sabato 14 gennaio 2017

LA BRIGANTESSA VITTORIA LONGO, UNA LOTTATRICE IN CHIAVE MODERNA




La storia, cosiddetta, risorgimentale, è costellata di donne che, seguendo i propri uomini, ne imitavano le gesta: le chiamavano brigantesse. Non sarà però una delle tante brigantesse della seconda metà dell’ottocento il tema di questo articolo, bensì di una molto più vicina a noi: la Brigantessa Vittoria Longo.
 
Vittoria Longo
Brigantessa, proprio così! Una lottatrice in chiave moderna, si può dire.  Una che “si dedica, con passione e perseveranza, alla ricerca storica nel campo della storiografia risorgimentale”, portando avanti la lunga battaglia per far riconoscere la verità su un periodo che, per anni, è stato ammantato di falso mito. Lo fa con l’attenzione e l’obiettività dello storico, unita alla passione mista all’orgoglio e alla dignità di una figlia di questa terra. Anche le sue origini, infatti, sembrano un segno del destino: nata in provincia di Caserta, in quella che un tempo veniva chiamata “Terra di lavoro”, è originaria di quella Pontelandolfo che, insieme a Casalduni sono state considerate, a giusta ragione, martiri del Risorgimento. 

Tutti quelli che hanno o hanno avuto modo di avvicinarsi, per vari motivi, alla vera storia di quello che era il Regno delle Due Sicilie prima dell’arrivo dei piemontesi, sono “passati”, per forza di cose, da lei. Io ne so qualcosa, visto che, per realizzare il mio volume a fumetti “Gli sciacalli”, l’ho contattata per conoscere da lei, che ha spulciato diversi documenti d’archivio (anche sconosciuti ai più), ogni notizia, dettaglio, particolare di quella tragica storia. Va detto che, per tale motivo, varie sono state e sono le sue collaborazioni: ha scritto il primo capitolo del libro “Stragi ed eccidi dei Savoia durante il risorgimento” (Westindian edizioni- Molinara (BN)- 2013), ha collaborato con persone del calibro di Antonio Ciano, Valentino Romano, Giuseppe Marino. Conosce, inoltre, Pino Aprile, Gennaro De Crescenzo, Alessandro Fumia, Eugenio De Simone ecc. con i quali, spesso, si confronta sugli argomenti risorgimentali. Ha, inoltre, partecipato a diversi importanti convegni tra Benevento, Roma, Caserta e la Calabria. Ha in preparazione una curatela su Antonino Cappello, un giovane siciliano torturato nel 1863; sta ultimando le ricerche su Fumel, correlato alle stragi avvenute in Calabria e sul brigantaggio locale. Sta approfondendo, inoltre, gli studi sulla massoneria legata ai garibaldini e, sicuramente, molte altre cose, in futuro, porteranno la sua affidabile firma.


Una lottatrice in chiave moderna, dicevo. Certo ma anche, non dimentichiamocelo, una donna. Riesce, infatti, a conciliare questa sua meticolosa attività di ricerca, con il suo lavoro di insegnante (è laureata in scienze dell’educazione e della formazione, con un master in tecniche educative e didattiche) presso l’I.S.I.S. di Castel Volturno, in provincia di Caserta, dove ha un ottimo rapporto con tutti i suoi alunni e, definirli tali, risulta piuttosto riduttivo. "E poi uno si chiede perché una docente è amata dai suoi studenti. Semplice!!! Ci mette il cuore, vede negli studenti tanti figli. E questo viene avvertito e ricambiato.” (Valentino Romano)

Da vera brigantessa qual è, però, non dimentica gli affetti. Ha un figlio al quale ha dedicato un libro, “Come un chicco di grano” (edizioni Paoline-Milano-2015), una sorta di epistolario con un bimbo ospitato, per nove mesi, nel suo ventre, volume che è stato accolto da un meritato successo di pubblico (più di 1.500 copie vendute in 8 mesi) e anche critiche entusiastiche. Ne volete qualche esempio? Eccovi serviti:

(Giuseppe Marino)
è stata davvero una bellissima sorpresa quella di stamattina quando collegandomi a internet mi è balzata agli occhi la copertina del bellissimo libro di Vittoria Longo, "Come un chicco di grano", ed. Paoline, del quale ho avuto l'incommensurabile piacere e il grandissimo onore di aver scritto una piccola prefazione. La storia della maternità di questa donna eccezionale, con le sue gioie, i suoi timori, le sue ansie, le sue trepidazioni, l'impazienza per la lunga attesa del lieto evento quando finalmente il chicco di grano e la madre che lo porta in grembo si incontreranno e, contemporaneamente l'angoscia, la paura che qualcosa possa non andare per il giusto verso, è di una bellezza indescrivibile, un qualcosa che ti coinvolge, ti commuove, ti appassiona. Un raro esempio di "poesia in prosa". Mi fermo qui perché il resto voglio riservarmelo per quando avrò il piacere di partecipare alla presentazione di questa eccellente opera. Sursum corda, Brigantessa; sei grande!” 
“… Quando Vittoria mi ha chiesto gentilmente di scrivere la prefazione, dopo aver letto d'un fiato il suo lavoro, ho accettato con piacere, pur non condividendo alcune sue idee, conquistato dalla sua poetica, dalla bellezza, dalla purezza e dalla ricchezza di contenuto dei trepidanti dialoghi con "chicco di grano." davvero un libro da non perdere quello della scrittrice campana.”

(Valentino Romano)
“…Questo testo non è solo un libro, è una testimonianza, è un dono. Un tenero dono d'amore, un'eredità preziosa per il figlio, una iniezione di serenità per tutti. Vittorio è fortunato ad avere una mamma del genere, capace di trasferire sulla carta emozioni e stati d'animo; fortunati tutti noi per poterli condividere, orgoglioso io per averlo già potuto leggere. Tenerissimo è l'incontro tra mamma e figlio, un inno alla vita insomma: alla serenità e alla gioia di vivere. Da tutti noi, grazie Vittoria, per averci dato la possibilità di "assistere" alla tua più bella lezione: quella della vita! E che la vita ti sia serena accanto a chi - ricambiato - ti ama!!!”


(Giuseppe Antonio Martino)
“…L’autrice, senza la pretesa di proporre nuove teorie esistenziali o filosofiche, ma offrendo soltanto uno spaccato di quotidianità, afferma la sacralità della vita di un essere umano sin dal primo istante del suo concepimento e rivendica con coraggio il suo ruolo di madre e di donna.”
Lottatrice, perché si è trovata a combattere (e lo fa tutt’ora!) pure con i “piemontesi e gli ascari” della vita e perché la stessa vita non le ha riservato solo gioie ma anche tanta sofferenza (forse troppa e immeritata) che però ha saputo superare con la sua signorilità di gattopardiana memoria ma, proprio come un felino, riesce sempre a sfoderare i suoi denti e artigli acuminati per difendersi dalle tante (troppe e, anche in questo caso, immeritate!) critiche (per usare un termine educato…) che, in questi anni, le sono piovute addosso. Ma chi la conosce sa di che pasta è fatta la nostra Brigantessa: è fatta di acciaio, morbido e malleabile al fuoco della sincerità ma duro e praticamente indistruttibile quando diventa freddo a causa del ghiaccio dell’ipocrisia
Alessandro De Leo.

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