma anche questo suo spostamento fu intercettato e nel giro di qualche ora il bosco fu circondato da un intero reparto di cavallegeri di Saluzzo, comandato dal capitano Bolasco, e da un plotone di guardie nazionali accorse in forze da Gioia del Colle. Il Sergente Romano ed i suoi uomini sentendo i nemici addentrarsi nella fitta vegetazione da tutte le direzioni intuirono la grave situazione e aspettarono immobili nei loro nascondigli fino all”ultimo momento. Lo scontro a fuoco fu micidiale e, terminate le scariche di fucileria, seguì un furioso corpo a corpo all”arma bianca. Uno alla volta i Borbonici caddero sotto i colpi della soverchiante truppa nemica. Il Romano circondato dai militi piemontesi si battè con forza sovraumana fino a quando, coperto di sangue e ferito al grido di “Evviva ‘o Rre!”, cadde gloriosamente. Alla sua morte gli uomini smisero di combattere e si lasciarono arrestare. Il corpo del partigiano fu miseramente spogliato della divisa borbonica e, issato come una preda ad un palo sopra un carretto, fu portato a Gioia del Colle, in via della Candelora, sotto le finestre della sua abitazione dove rimase esposto per una settimana. Nonostante ciò la popolazione non volle credere alla morte del proprio eroe e continuò a raccontare le sue gesta, ad aspettare il suo ritorno, a sperare in un futuro di giustizia. Ma il Sergente Romano era effettivamente morto e con lui era finita la resistenza armata all”invasore piemontese in terra di Puglia.
fonte:
https://www.facebook.com/www.comitatiduesicilie.it/posts/497679790372777:0

domenica 7 dicembre 2014

Lo stemma delle Due Sicilie. Origini e Storia

Fonte:
L'Alfiere - Novembre 2004



Lo stemma delle Due Sicilie.

Origini e Storia

di SILVIO VITALE
Fig. 1 : Lo Stemma Normanno
Le origini: Normanni e Svevi

La prima dinastia che governò le Due Sicilie fu quella normanna degli Altavilla (1041 - 1194). Re Ruggiero, come riferisce Giovanni Antonio Summonte, "portò per insegna una duplicata banda, ripartita in cinque parti, cioè cinque rosse, e cinque d'argento, la qual cala dalla parte destra alla parte sinistra per traverso, posta in campo azzurro, come portarono tutti i Normanni suoi predecessori: le quali secondo la ragione della Blason dell'armi, così dicono i Tedeschi, come composte di due principali colori, e del metallo d'argento, non significano altro, che un animo invitto in acquistar dominio" [1] (FIG. I).
Dopo i Normanni, gli Svevi della famiglia Hohenstaufen (1194 - 1266) adottarono il simbolo dell'Aquila di nero, in campo d'argento per la dignità regia, e in campo d'oro per la dignità imperiale[2], riferibile quest'ultima ai soli Corrado VI e Federico II. Peraltro Federico, oltre che imperatore, fu anche re di Gerusalemme dal 1229 al 1244. Spetta a lui, dunque, anche lo scudo di Gerusalemme che descriveremo più avanti.
Mentre dell'insegna dei Normanni non v'è più traccia negli scudi che nel tempo furono rappresentativi delle Due Sicilie, l'Aquila sveva ebbe, come vedremo in seguito, sorte diversa.


Gli Angiò

Quando gli Angiò (1282 - 1496) s'impadronirono delle Due Sicilie scacciandone gli Svevi , conferirono al regno l'insegna del proprio casato, un tappeto di gigli d'oro[3] in campo azzurro, sormontato da un Rastrello rosso. Il citato Summonte spiega che l'adozione del Rastrello valse a differenziare il ramo cadetto di Carlo I d'Angiò e dei suoi successori da quello principale dei re di Francia.
Fig. 2: Lo Stemma Angioino

E smentisce che il primo re angioino abbia, come sosteneva una tradizione erudita, adottato il Rastrello con il motto NOXIAS HERBAS (=le cattive erbe) alludende alla rimozione della mala pianta del re Manfredi scacciato dal Regno[4]. Cade ugualmente la tradizione popolare secondo cui il Rastrello avrebbe simboleggiato l'estirpazione dei Musulmani dai territori conquistati.
Aggiunge il Summonte che Carlo, "poiché ottenne le ragioni del Regno di Gerusalemme accoppiò alle sue armi quelle di quel Regno, che è un H con un I in mezzo, fra quattro crocette piccole[5]' (FIG.II)
A questi due scudi gli Angiò aggiunsero , a partire da Carlo III detto di Durazzo, che fu incoronato re d'Ungheria nel 1385, il relativo scudo costituito da otto Fasce di rosso e d'argento.



Gli Aragonesi
Quando, nel 1282, a seguito dei Vespri Siciliani, Carlo d'Angiò fu scacciato dalla Sicilia, la corona dell'isola passò agli Aragonesi (1282 in Sicilia, 1442 a Napoli - 1496) e fu offerta a Pietro d'Aragona, sposo di Costanza di Svevia figlia di re Manfredi.
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[1] GIOVANNI ANTONIO SUMMONTE, Dell'Hìstoria di Napoli, Libro II, pag. 33. Nelle descrizioni araldiche, per destra e sinistra s'intendono quelle dello scudo, non il punto di vista di chi guarda.
[2] LUIGI BORGIA A. I. H., Lo Stemma del Regno delle Due Sicilie, Firenze, 2001, pagg. 12, 13.
[3] LORENZO CARATTI DI VALFREI. nel suo Dizionario di Araldica,  Mondatoli, Milano, 1997. a pag. 100, spiega che "II giglio araldi  co, a tre punte, è il più nobile tra tutti i fiori che si adoperano nel  blasone, ed è diverso da quello naturale Simboleggia la speranza,  l'attesa del bene, la purezza, il candore dell'animo, la chiara  fama, ecc". Il giglio araldico identificabile col Giglio di Francia  viene detto anche Fiordaliso.
[4] SUMMONTE, Op. cit., libro III, pag. 318.
[5] Ibidem. Il Summonte, in questo passo, spiega la vera origine dello scudo di Gerusalemme, che non è quello di una Croce centrale circondata da quattro croci più piccole (come si vede in tutti gli stemmi successivi del Regno), bensì quello dell'unione delle due lettere latine H e I, iniziali di Hierusalem.
Una curiosità: Se osserviamo uno stemma dei Savoia anteriore all'unificazione, vi notiamo la stessa Croce di Gerusalemme esistente nello stemma delle Due Sicilie. Quale la ragione? Quando Federico II perse il regno di Gerusalemme, ne conservò il titolo e così i suoi eredi. Il titolo passò in prosieguo ai Lusingano di Cipro, mentre gli Angiò lo rivendicavano per proprio conto. Nel 1458 Ludovico di Savoia sposò Carlona di Lusingano, ultima erede al trono di Gerusalemme, e da lei prese il nome di re. Da ciò l'inserimento della Croce nello stemma.

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Fig. 3: Lo Stemma Aragonese

La Sicilia rimase unita per alcuni anni alla corona aragonese e insegna comune dei due regni furono "oro e fiamme, cioè le bande vermiglie in campo d'oro"[6].
Nel 1296 Pietro divise i due regni tra i due suoi figli. Sicché "a Giacomo II toccò l'Aragona e a Federico II la Sicilia, Quest'ultimo "pose su un unico scudo, inquartato in croce di Sant'Andrea, le insegne araldiche paterne e materne, istituendo quell'arma che per secoli indicherà la terra siciliana[6]", ovvero inserì nei due angoli superiore e inferiore le bande vermiglie e d'oro e nei due angoli laterali le aquile nere in campo d'argento. Gli Aragonesi vollero così stabilire una legittimazione ereditaria dagli Svevi, che sarà seguita nel tempo da tutti i loro successori (FIG-III).
Una ulteriore prova di tanto è data da quanto avvenne alla cacciata degli Angiò anche dalla parte continentaledelle Due Sicilie nel 1443. L'aragonese Alfonso il Magnanimo fondò le proprie pretese sul Regno di Napoli non solo e non tanto sulla conquista militare, ma sull'assunto che, quale erede di Costanza di Svevia e quindi di re Manfredi, egli avesse titolo su entrambe le Sicilie, insulare e continentale[8]; inoltre sulla circostanza che la regina Giovanna d'Angiò Durazzo aveva posto il Regno sotto la protezione di lui e lo aveva irrevocabilmente adottato come figlio e successore al trono[9], nominandolo altresì duca di Calabria, "titolo proprio del principe ereditario della Corona napoletana[10]'.
Un riflesso di queste vicende, per cui gli Aragonesi che succedono nel regno agli Angiò rivendicano rispetto ad essi una continuità istituzionale, sta naturalmente anche nell'araldica. Gli Aragonesi, nel portare a Napoli le loro insegne a bande vermiglie e d'oro, le affiancano a quelle angioine ovvero al tappeto di Gigli d'oro in campo d'azzurro, alla Croce di Gerusalemme e alla stessa arma ungherese, solo quest'ultima destinata scomparire successivamente[11] (FIG. IV).
Possiamo concludere su questo punto che nella composizione delle insegne aragonesi e angioine risiede il nucleo primigenio dello stemma delle Due Sicilie. Esso tuttavia non esprime una realtà istituzionale unitaria, bensì due entità politiche diverse, Napoli e Sicilia, sebbene governate, salvo brevi parentesi, dagli stessi re; due entità destinate a rimanere distinte fino al 1816, quando, dopo il Congresso di Vienna, Ferdinando IV di Borbone, divenuto I, ne proclamerà l'unità politica e si dichiarerà non più Re delle Due Sicilie, ma Re del Regno delle Due Sicilie[12].

Avvento della Monarchia ispanica
Al periodo aragonese successe il più lungo e solido periodo spagnolo (1502 - 1707), che va da Ferdinando II d'Aragona, re di Spagna detto il Cattolico, all'imperatore Carlo V d'Asburgo, da Filippo II d'Asburgo a Filippo V d'Angiò, per citare i nomi più significativi dei monarchi succedutisi in quei secoli.
 Se con Alfonso il Magnanimo e Ferrante la dinastia aragonese aveva vissuto momenti di splendore e di forza, essa era andata poi infiacchendosi per l'insipienza dei successori[13].


Fig. 4: Lo Stemma Aragonese comprendente le insegne Angioine
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[6] SLIMMONTE. Op. cit., libro III. pag. 299.
[7] BORGIA A. I. H.. Op. cìt. pagg. 12. 13.
[8] ERNESTO PONTIERI. Alfonso il Magnanimo re di Napoli 1435 - 1458. E.S.I.. Napoli. 1975. pag. 14.
[9] PONTIERI. Op. cit.. pag. 22.
[10] PONTIERI. Op. cit.. pag. 24. La volubile Giovanna revocò più tardi l""ìrrevocabile" decisione.
[11] BORGIA A. I. H.. pag. 21. L'Autore precisa che l'interzato in palo d'Ungheria. d'Angiò e di Gerusalemme inserito nello stemma aragonese fu introdotto dal figlio naturale ed erede di Alfonso, Ferdinando I (o Ferrante).
[12] Legge fondamentale del regno dell" 8 dicembre 1816. Nella Collezoione delle Leggi e Decreti Reali, anno 1816, n. 76, n.565.
[13] Sull'affermazione e il declino della dinastìa aragonese V. FRANCISCO ELIAS DE TEJADA. Napoli spagnola. La tappa aragonese, (1442 - 1503). Ediz. Controcorrente. Napoli, 1999.



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Parallelamente in Spagna avevano avuto luogo eventi esaltanti. Le nozze tra Isabella di Castiglia e Ferdinando II d'Aragona, nel 1469, servirono a promuovere l'unificazione dei vecchi stati della penisola iberica. Nel 1492 essa venne completata con la conquista di Granada, finalmente liberata dalla dominazione musulmana. Nello stesso anno, in nome di quei re, Colombo raggiunse le Americhe. Nel 1502 , dopo che in un primo tempo il Regno di Napoli era stato spartito, tra Ferdinando il Cattolico e Luigi XII di Francia, le armi spagnole condotte da Gonsalvo di Cordova, il Gran Capitano, estesero la sovranità spagnola su tutte le Due Sicilie.
I nuovi eventi inaugurarono il primo stemma delle Spagne e quindi delle Due Sicilie. Questo vede inquartato nel primo e nell'ultimo punto le insegne di Castiglia (di rosso al Castello d'oro torricellato di tre pezzi e fincstrato d'azzurro) e di Leon (d'argento di Leone rosso coronato, lin-guellato e armato d'oro). Negli altri due punti le insegne già descritte di Aragona e di Aragona-Sicilia. Nella punta dello scudo l'insegna, anch'essa già descritta, di Granada.
Lo scudo, sormontato dalla corona reale e da un'aquila, reca su una lista spiegata ai due lati il motto TANTO MONTA (= fa lo stesso) allusivo all'uguaglianza tra i due re cattolici Ferdinando e Isabella. Alla base sono inoltre rappresentati il Giogo e le Frecce, allusivi alla cacciata dei musulmani dalla Spagna, simboli che saranno ripresi nel XX secolo dal regime franchista.
Non figurano più nello scudo l'insegna gigliata angioina, sebbene essa sia destinata, come vedremo, a rientrarvi trionfalmente, dopo alcuni secoli, nella sua elaborazione finale. Anche le insegne di Gerusalemme e d'Ungheria subiranno alterne vicende fino all'acquisizione definitiva dei soli primi due emblemi (FIG. V).


L'imperatore Carlo V
Alla morte di Ferdinando il Cattolico, a questi successe la figlia Giovanna III detta la Pazza, moglie dell'arciduca d'Austria Filippo il Bello. Da costoro Carlo, nelle cui mani, per l'infermità della madre e per la morte del padre, venne a concentrarsi un' incommensurabile eredità. Dal padre, arciduca d'Austria ereditò i domini borgognoni delle Fiandre, la Castiglia e le colonie americane; dal nonno materno Ferdinando l'Aragona e gli stati italiani di Napoli, Sicilia e Sardegna; infine, alla morte dell'imperatore Massimiliano, i domini della Casa d'Asburgo, tra cui l'Austria, la Stiria, la Corinzia, il Voralberg e il Tirolo. Nal 1519 viene eletto e nel 1520 incoronato imperatore[14].
In conseguenza lo stemma moltiplica i suoi scudi e si complica di elementi ornamentali riferibili alla carica imperiale e all'acquisita grande potenza spagnola. Nello stemma imperiale sono presenti: gli scudi già descritti di Castiglia, Leon, Aragona- Sicilia, Granada, Aragona. Gerusalemme e Ungheria; inoltre lo stemma d'Austria, quello di Borgogna, quello della seconda linea borgognona, quello di Brabante, quello di Limburgo e quello del Tirolo.
Fig. V: lo Stemma dei Re Cattolici









Dalle raffigurazioni del tempo rileviamo che lo scudo viene sorretto dall'Aquila bicipite sormontata dalla corona imperiale. Alla base due colonne sormontate, la prima a destra dalla corona imperiale, la seconda a sinistra da quella regia. Entrambe le colonne sono ravvolte in un'unica lista recante il motto PLUS ULTRA.(=PÌÙ in là). Le colonne sono allusive di quelle che Èrcole avrebbe poste ai due lati dello stretto di Gibilterra per ammonire i naviganti a non spingersi oltre. Dunque il motto fin allora era stato NON PLUS ULTRA (=Non più in là) Carlo V lo adottò sopprimendo il NON e capovolgendone il significato. Ciò "gli fu suggerito dal medico di corte, il milanese Luigi Merliano: l'imperatore così orgogliosamente ricordava come il proprio regno fosse tanto esteso da superare perfino i limiti tradizionali della terra[15]"   .
Per la prima volta lo scudo è cinto alla base da un collare, quello del Toson d'Oro. Il relativo Ordine, istituito nel 1730 dal duca di Borgogna Filippo il Buono di Valois, è stato ereditato da Carlo V tramite l'imperatore Massimiliano per il suo matrimonio con l'ultima erede dei Valois, Maria. Il Collare rappresenta degli "acciarini o focili concatenati tra loro ed intercalati da pietre focaie azzurre sprizzanti rosse fiamme", inusitato omaggio cavalieresco alle armi da fuoco, alla cui base pende il "Ve//o d'Oro, la leggendaria pelle di montone d'oro della quale il mito di Giasone ci narra". Il motto riferibile al collare è ANTE FERÌ QUAM FLAMMA MICET (^Ferisce prima
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[14] Sul periodo V. FRANCISCO ELÌAS DE TEJADA. Napoli spagnola. Le decadi imperiali (1503 - 1554), Ediz. Controcorrente. Napoli, 2002.
[15] RENZO TOSI, Dizionario delle sentenze latine e greche, Rizzoli. Milano, 1991. pag. 240. Si ricordi anche la frase attribuita a Carlo V: "Sui miei domini non tramonta mai il sole".

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Fig. VI: lo Stemma di Carlo V
che la fiamma splenda), mentre quello riferibile al pendente è AULTRE N'AURAY (=Non ne avrò un'altra)[16] (FIG. VI).


Filippo II

Nel 1556 Carlo d'Asburgo, al culmine della sua potenza, compì un atto solenne di abdicazione, rinunciando ai suoi vastissimi domini, e si ritirò nel monastero di San Giusto in Estremadura. Ripartì la successione tra il figlio Filippo e il fratello Ferdinando, assegnando al primo la Spagna, i possedimenti transoceanici, i domini italiani e i Paesi Bassi, al secondo i paesi tedeschi ereditari della casa d'Asburgo.
Ma l'investitura di Filippo (Secondo in quanto nipote di Filippo il Bello, arciduca d'Austria) era stata già preparata da Carlo nel corso dei tre lustri precedenti alla rinuncia. Infatti Filippo aveva già avuta la reggenza della Spagna, il giuramento di fedeltà dei paesi fiamminghi e della Navarra, l'investitura del ducato di Milano e, nel 1554, il governo del Regno di Napoli. Lo stemma di Filippo II segue le sorti della divisione dei domini di Carlo. Scompaiono l'Aquila bicipite e la Corona imperiale. Restano il Toson d'Oro e gli scudi rappresentativi dei suoi domini.
Questo stemma, nella versione della Collezione Borgia[17], è il più sobrio ed elegante tra quelli che si sono succeduti nella storia delle Spagne e pertanto anche delle Due Sicilie. Nei primi due quarti sono conservati gli scudi di Ferdinando il Cattolico e cioè:
• le Torri di Castiglia d'oro su fondo di rosso inquartato con i Leoni di Leon di rosso su fondo d'argento;
• i Pali di rosso e d'oro d'Aragona e quelli campati in Croce di Sant'Andrea con le due Aquile nere su fondo d'argento rappresentanti la Sicilia;
• con in punta ai due quarti la Mela granata su fondo d'argento:
Sul tutto dei due quarti lo scudo del Portogallo, eredità di Filippo dalla madre Isabella regina di quel regno, che è d'argento con cinque Scudetti d'azzurro posti in croce caricati ciascuno d'un bisante d'argento in Croce di Sant'Andrea, con la bordura di rosso caricata di sette Castelli di oro, posti tre nel capo, due ai lati e due inclinati a destra e a sinistra della punta.

Nei due quarti sottostanti figurano da destra a sinistra:
• casa d'Asburgo di rosso alla Fascia d'argento:
• Borgogna antica, Bande d'oro e d'azzurro, bordate di rosso;
• Borgogna moderna, Gigli d'oro in campo azzurro bordato d'argento e di rosso;
• Brabante, Leone d'oro in campo nero.
Sul tutto dei secondi due quarti: uno scudo spartito tra Fiandra, Leone di rosso in campo d'oro e Anversa, Aquila di rosso in campo d'argento (FIG- VII).

Lo stemma or ora descritto non subì variazioni eccetto che per lo scudo del Portogallo che ne fu rimosso a seguito della lunga lotta e dell'indipendenza conseguita dai portoghesi con la pace di Lisbona del 1668.


Fig. VII: lo Stemma di Filippo II
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[16] Una esauriente trattazione del tema è in MALACARNE GIANCARLO, // mito del Tosone. In Araldica gonzaghesca, II Bulino. Modena. 1992, pagg. 154 e segg. La leggenda vuole che Filippo il Buono, nel 1430. abbia creato l'Ordine, più che per l'occasione delle sue nozze con l'infanta Isabella . in ricordo della chioma dorata con riflessi rossastri di una sua amante.
Ma II Malacarne smentisce la diceria non suffragata da alcuna prova e si richiama alle finalità dell'Ordine: la difesa della Fede Cattolica e della Chiesa e la tranquillità e salvaguardia
[17] Napoli. Carte araldiche e genealogiche, I, 28. Riprodotta in BORGÌA, Op. cit., pag. 53.

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Fig. Vili: lo Stemma di Filippo V - Fig. IX: lo Stemma di Carlo VI

Ma, come vedremo, lo scudo del Portogallo è destinato a tornarvi per altra via.


Tra Filippo V e Carlo VI
Con la morte di Carlo II e l'estinzione del ramo Asburgo di Spagna, a questi successe Filippo duca d'Angiò, nipote di Luigi XIV, che assunse il nome di Filippo V e applicò sul tutto dello stemma ereditato quello proprio gentilizio, tre Gigli d'oro in posizione 2 - 1 in campo d'azzurro, bordato di rosso (FIG. Vili). Tale successione fu tuttavia rivendicata dall'imperatore Leopoldo I per il proprio figlio arciduca Carlo, quale erede del primo ramo di Casa d'Austria. Di qui la guerra di successione spagnola che, tra il 1707 e il 1734, vide l'occupazione austriaca di Napoli e l'assunzione al trono di Carlo divenuto VI imperatore. Peraltro, nel 1713, con la pace di Utrecht, la Sicilia fu staccata da Napoli e data a Vittorio Amedeo duca di Savoia, mentre fu di nuovo ricongiunta a Napoli nel 1720 in base a nuovi accordi internazionali, dandosi ai Savoia la Sardegna in cambio della Sicilia.
Durante il regno di Carlo VI il su tutto costituito dai tre Gigli fu sostituito col su tutto del rosso alla fascia d'argento della casa d'Austria e il resto dello scudo, come rileviamo dall'esame della monetazione dell'epoca, rimase immutato[18], salva l'inclusione d'Ungheria e Gerusalemme e l'esclusione di Fiandra e Anversa (FIG. IX).

Carlo di Borbone e il Regno indipendente
Nel 1734 Filippo V e la sua seconda moglie Elisabetta Farnese armarono un esercito ponendone al comando 1" ultimo loro figlio don Carlos. Questi battè a Velletri le truppe austriache, conquistò Napoli e, nello stesso anno, la Sicilia. Come è noto, Carlo, per destinazione paterna, si insediò come sovrano indipendente, VII del Regno anche se più tardi universalmente conosciuto come III di Spagna. Da allora le Due Sicilie rimasero staccate dalla Corona spagnola.
Lo stemma di Carlo è ovviamente lo stesso di quello del padre Filippo. Ma appaiono in esso alcune aggiunte destinate a rimanere incluse nello stemma definitivo delle Due Sicilie Quali i motivi? Carlo aveva assunto nel 1731 il
ducato di Parma ed era stato dichiarato da Giangastone, ultimo dei Medici, proprio successore col titolo di Gran Principe di Toscana[19]. Carlo trovò quindi naturale affiancare allo scudo dinastico familiare i due scudi di Parma e di Toscana19. Nel 1736 Carlo dovette rinunciare a Parma a seguito dell'occupazione austriaca del ducato e rinunciare alla successione toscana in favore di Francesco Stefano di Lorena, ma conservò la pretesa su quei territori. Quali dunque gli stemmi di Parma e di Toscana?

Lo stemma di Parma appariva interzato a palo, ovvero diviso verticalmente in tre parti. Nella prima in alto lo scudo dei Farnese d'oro dai Gigli d'azzurro posti 3 - 2 - 1, e in basso partito d'Austria e di Borgogna antica. Nella seconda il cosiddetto Palo della Chiesa di rosso alle Chiavi legate e passate in Croce di S. Andrea accollate del Gonfalone papale. Nella terza si ripetono in posizioni invertite gli scudi della prima. Sul tutto lo scudo del Portogallo. Seguendo le dotte informazioni del Borgia al quale si rimanda[20], apprendiamo che l'inclusione nello stemma del Palo della Chiesa fu dovuto alla nomina del duca di Parma da parte del papa Paolo III a Capitano generale della Chiesa e che il Palo ne fu poi escluso per intervenuti insanabili contrasti, mentre la pretensione sul Regno del Portogallo derivò inizialmente dal matrimonio contratto dal duca di Parma e Piacenza Alessandro con Maria del Portogallo nel 1565 e dalle controversie apertesi sulla successione a quel trono. Ecco come, unito da Carlo di Borbone lo stemma di Parma al proprio scudo, lo Stemma del Portogallo entrò di nuovo in quello delle Due Sicilie (FIG. X).


Fig. X: lo Stemma composito di Carlo di Borbone
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[18] Settecento napoletano. Sulle ali dell'aquila imperiale 1707 - 1734, Electa, Napoli, 1994, Monete e medaglie, pagg. 388 e segg.
[19] Riprodotto da O. NEUBECKER, Araldica, Origini, simbili e significato,
Milano, 1980, pag. 233, Stemma dell'infante Carlo di Borbone , gran principe di Toscana e duca di Parma, 1731 -1734, in BORGIA, Op. cit.. pag. 56.
[20] BORGIA A. I. H., Op. cit., pagg. 29 e segg.


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Lo_Stemma_di_Carlo_di_Borbone

Lo stemma di Toscana è d'oro a sei Palle collocate 1 - 2 -2 - 1, la prima d'azzurro ai tre Gigli d'oro posti 2 - 1, le altre di rosso. Ci si domanda che c'entrino i tre Gigli di Francia nello scudo toscano. E qui la nostra curiosità è appagata ancora dal Borgia che osserva come Pietro di Cosimo, padre del Magnifico, avendo in animo di nobilitare in qualche modo la propria insegna con una distinzione conferitagli da un personaggio di altissima autorità, si rivolse ed ottenne da Luigi XI di Valois di poter caricare le proprie armi con lo scudetto gigliato. Precisa il Borgia che allo scudetto fu sostituita la Palla per motivi estetici[21] (ancora FIG. X).
Alla base dello stemma Carlo conservò il Toson d'oro, non solo ma ad essi affiancò il Collare francese del Santo Spirito, del quale era insignito, e il Collare dell'Ordine Costantiniano di San Giorgio[22], facente parte dell'eredità farnesiana di Parma (FIG. XI).
A questi aggiunse, nel 1738, il collare dell'Ordine di San Gennaro, istituito in occasione del suo matrimonio con Maria Amalia di Sassonia.
Ferdinando IV, poi I
Nel 1759 Carlo, chiamato al trono di Spagna, abdicò in favore del figlio terzogenito Ferdinando, che prese il titolo di IV.
Con Ferdinando IV, altra variazione nello stemma: tornano in esso gli scudi d'Angiò e di Gerusalemme. In proposito, citando quanto rileva il già citato Luigi Borgia, va ricordato che "Da quando, nei primi anni del Cinquecento, il reame di Napoli perdette l'indipendenza, il suo territorio cominciò a essere araldicamente indicato con le antiche insegne angioine". Queste insegne furono abitualmente inserite con tale significato nelle Vedute della città di Napoli, a partire dall'epoca di Filippo IV fino a quella di Carlo VI, accanto allo stemma dinastico e a quello cittadino[23]
Lo_Stemma_di_Ferdinando_IV
Lo scudo di Gerusalemme, d'altro canto, non era stato del tutto dismesso. Quindi il ritorno nello stemma degli scudi angioini può ritenersi naturale.   '
Con Carlo di Borbone e Ferdinando IV era stata mantenuta, come era avvenuto durante la secolare storia delle Due Sicilie, la distinzione tra Regno di Napoli e Regno di Sicilia. Di ciò è testimonianza anche nello stemma che, se ovviamente è il medesimo per i due regni, presenta caratteristiche diverse nell'ornato: circondato da cornici barocche o foglie di palma per Napoli, sorretto da una grande Aquila coronata per la Sicilia (FIGG. XII e XIII).
Nel 1798 -1799 e tra il 1806 e il 1815 il Regno di Napoli fu prima teatro dell'invasione franco-giacobina poi dell'occupazione francese ed ebbe simboli ed emblemi rivoluzionari. Ferdinando VI, rifugiatosi in Sicilia, conservò quelli patii
Dopo il Congresso di Vienna (1814 - 1815) Ferdinando VI recuperò per intero la sua autorità col titolo di Ferdinando I: Egli infatti, secondo i deliberati di quel Congresso, avrebbe dovuto essere il primo del "Regno" delle Due Sici-le e non delle Due Sicilie. La Restaurazione segnò una sostanziale sterzata autoritaria e centralistica[24]. Con la Legge fondamentale del Regno delle Due Sicilie dell'8 dicembre 1816, Ferdinando I, dichiarò: "Il Congresso di Vienna nell'atto solenne a cui deve l'Europa il ristabilimento della giustizia e della pace, confermando la legittimità de ' diritti della nostra corona, ha riconosciuto Noi ed i nostri eredi e successori re del Regno delle Due Sicile; Ratificato un tale atto da tutte le Potenze, volendo Noi, per quanto ci riguarda, mandarlo pienamente ad effetto, abbiamo determinato di ordinare e costituire per legge stabile e perpetua de' nostri Stati le disposizioni seguenti: Art.l. Tutti i nostri reali
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[21] BORGIA A. I. H., Op. cit.. pagg. 36 e segg.
[22] Sull'Ordine Costantiniano si veda il saggio di ETTORE GALLO, // Gran Magistero del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio, Ed. Il Minotauro, Roma, 2002.
[23] BORGIA A. I. H., Op. cit., pag. 21; La Città di Napoli tra Vedutismo e Cartografia, Piante e Vedute dal XV al XIX secolo a cura di GIULIO PANE e VLADIMIRO VALERIO. Grimaldi e C.
editori, Napoli, 1988. V. in particolare, alle pagg. 148-149, la tavola di B. Stopendaal, Amsterdam 1653, Napoli. Collez. Grimaldi.
[24] II tema è stato trattato ampiamente nell' XI Convegno Tradizionalista della Fedelissima Città di Gaeta il 15 e 16 febbraio 2003. I relativi Atti sono in SILVIO VITALE, PAOLO PASTORI, NICOLA DEL CORNO, ALDO SERVIDIO, GIUSEPPE CATENACCI, Le Due Sicilie nella Restaurazione, Controcorrente, Napoli, 2004.



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Lo_Stemma_di_Ferdinando_IV_Sicilia

domini al di qua e al di là del Faro costituiscono il Regno delle Due Sicilie. Art.2. Il titolo che Noi assumiamo fin dal momento della pubblicazione della presente legge, è il seguente: FERDINANDO I, PER LA GRAZIA DI DIO RE DEL REGNO DELLE DUE SICILIE, DI GERUSALEMME EC. INFANTE DI SPAGNA, DUCA DI PARMA, PIACENZA, CASTRO[25], EC. EC. GRAN PRINCIPE EREDITARIO DI TOSCANA EC. EC. EC. EC.
La legge proseguiva disciplinando l'intestazione degli atti, le rappresentanze diplomatiche, la successione al trono secondo le leggi promulgate da Carlo III e la costituzione di una Cancelleria generale del Regno[26].
Col successivo Atto sovrano del 4 gennaio 1817 disciplinante i titoli relativi ai componenti la famiglia reale, il Re trovò modo di ribadire il suo pensiero richiamandosi con dubbia pertinenza all'esempio del fondatore della monar-chia Ruggero e affermando che "l'ordine ristabilito" aveva mosso l'animo suo a "ricomporla in un unico Stato, onde l'unione delle forze e l'uniformità di governo" avessero potuto produrre "la felicità vicendevole di tutte le parti"[27]
La riduzione ad unità e più in generale la politica della Restaurazione furono accolte favorevolmente dai ceti che avevano aderito e si erano arricchiti nel regime dei Napo-leonidi, fu subita senza entusiasmo dalla generalità dei sudditi e con disappunto dai siciliani, mentre gli intellettuali legittimisti manifestarono in vario modo la loro contrarietà[28].
Con decreto del 21 dicembre 1816 provvide alla definizione dello Stemma che sopravvive fino ai nostri giorni[29] (FIGG.XIV e XV).
E' quello che abbiamo visto comporsi a mano a mano dai primi scudi angioini e aragonesi. Ad esso si aggregano di seguito gli scudi dei Re Cattolici, quelli imperiali e reali di Casa d'Austria, lo scudo borbonico di Filippo V, infine quello di Carlo di Borbone che reca affiancati gli scudi dei Farnese e dei Medici. Alla base il Toson d'Oro. Ma Carlo di Borbone vi ha aggiunti gli Ordini dello Spirito Santo di cui è insignito e il Costantiniano di cui è Gran Maestro nonché quello di S. Gennaro da lui istituito. Ferdinando IV, nel riordinare lo stemma ne aggiunge un quinto, quello della Concezione, istituito dal padre fin dal 1771 in Spagna con il motto VIRTUTI ET MERITO (= Alla virtù e al merito), e un altro di propria invenzione, l'Ordine di San Ferdinando e del Merito, istituito anch'esso in epoca anteriore, nel 1800, col motto FIDEI ET MERITO (= Alla fedeltà e al merito) per premiare coloro che si fossero distinti per straordinari meriti militari o servigi in favore del Re o della Real Famiglia[30].
Conclusione
Concludendo possiamo affermare che l'immagine è testimonianza di una storia non provinciale, ma europea, mediterranea e ultraoceanica, legata dapprima, con gli Svevi ai destini dell'impero e di Gerusalemme, con gli Angiò ancora alle vicende di Gerusalemme e dell'Ungheria, poi, con gli Aragonesi, a quelle della Catalogna; con i Re Cattolici alla Riconquista, con Carlo V e Filippo II alla dura lotta in difesa del Cattolicesimo contro i musulmani e, in tutti i campi d'Europa e d'America, contro i protestanti. Questa storia, con gli ultimi Borbone, è la vicenda di un regno indipendente, pacifico e civile, che, pur tra mille insidie e tradimenti, prende il suo posto di lotta contro la sovversione generale e si schiera a difesa, soffocato però da un'Europa che ha smarrito, tra rivoluzioni e tirannidi, ogni regola di diritto delle genti.
Anche col suo Stemma sulla candida bandiera trasmette un'idea di incontaminata dignità[31]
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[25] Di Castro e del relativo ducato vale la pena di spender qualche parola. La città , situata nella vallata del torrente Olpeta al confine tra il Lazio e la Toscana fu tra il '500 e il '600 feudo dei duchi di Parma, ma.oggetto di aspre contese e guerre con lo stato pontificio, fu alla fine rasa al suolo per ordine di papa Innocenzo X. I Farnese continuarono a rivendicarne la titolarità e da essi i sovrani delle Due Sicilie.
[26] In Collezione delle Leggi e Decreti reali, Anno 1816, n. 76, n. 565.
[27] In Collezione delle Leggi e Decreti reali, Anno 1817, n. 81. n. 594.
[28] SILVIO VITALE, / controrivoluzionari. In La Rivoluzione italiana. Storia critica del Risorgimento a cura di Massimo Viglione, Ed. Il Minotauro, Roma, 2001, pagg. 195 e segg.
[29] In disegno originale si trova riprodotto in Archivio dì Stato di Napoli, Archivio Borbone, Inventario sommario. Voi. I, Roma, 1961, Tavola I.
[30] Va osservato che, a parte i Collari presenti alla base dello Stem  ma, vanno annoverati, tra gli Ordini cavaliereschi delle Due  Sicilie, anche il Real Ordine Militare di San Giorgio della Riu  nione, recante il motto IN HOC SIGNO VINCES (= con questo segno  vincerai), creato nel 1819 da Ferdinando I per celebrare la riu  nione dei domini posti al di qua e al di là del Faro e premiare  unicamente il valore militare, e il Real Ordine di Francesco I,  recante il motto DE REGE OPTIME MERITO (= Da parte del Re al  merito in grado superlativo), creato da Francesco I nel 1829 per  ricompensare il merito civile dei sudditi distintisi nell'esercizio  di funzioni pubbliche e attività produttive. V. Gli Ordini Cavallereschi 
della Real Casa delle Due Sicilie, Roma, Segreteria della Real Casa, 2004.
[31] Con l'unificazione nazionale la furia iconoclasta del nuovo regime si abbattè su tutto quanto costituisse testimonianza dei Borbone, ivi naturalmente compresi i loro stemmi, che furono scalpellati e divelti dagli edifici pubblici. Solo nella seconda metà del secolo scorso, ad iniziativa di sovrintendenti, sindaci e privati cittadini, si è recuperato e messo in onore qualche reperto dell'antica dinastia.
Nel 1980, nell'ambito di una rivalutazione complessiva del periodo borbonico (V. RAFFAELLO CAUSA, Applausi per i Borbone del Settecento. Ne Le Stagioni della Campania, SEN, Napoli, 1983), si procedette anche al restauro del più antico teatro del mondo, il San Carlo di Napoli, costruito nel 1737, 41 anni prima della Scala (V. FRANCESCO CANESSA, Gli Splendori del San Carlo. Ne Le Stagioni della Campania, SN, Napoli, 1984).
Sul maestoso arco scenico comparvero allora, nell'emblema che si trova al centro, alcune crepe al dipinto della Croce dei Savoia Al di sotto fu intravisto intatto lo stemma borbonico. La sovrintendenza decise di riportare completamente in luce l'antico stemma, che ora trionfa al centro dell'arco. I restauratori non si accorsero prò che lo stemma era circondato dal Collare della Santissima Annunziata, famosa onorificenza savoiarda che lasciarono intatta. Quel collare, del tutto estraneo alle Due Sicilie, per una negligenza forse involontaria, sembra simboleggiare il cappio che, con la forzata unificazione, fu messo al collo di un popolo sopraffatto.

venerdì 5 dicembre 2014

8 DICEMBRE IMMACOLATA CONCEZIONE

REGNO delle DUE SICILIE
8 DICEMBRE
IMMACOLATA CONCEZIONE
PATRONA del REGNO delle DUE SICILIE 
 

Qui si ritrae la cerimonia ufficiale della posa della prima pietra della Chiesa dedicata alla Santissima Immacolata al Campo di Marte, la odierna Capodichino.
La chiesa fu voluta per volontà del Sovrano Ferdinando II che proprio li fu aggredito da un anarchico il giorno del 8 dicembre 1856 .
Fu spontaneo per i credenti ritenere che fu la mano della Invitta Immacolata a salvare Sua Maestà dal vile assalitore proprio nel 8 dicembre, giorno della sua ricorrenza.
Campo di Marte è un'area pianeggiante, confinante con i Casali di San Pietro a Patierno e Secondigliano.
Al Campo di Marte si solevano organizzare nei secoli scorsi parate militari e corse di cavalli, soprattutto nel corso del 1800.
Nel 1856 Sua Maestà il Re Ferdinando II scampò ( miracolosamente) a un attentato compiuto ad opera di un soldato anarchico sovversivo.
Era l'8 dicembre 1856, giorno dedicato all'Immacolata Concezione (la festa fu solennizzata due anni addietro da papa Pio IX, l'8 dicembre 1854, con la proclamazione del Dogma dell'Immacolata), quando il Re decise di partecipare, come era suo solito fare, alle manovre militari che si tenevano periodicamente in questo ampio campo, attrezzato per le parate militari.
Sovente era lo stesso sovrano a comandare le truppe, considerando queste esercitazioni come delle vere eproprie operazioni militari.
Nel corso della sfilata delle truppe,che seguì la fine delle esercitazioni, un soldato di leva appena arruolato nelle truppe borboniche, di nome Milano, ruppe le righe e attentò alla vita del Sovrano, che in quel momento si trovava a cavallo, sferrando un colpo di baionetta.
Fu un ufficiale della Guardia Reale, di nome Francesco La Tour, che come un lampo riuscì a disarmare l'attentatore, rendendolo inoffensivo ed evitando danni sicuramente ben più gravi per il sovrano.
Il soldato fu subito arrestato e condotto in carcere. Il Re se la cavò con una ferita al fianco ed ebbe la forza dicontinuare la parata, incurante delle possibili conseguenze alla sua salute come se nulla fosse accaduto.
Al termine del cerimoniale fece ritorno al palazzo reale, dove fu assistito e curato.
Cinque giorni dopo l'attentato, il 13 dicembre, il vile attentatore fu frettolosamente quanto misteriosamente condannato a morte e la sentenza fu subito eseguita per impiccagione nel largo fuori Porta Capuana.
Questa fretta nel eliminare il colpevole lascia supporre la intenzione di non far emergere una molto probabile rete di complicità e complotti rimasti tutt'ora oscuri.
Alcuni episodi concomitanti, che si verificarono in quel giorno, furono ritenuti soprannaturali e interpretati dal popolino come premonitori dell'attentato... Infatti pare che nella mattina dell’attentato, un tal frate di sant’Antimo, di nome fra Luigi, sostando in preghiera davanti all'altare della Madonna, ebbe una visione della Vergine che gli presagiva l'attentato al sovrano. Riferì tutto al suo frate guardiano,chiedendo di avvisare a sua volta la gendarmeria di palazzo reale e di far sapere al Re di non andare al Campo, perché la sua vita era in grave pericolo. Il frate guardiano, che si chiamava fra Angelo di Napoli, si recò subito a palazzo reale e ottenne l'udienza reale.
Ferdinando II non volle ascoltare minimamente le parole del frate, che lo scongiuravano a recarsi alla prevista parata.
Confermò quindi la sua presenza alla cerimonia militare, anche se la segnalazione lo aiutò a restare vigile durante lo svolgersi della parata; infatti ebbe un guizzo che lo aiutò a schivare i colpi dell'attentatore.
Dopo lo scampato pericolo, il Re decise di far innalzare una chiesa in quel luogo, dedicandola in ringraziamento alla Madonna Immacolata, verso la quale si mostrò grato per la grazia ricevuta.
Dal canto suo, il vile attentatore divenne un eroe acclamato durante la conquista garibaldina. Alla madre fu riconosciuto un vitalizio dagli invasori mercenari e sardi.
Il 13 luglio 1857 l'Arcivescovo di Napoli, il card. Sisto Riario Sforza, benedisse e posò la prima pietra della costruenda chiesa, con il titolo dato di "Vergine Santissima Immacolata".
L'evento fu immortalato dal celebre pittore di casa reale, Salvatore Fergola, in un bel quadro oggi conservato nel museo di San Martino.
La facciata del tempio si compone di due ordini di lesene, realizzate in stucco, sormontate da un grande timpano triangolare, dentro il quale è stato poi riportato un bassorilievo in stucco raffigurante l'Immacolata, mentre, in due nicchie laterali, sono state sistemate le statue in gesso di S. Pietro e S. Paolo.
Sopra il portale d'ingresso, si legge la seguente iscrizione di dedica fatta scrivere in ex voto da Ferdinando II:"IMMACULATAE DEIPARAE VIRGINI DICATUM". La chiesa unizialmente fu chiamata anche della "Glorietta al Campo di Marte".
Purtroppo la costruzione della chiesa subì diverse sospensioni e ritardi nel completamento, a causa della conquista del Regno da parte dei Savoia .
La chiesa fu completata nel 1863, anche se con forme non rispettose delle linee progettuali iniziali. La stessa facciata è stata nel corso del tempo affiancata da alcuni edifici di civili abitazioni, che l'hanno privata della visione integrale del suo bel campanile posteriore. Nel 1945, e ancora nei decenni seguenti, la chiesa ha subito importanti interventi per ampliamenti e restauri.
Furono in particolare realizzate le cappelle laterali.
Nella chiesa sono conservate diverse statue antiche di santi, in particolare una statua lignea di san Michele Arcangelo del '700, proveniente dalla chiesetta omonima degli Edbomandari, distrutta per realizzare la Salita di Capodichino e la statua dell'Immacolata Concezione, opera di Francesco Caputo.
 Regno di Napoli e delle Due Sicilie

mercoledì 3 dicembre 2014

la verità sulla spigolatrice di Sapri



Eran 300, eran delinquenti e sono morti

Conosciamo tutti la storia di Carlo Pisacane che, partito da Genova con 26 uomini, raggiunse prima la colonia penale di Ponza per imbarcare 323 galeotti e, quindi, proseguire per Sapri dove, scontratosi più volte con la popolazione, fallì nel suo intento di innescare la rivoluzione nel sud Italia.

Altrettanto conosciamo la famosa “Spigolatrice di Sapri”, patetica poesia di Luigi Mercantini che, insieme alla storiografia ufficiale, contribuì ad infondere alla piratesca impresa un alone di misticismo teso a sfruttare, per fini risorgimentali liberal-monarchici, tra l’altro ben lontani dalle teorie politiche del Pisacane, il fallimento della spedizione.

La spigolatrice di Sapri, Luigi Mercantini
"Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!". È il celeberrimo ritornello di quella che, probabilmente, è una delle più conosciute poesie risorgimentali, La spigolatrice di Sapri, composta da Luigi Mercantini in memoria dell'impresa tentata da Carlo Pisacane nel 1857.
1 Il re e i ministri a Palazzo Madama dopo l'apertura del Parlamento Subalpino - Torino - Museo Civico d'Arte Antica e Palazzo Madama


    La spigolatrice di Sapri, Luigi Mercantini
Si chiamava Rosa Ferretti la spigolatrice di Sapri. Fu ammazzata dalla banda criminale di Carlo Pisacane, ossia ERGASTOLANI condannati per crimini comuni. Erano 450 assassini e ammazarono molti contadini mentre spigolavano il grano, tra i quali Rosa Ferretti.Mercantini fece la sua fortuna con quella poesia, infangando la storia.

La fortuna dell'opera – giudizio che peraltro si può estendere all'intera produzione di Mercantini – non riposa certo nella sua alta qualità lirica, ma nella capacità dell'autore di suscitare passioni patriottiche e di celebrare l'eroismo dei martiri della causa nazionale.

Mercantini, che annoverò tra i suoi estimatori personaggi del calibro di Giovanni Pascoli, fu anche l'autore di un altro celebre testo del periodo risorgimentale: la Canzone italiana, meglio nota come Inno di Garibaldi (per poter ascoltare l'inno, clicca qui), musicata da Alessio Olivieri.

Ed ecco invece il testo integrale de La spigolatrice di Sapri.

Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!/

Me ne andavo al mattino a spigolare,/ quando ho visto una barca in mezzo al mare:/
era una barca che andava a vapore;/ e alzava una bandiera tricolore;/
all'isola di Ponza s'è fermata,/ è stata un poco e poi si è ritornata;/
s'è ritornata ed è venuta a terra;/ sceser con l'armi, e a noi non fecer guerra./

Sceser con l'armi, e a noi non fecer guerra,/ ma s'inchinaron per baciar la terra,/
ad uno ad uno li guardai nel viso;/ tutti aveano una lagrima e un sorriso./
Li disser ladri usciti dalle tane,/ ma non portaron via nemmeno un pane;/
e li sentii mandare un solo grido:/ «Siam venuti a morir pel nostro lido»./

Con gli occhi azzurri e coi capelli d'oro/ un giovin camminava innanzi a loro./
Mi feci ardita, e, presol per la mano,/ gli chiesi: «Dove vai, bel capitano?»/
Guardommi e mi rispose: «O mia sorella,/ vado a morir per la mia patria bella»./
Io mi sentii tremare tutto il core,/ né potei dirgli: «V'aiuti 'l Signore!»/

Quel giorno mi scordai di spigolare,/ e dietro a loro mi misi ad andare./
Due volte si scontrar con li gendarmi,/ e l'una e l'altra li spogliar dell'armi;/
ma quando fur della Certosa ai muri,/ s'udirono a suonar trombe e tamburi;/
e tra 'l fumo e gli spari e le scintille/ piombaro loro addosso più di mille./

Eran trecento, e non voller fuggire;/ parean tremila e vollero morire;/
ma vollero morir col ferro in mano,/ e avanti a lor correa sangue il piano:/
fin che pugnar vid'io per lor pregai;/ ma un tratto venni men, né più guardai;/
io non vedeva più fra mezzo a loro/ quegli occhi azzurri e quei capelli d'oro./

Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!/


150^ anniversario della fine della spedizione di Sapri con la morte del suo capo Carlo Pisacane.

Nella zona dello sbarco è stato indetto un megaconvegno di tre giorni con contorno di spettacoli vari per celebrare quell’evento. Il fiume di denaro pubblico elargito dalle istituzioni mostra subito il suo punto dolente nel non essere stato speso in maniera  imparziale. Infatti, come al solito, gli argomenti sono quelli stantii del periodo postunitario senza ascoltare anche l’opinione dei vinti del risorgimento, in linea con le più moderne ricerche storiografiche.

Ecco il faraonico ma vuoto programma per esaltare il traditore napoletano:

In collaborazione con

I mass media avrebbero il dovere di divulgare la vera essenza di Pisacane oltre che le sue farneticazioni demagogiche, perché i fatti valgono sempre più delle parole.

Ecco chi era Carlo Pisacane:

a 21 anni ufficiale borbonico alla Nunziatella;

a 25 condannato a Civitella per un adulterio finito nel sangue;

a 28 fuggiasco da Napoli come disertore con una donna sposata e i soldi di suo marito;

a 29 arruolato nella Legione Straniera per colonizzare gli Algerini;

a 31 ingaggiato dalla repubblica Romana e combattente contro i Napoletani a Velletri;

a 39 irretito dal Gran Maestro Mazzini per portare la rivoluzione a Sapri.

Il  popolo di allora, di cui si riempiva la bocca, sventò il suo conato rivoluzionario nel Cilento e gli impose una misera fine; il popolo di oggi lo ignora, anche se deve subire sulla propria pelle le conseguenze degli altri come lui: emigrazione, questione meridionale, cancellazione memoria storica…
PISACANE A PONZA, UCCISE SENZA PIETA’

UNA TRISTE STORIA DA NON DIMENTICARE
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Coloro che alimentano la retorica risorgimentale, si concentrano esclusivamente sulle date degli avvenimenti che anno per anno si avvicendano in un accavallarsi di eventi e di iniziative poco partecipate, poco capite, ma estremamente remunerative per organizzatori ed organizzati.
E’ proprio di questi mesi il gran da farsi per celebrare, commemorare, ricordare, esaltare improbabili eroi impegnati in partenze, sbarchi, vessilli al vento, canti, balli e colori di una storia tutta da riscrivere. Nuovi eventi che lasciano alle spalle eventi ormai abbondantemente “sfruttati”.
Come si ricorderà nel 2007 fu celebrato in pompa magna il “mitico” disertore e traditore tradito nonché disperato Carlo Pisacane. Anche in quell’occasione numerosi e costosi furono gli eventi organizzati, tutti rigorosamente di parte, dove la voce di chi dissentiva, nonostante brandisse documenti e prove inoppugnabili, venne sistematicamente ignorata e soffocata dai soliti giornalisti “ciucci e venduti”.
Ora che il 2007 è ben lontano, senza tregua e ne date continuiamo a ricordare, ad impegnarci nella ricerca e nella diffusione della verità commemorando i veri eroi che caddero in difesa della vera Patria e del Popolo.
Infatti a Ponza, dove le conseguenze di una rivolta senza senso innescata in modo criminale, aprendo le galere dei peggiori delinquenti ed assassini, nonostante il vento della retorica sia gia transitato, proprio in questi giorni si sono ricordati nuovamente quegli eventi luttuosi, scoprendo un lapide che ricorda uno di quei giovani eroi, Cesare Balsamo che per aver osato contrapporsi con coraggio e sprezzo del pericolo a quell’accozzaglia di sanguinari delinquenti guidata da Carlo Pisacane, fu trucidato senza pietà.
Dopo tre anni di continue pressioni, con l’intervento supremo di chi ha deciso che è ora di porre termine alla stagione delle menzogne, a Ponza finalmente è stata resa giustizia e soddisfatta la verità.
Un plauso all’assessore del Comune di Ponza Mario Aversano che ha concesso l’installazione della lapide commemorativa, ma soprattutto un sentito grazie ai compatrioti e colleghi del Movimento che sono stati i testardi promotori ed i generosi sovvenzionatori dell’iniziativa: gli amici fraterni Franco Schiano ed Armando Raponi.
Inoltre un sentito grazie anche agli amici e compatrioti di sempre Alfredo Scotti e Alessandro Bonifacio che hanno dato la propria autorevole disponibilità alla riuscita della non facile impresa.
Adesso anche un eroe borbonico ha un nome ed una tomba di tutto onore presso la quale deporre un fiore.

ALL’ISOLA DI PONZA SI E’ FERMATA
La vera storia di Carlo Pisacane
che i libri di scuola non hanno mai voluto raccontare.

di Alessandro Romano

Conosciamo tutti la storia di Carlo Pisacane che, partito da Genova con 26 uomini, raggiunse prima la colonia penale di Ponza per imbarcare 323 galeotti e, quindi, proseguire per Sapri dove, scontratosi più volte con la popolazione, fallì nel suo intento di innescare la rivoluzione nel sud Italia.
Altrettanto conosciamo la famosa “Spigolatrice di Sapri”, patetica poesia di Luigi Mercantini che, insieme alla storiografia ufficiale, contribuì ad infondere alla piratesca impresa un alone di misticismo teso a sfruttare, per fini risorgimentali liberal-monarchici, tra l’altro ben lontani dalle teorie politiche del Pisacane, il fallimento della spedizione.
Al di là delle controversie ideologiche che sono tuttora oggetto di accesi dibattiti, appare invece interessante soffermarsi su un aspetto trascurato ma sicuramente importante dell’intera impresa: lo sbarco a Ponza.
Negli stessi versi del Mercantini troviamo che la nave a vapore “all’isola di Ponza si è fermata, è stata un poco poi è ritornata”. Cosa esattamente accadde nell’Isola in quel “poco” né il poeta né la storiografia ufficiale lo dicono.
Invece un’analisi dei fatti isolani risulta fondamentale per comprendere i veri motivi del fallimento politico e “militare” della “storica spedizione” e le reali cause della reazione violenta delle popolazioni meridionali contro chi andava “... a morir per la Patria bella”.
Il 27 giugno del 1857 a Ponza vi era una gran calura, il mare era calmo e nel cielo splendeva un sole estivo senza precedenti. Alle ore 15 tutta l’isola era impegnata nella quotidiana siesta: i Ponzesi, i detenuti del bagno penale, i militari addetti alla loro sorveglianza, i relegati in semilibertà: tutti dormivano.
Nella rada del porto, di fronte alla batteria “Lanternino”, apparve ed accostò lentamente una enorme e bella nave a vapore dal nome in oro: “Cagliari”. Non issava la bandiera tricolore, come dice il Mercantini, bensì la “bandiera rossa” di avaria alle macchine. Stancamente dal porto mosse una lancia che accostò all’inconsueta nave per parlamentare ed offrire assistenza secondo le regole marinare. Quella dell’avaria fu solo uno stratagemma per prendere degli ostaggi. E funzionò. Il Pisacane, accompagnato dai compagni armati di fucili e pistole, sbarcò con la stessa lancia aggredendo la guarnigione portuale ed intimando la resa, pena la morte degli ostaggi trattenuti sulla nave. Nonostante le minacce, alcuni militari del presidio reagirono prima di arrendersi generando un vivace conflitto a fuoco che causò morti e feriti. Gli echi dello scontro ruppero il silenzio pomeridiano e la gente, destata di soprassalto, raggiunse incuriosita le finestre, i balconi ed i tetti per osservare cosa stesse accadendo al porto. Il gran trambusto, gli spari, il fermento di uomini, divise e bandiere mai viste prima di allora fecero emergere nella mente dei Ponzesi un ricordo antico e tremendo: i pirati. Terrorizzati, cominciò un fuggi fuggi generale in un crescente panico che, in breve, fece perdere la calma anche a chi non sapeva cosa stesse esattamente accadendo. Isolani, militari e relegati in regime di semilibertà scappavano per ogni dove a cercare un nascondiglio sicuro. Mentre il Pisacane raggiungeva il quartier generale presso la Torre di Ponza, ponendolo in assedio ed intimandone la resa, i suoi compagni, Giovanni Battista Falcone e Giovanni Nicotera, issarono una bandiera rossa nella piazza principale e quindi, a gran voce, cominciarono a dar spiegazioni di quanto stava accadendo. Ripresosi dallo spavento si affacciarono timidamente dapprima i relegati in semilibertà e quindi i residenti che, comunque diffidenti, si mantennero a distanza di sicurezza.
Ma quelle teorie politiche così lontane dalla realtà del popolo non attecchirono anzi causarono sgomento e maggior timore. Addirittura reazione quando il Falcone, con dire sicuro e sprezzante, inveì contro la religione, il re e le terre demaniali. I Ponzesi solo sette giorni prima avevano celebrato solennemente il Santo Patrono Silverio e le parole dissacranti del Falcone non piacquero affatto. Inoltre a Ponza, così come in tutte le regioni del sud, i contadini coltivavano le terre demaniali quali usi civici loro assegnati gratuitamente come beni provenienti dallo smantellamento graduale degli antichi feudi. Essi sfruttavano terreni dello stato in “enfiteusi perenne” tuttavia senza divenirne mai veri proprietari. Una specie di “sistema comunista” ante litteram. Sconvolgere quel delicato equilibrio, che comunque assicurava la vita, la pace e la giustizia sociale, spaventò i Ponzesi ancor più dei pirati tanto che, alla chetichella, lasciarono il luogo della riunione per vedere il da farsi. Intanto i rivoluzionari infervorati dai loro stessi discorsi parlavano di repubblica e di fantomatiche rivolte a Napoli, Roma, Genova, Livorno e Reggio Calabria ed alcuni militi della “compagnia disciplina” relegati a Ponza sembravano dar credito a quelle parole. Ma ciò non bastava a Pisacane: egli aveva bisogno di far scattare sul serio la scintilla della rivolta generale, non limitarsi a fare un comizio in quella semideserta ed ambigua piazza isolana. Avrebbe voluto cominciare proprio da Ponza la sua rivoluzione coinvolgendo la popolazione di quella sperduta isola, estremo confine dello Stato Napoletano, per poi sbarcare lungo le coste e propagare i moti. Pisacane ben presto si rese conto però che nonostante i suoi incitamenti proprio la popolazione non c’era. Ignorando i veri motivi di quella defezione, pensò di riuscire a coinvolgere tutti con l’azione e l’esempio innescando lui stesso la scintilla della rivolta. Per rendere la cosa più coinvolgente la scintilla la fece partire proprio da dove si governava la popolazione: gli uffici del Comune. Qui Giovanni Nicotera, futuro Ministro dell’Interno dello Stato Unitario, dopo essersi impossessato della cassa del Comune appiccò il fuoco agli archivi ed all’antica biblioteca dei monaci Cistercensi quindi, guidato dai relegati in semilibertà, fece il resto assaltando il dazio ed il giudicato (la pretura). Ma, com’era prevedibile, fu peggio: i Ponzesi presi da maggior sgomento si rinchiusero a doppia mandata nelle case e nelle caverne poste sulla sommità del Monte Guardia.
Il Pisacane, innervosito, deluso e disperato dall’atteggiamento di quella “strana popolazione a cui non andava di rivoltarsi contro il tiranno”, aprì i cancelli del bagno penale della “Parata” che allora accoglieva circa 1800 delinquenti comuni.
Una minacciosa turpe di individui invase vicoli e strade come un torrente in piena. I loro zoccoli crepitavano sul lastricato ed il brusio iniziale diventò man mano un vociare sguaiato e terrificante. Anni di lavori forzati, rabbia repressa mista ai più profondi e bestiali istinti avevano trasformato quegli uomini in belve dai lineamenti vagamente umani.
Il paese fu messo a ferro e a fuoco da quei forsennati: gli spari, le violenze, le urla, i lamenti echeggiarono per molte ore. Il fumo soffocante degli incendi propagatisi fino ai vigneti ed agli uliveti delle colline, contribuì a rendere ancora più tremendamente infernale quella notte di anarchia.
Il Pisacane, per inibire ogni reazione contro la sua operazione, si era preoccupato sin dallo sbarco di prendere in ostaggio il comandante della guarnigione Magg. Antonio Astorino ed i suoi ufficiali ma non pensò al prete: Don Giuseppe Vitiello. Questi, di fattezze minute ma di una furbizia ed un temperamento fuori da ogni immaginazione, comprese immediatamente la natura e gli intenti di quegli uomini. Già dallo sbarco, senza perdere tempo e, soprattutto, senza perdersi d’animo, si era dato da fare per creare una vera e propria linea difensiva a metà isola, raggruppando gendarmi e civili, impedendo così che il Pisacane ed i detenuti del bagno penale ormai liberi dilagassero su tutto il territorio isolano causando ben maggiori danni. Grazie alla prontezza del parroco, figura emblematica e vero eroe ponzese dimenticato, parte della popolazione poté mettersi in salvo raggiungendo anche a nuoto la zona nord dell’isola. Don Giuseppe, inoltre, ordinò un’incursione notturna per l’affondamento silenzioso delle imbarcazioni risparmiate dai rivoltosi ancora galleggianti ed all’ancora nel porto, per evitare fughe di massa ed, infine, organizzò un equipaggio che, con una lancia forte di 8 remi comandata da Ignazio Vitiello, partì alla volta di Gaeta per dare l’allarme e chiedere aiuto.
Fallita la rivolta popolare, il Pisacane si preoccupò di reclutare tra i relegati stessi quanta più gente possibile per lo scopo primario della sua missione: lo sbarco a Sapri. Ma anche questa volta la sua delusione fu tanta. Oltre alla diserzione dei ponzesi, di quelle migliaia di detenuti solo pochi si fecero avanti e nei volti di quei pochi si leggeva l’unico e vero obiettivo: raggiungere il continente per darsela a gambe. La maggior parte dei forzati che accettarono di seguire la spedizione erano di Sapri e dintorni, essi si erano macchiati di crimini e violenze di ogni genere e pertanto condannati ad espiare la loro pena ai lavori forzati nel bagno penale di Ponza. Gli altri preferirono restare ed accontentarsi di quella inaspettata ed insolita festa. Infatti, molti relegati dopo aver abusato di vino, cibo, canti, balli e violenze si disseminarono lungo spiagge, grotte e campi per abbandonarsi in un profondo sonno. Molti altri, alle prime luci dell’alba, rientrarono prudentemente nel bagno penale. Fatto giorno lo spettacolo era raccapricciante, ma Don Giuseppe, come al solito, non si perse d’animo. Assicuratosi che il Pisacane fosse effettivamente ripartito, fece liberare il comandante della guarnigione, gli ufficiali, i graduati ed il resto della gendarmeria che immediatamente si diede a riacciuffare qua e la i relegati ormai fiaccati dai bagordi notturni. Si spensero gli incendi, si recuperarono le masserizie e le suppellettili, si risistemò alla meglio la chiesa, si recuperarono gli animali, si ritirarono su le imbarcazioni, si aprì l’infermeria ai feriti, si ripulirono le strade e le piazze, fu issata la bandiera sulla Torre. Nel frattempo arrivò una nave da guerra che sbarcò alcune centinaia di militari con il compito di completare la bonifica ed arrestare i più ostinati ancora barricati e nascosti nelle campagne e negli anfratti.
Intanto il Pisacane ed i suoi trecento sbarcavano a Sapri, ma qui la popolazione non stava facendo la siesta come a Ponza, anzi fu molto arguta a riconoscere tra quegli “eroi” gli artefici di abominevoli delitti e non esitò ad imbracciare forconi e schioppi e, come il Mercantini recita: “eran trecento erano giovani e forti e sono morti”.
Fu una vera e propria carneficina, il preludio dell’enorme tragedia che dopo qualche anno investì il meridione d’Italia, preda della sanguinosa e devastante conquista militare del Piemonte, che vide la disperata reazione armata dei contadini del Sud che poi “scrittori salariati tentarono di infamare con nome di briganti" (Gramsci).
capt. Alessandro Romano


fonte:
http://www.neoborbonici.it/portal/index.php?option=com_content&task=view&id=2720&Itemid=99
http://pocobello.blogspot.it/2010/07/la-vera-storia-di-carlo-pisacane.html?showComment=1417592028135#c1239863476346621650

domenica 30 novembre 2014

Garibaldi Uxoricida

Tutti noi , chi più chi meno, siamo stati costretti a studiare la mielosa favola dell'amore fra Anita e Giuseppe Garibaldi. Peccato non venga divulgata anche la verità sulla morte di Anita, morta nelle valli di Comacchio nel 1849.
Anita (nata: Ana Maria de Jesus Ribeiro da Silva. Morrinhos, 30 agosto 1821 – Mandriole di Ravenna, 4 agosto 1849) incinta e febbricitante, poiché rallentava la fuga del "buon Giuseppe", dopo l'abominevole farsa della Repubblica romana, fu fatta STRANGOLARE dall'amato Garibaldi. Aveva 27 anni

Riportiamo per intero il testo del rapporto stilato dal Delegato Pontificio di Polizia in Ravenna, Conte Lovatelli, e consegnato a monsignor Bedini, Commissario Pontificio Straordinario di Bologna, il 12 agosto 1849:

“Eccellenza Reverendissima, mi reco a premuroso dovere rassegnare rapporto a Vostra Eccellenza Reverendissima sul reperimento d’ ignoto cadavere. Venerdì scorso 10 corrente da alcuni ragazzetti in certe lande di proprietà Guiccioli alle Mandriole in distanza di circa un miglio dal Porto di Primaro, e di circa 11 miglia da Comacchio, fu trovato sporgere da una motta di sabbia una mano umana.
Presso la ricevuta notizia accedette ieri la Curia in luogo, dove giunta fu osservata la detta mano e parte del corrispondente avambraccio, che erano stati divorati da animali, e dalla putrefazione.
Fatta levare la sabbia, che vi era, per l’altezza di circa mezzo metro, fu scoperto il cadavere di una femmina, dell’altezza di un metro e due terzi circa (1,65 cm) dell’apparente età di 30 in 35 anni alquanto complessa, i capelli già staccati dalla cute e sparsi fra la sabbia, erano di colore scuro piuttosto lunghi, così detti alla Puritana.
Fu osservato avere gli occhi sporgenti, e metà della lingua pure sporgente fra i denti, nonché la trachea rotta ed un segno circolare intorno al collo, segni non equivoci di sofferto strangolamento.
Ne alcuna altra lesione fu osservata nella periferia del di lei corpo; fu veduto mancarle due denti molari della mandibola superiore alla parte sinistra ed altro dente pur molare alla parte destra della mandibola inferiore. Sezionato il cadavere, fu trovato gravido di circa sei mesi.
Era vestita di camicia di cambrik (tela di cotone) bianco, di sottana simile, di sournous (un corto mantellino) egualmente di cambrik, fondo paonazzo,fiorato di bianco.
Scalza nelle gambe e nei piedi, senza alcun ornamento alle dita, al collo, alle orecchie, tuttoché forate.
Li piedi mostravano di essere di persona piuttosto civile, e non di campagna, perché non callosi nelle piante.
La massa delle persone accorse da Mandriole, da Primaro, da Sant ‘Alberto e altri finitimi luoghi non seppero riconoscere il cadavere. Non si è potuto stabilire il colore della carnagione per essere il cadavere in putrefazione, nel qual caso non rappresenta il color naturale.
Ne si credette trasportarlo in più pubblico luogo per lo ricognizione, atteso il gran fetore per cui fu subito sotterrato anche per riguardo della pubblica salute.
Tutto ciò conduce a credere che fosse il cadavere della moglie o donna che seguiva il Garibaldi, sì per le prevenzioni che si avevano del di lui sbarco da quelle parti, sia per lo stato di gravidanza.
Fin qui è oscuro come sia giunta quella donna in quei siti, e come sia rimasta vittima.
Si stanno però praticando le opportune indagini, delle quali sarà mia premura sottomettere all’Eccellenza Vostra Reverendissima alla opportunità l’analogo risultato”
Il cadavere risultò essere proprio quello di Anita.
(Il referto è reperibile, tra l'altro, nella biografia Anita Garibaldi. Vita e morte di Ana Maria de Jesus, Boris - Milani, pagg. 156- 157).
fonte: