giovedì 24 settembre 2015

Calunnia e diffamazione il grande male dei Gravinesi

Domanda complessa, alla quale oggi vorrei provare a rispondere, almeno in parte.
Prima, però, vi ricordo la definizione di calunnia , e cioè un’accusa rivolta a un assente, all’insaputa dell’accusato, e accreditata da una sola parte, senza contraddittorio.

per la legge italiana:
Ingiuria, diffamazione, calunnia
Commette il reato di ingiuria (art. 594 c.p.) chi offende l'onore o il decoro di una persona presente, ed è punito con la reclusione fino a sei mesi o con la multa fino a € 516,46.
Commette invece il reato di diffamazione (art. 595 c.p.) chi offende l'altrui reputazione in assenza della persona offesa. In questo caso la pena è della reclusione fino ad un anno e della multa fino a € 1032,91.

Dall'ingiuria e dalla diffamazione deve distinguersi il reato di calunnia (art. 368 c.p.) che si ha quando taluno, con denunzia, querela, richiesta o istanza, anche se anonima o sotto falso nome, diretta all'Autorità giudiziaria o ad altra Autorità che abbia l'obbligo di riferire all'Autorità giudiziaria, incolpa di un reato una persona che egli sa essere innocente, oppure simula a carico di una persona le tracce di un reato. Per il reato di calunnia la pena è della reclusione da due a sei anni, salvo i casi di aggravante. La giurisprudenza ha chiarito che non è necessario che sia iniziato un procedimento penale a carico della persona offesa dal reato, essendo sufficiente la mera potenzialità che un tale procedimento si avvii.

Sentiamo come il caro, vecchio Plutarco raccomanda di trattare la calunnia.

Quando sentiamo un avversario rivolgerci un’accusa fondata, dobbiamo cercare di rimuovere ciò che l’ha provocata, come faremmo per una macchia che ci venisse mostrata sul vestito.
Se però ci accusa di qualcosa che non ci riguarda, dobbiamo comunque cercare di capire la ragione per cui quella calunnia è sorta, stare attenti e preoccuparci di non cadere inavvertitamente in un comportamento affine o collegato a quello che ci è stato rinfacciato.
Crasso subì l’accusa di avere una relazione intima con una delle sacerdotesse, poiché voleva acquistare da lei un bel terreno e per questo l’aveva incontrata spesso in privato e si era preso cura di lei.


La tendenza a ridere con troppa facilità e a conversare in termini audaci con gli uomini attirò su Postumia calunnie tali che venne processata per immoralità; fu giudicata estranea all’accusa, ma nel proscioglierla il pontefice massimo Spurio Minucio la esortò a non avvalersi in futuro di un linguaggio sconveniente.
Se dunque si dice di noi una cosa non vera, non dobbiamo disinteressarcene e sottovalutare la calunnia in quanto falsa, ma cercare di capire che cosa nei nostri discorsi, nelle nostre azioni, nei nostri interessi o nelle nostre frequentazioni abbia somiglianza con essa.
Saggiamente, Plutarco ci esorta a concentrarsi su noi stessi e riflettere sui comportamenti che possiamo evitare o rivedere: come non essere d’accordo?
Guai, tuttavia, a non riflettere sulle ragioni che spingono le persone a tenere un atteggiamento ostile: concentrarsi solo su di sé significa affrontare solo una parte della questione, rinunciando alla possibilità di entrare in possesso di informazioni che ci permettono di prendere contromisure adeguate; e, magari, di prevenire un attacco ancora più pericoloso.
Lo so, quando siamo sotto attacco (e la calunnia è pericolosa, perché può minare la raputazione e/o la credibilità sociale della persona ) la lucidità viene meno e il pensiero si concentra prevalentemente sul come ridurre i danni: esattamente ciò che il nostro avversario desidera.

Come uscirne?
Meglio usare lo stratagemma della collina.
Immagino di salire verso la cima lentamente, camminando all’indietro, acquisendo passo dopo passo una visione sempre più ampia dell’intera vicenda a al tempo stesso prendendo distanza da essa.
E quando sono sulla vetta la visione è completamente diversa.
ma se insite allora mi rivolgo alla giustizia italiana

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