lunedì 23 novembre 2015

Le Briglie Borboniche e il disastro del Sannio


Il Monte Somma e il (più noto) Vesuvio, spesso ci si dimentica che di montagne si tratta: la gente per prima e le autorità poi sono portate da sempre a considerarle esclusivamente vulcani. Lo sono, certo, con un’attività eruttiva cominciata 18.000 anni fa e protrattasi, tra lunghi periodi di stasi, fino al 1944. Tuttavia la principale tipologia d’instabilità del complesso Somma-Vesuvio, così percorso da torrenti, sono invece gli eventi alluvionali. La gente un tempo chiamava “lave” quelle frane di fango e rocce che scendevano giù impetuose dai vulcani, veloci e temibili almeno quanto i fiumi di fuoco. E fu proprio una “lava”, in una notte d’autunno del 2011, a uccidere Valeria Sodano, poco più che ventenne, a Pollena, piccolo comune sotto il Somma.
briglia borbonica
 La strada su cui si trovava con la sua auto, durante un’alluvione nemmeno troppo potente, la uccise dopoche il torrennte riprendesse possesso del suo alveo, tombato per farne un asse viario, trasformandolo così in strumento di morte.“Gli alvei-strada sono mine innescate nei centri abitati”, scrive Franco Ortolani, ordinario di Geologia alla Federico II di Napoli.
Chissà se ci sono moderni piani di protezione civile, né il territorio dei comuni pedemontani intorno al Vesuvio è manutenuti in modo sufficiente a garantire che la montagna non frani a seguito delle copiosissime piogge che da qualche anno si scatenano all’improvviso. Non esiste alcuna cultura della prevenzione e paghiamo troppo spesso superficialità e incuria con la vita degli innocenti.Volgendoci indietro, però, ci accorgeremmo che in un passato non troppo remoto, per mitigare gli effetti alluvionali si volle proteggere la Montagna, pensando a un sistema organico che imbrigliasse i canali di scolo delle acque discendenti dal complesso vulcanico. A seguito dell’impaludamento, inoltre, vaste aree erano state disboscate perché venissero destinate all’agricoltura, indebolendo così i fianchi e le pendici dei monti e neutralizzando la naturale difesa dai monti stessi opposta alle “lave”.De Rivera, direttore generale del Corpo di Ponti e Strade, Acque, Foreste e Caccia del Regno delle Due Sicilie, progettò quindi un grandioso ed efficiente sistema di bonifica, manutenzione e rimboschimento dell’intero territorio tra Napoli e il complesso Somma-Vesuvio, risolvendo il problema direttamente a “monte” con le Briglie (e anche a “valle”, con i Regi Lagni).Venne istituita la fondamentale figura del “Sorvegliante idraulico”, vera sentinella del Vesuvio che faceva il giro di tutti i sentieri, aveva specifiche mansioni di controllo e manutenzione delle opere idrauliche e comminava multe ai contadini che non rispettavano le regole.Con l’Unità d’Italia, il fascismo e l’inurbamento aggressivo e disordinato del territorio, le Briglie e le opere idrauliche di fine Ottocento, caddero progressivamente in disuso. Con l’istituzione delle Regioni, negli anni ’70, la figura del Sorvegliante venne a mancare e il Genio Civile preferì le gettate di cemento all’impiego della pietra lavica locale per effettuare tanto sporadici quanto offensivi ed inutili interventi di manutenzione. Le antiche Briglie, però, avevano dato ampia dimostrazione della propria forza e in molte occasioni avevano salvato vite umane. I geologi che si occupano di ingegneria naturalistica sanno che guardarsi indietro non vuol dire regredire: in un Paese in cui il rischio idrogeologico è diventato una priorità e una minaccia incombente su quasi tutto il territorio nazionale, avere la fortuna di poter progettare il futuro approfittando di efficaci e potenti opere già esistenti, rispolverando la saggezza del passato, è una ricchezza immensa.Siamo tutti in grado di intuire che il rischio idrogeologico, come qualunque altro fattore di rischio derivante dal dispiegarsi delle forze della Natura, va governato con accorte politiche di prevenzione. Ma pochi ci si impegnano e ancor meno si rendono conto che non sempre la lungimiranza deve armarsi di cemento: l’incrollabile fede negli ultimi ritrovati della tecnologia non sempre paga. Arginare il consumo insensato di territorio, proteggerlo e vivere sicuri.
Le Briglie ci propongono, quindi, di coniugare le nostre prospettive al “futuro arcaico”, un tempo che del passato recupera ciò che di buono è stato fatto e che proietta in avanti la possibilità, che troppo spesso ci siamo negati. Hanno resistito al tempo e a noi, le Briglie. Lassù in alto, maestose e sagge, ci insegnano che si può avere amore per ciò che siamo stati e che possiamo ancora essere. Dobbiamo avere cura del sapere che tramandano e dobbiamo ascoltare ciò che suggeriscono
Rocco Michele Renna
http://www.cesbim.it/wp-content/uploads/2013/09/ricercavolturno.pdf

Disastro del Sannio puo ripetersi?
tratto da

Fotoreportage. Oceanus: “Disastro Sannio può ripetersi in qualsiasi momento!” (Parte 2 di 2)


«Questa è una delle ‘briglie’ che ti dicevo la volta scorsa. Forse sono di origine borbonica, si tratta di opere in muratura ad arco, e quindi più resistenti, che venivano costruite di traverso il corso del canale per far defluire le acque dalle montagne. L’invaso che ne risultava alle spalle funzionava da vasca di decantazione per le acque. I detriti restavano dietro il muro e le acque scorrevano filtrate dai fori, ora completamente ostruiti»
Palmers ci ha mostrato che in quel breve tratto, di poche centinaia di metri dalla escavatrice fino alla gola stretta, c’erano diverse ‘briglie’, tutti filtri: lungo il canalone, dalla massa di rocce e fango solido, abbiamo visto affiorare diversi monconi di muri in roccia spezzati, almeno 5 in 300 metri.
«Ognuna di queste briglie aveva la funzione di filtrare l’acqua che, attraverso quella gola, proveniva dalla montagna.» afferma Palmers
Cosa è successo?
«Anticamente, gli invasi alle spalle delle murature, d’estate venivano ripulite, svuotate dei sassi e dei detriti accumulatisi durante l’inverno, per mantenere il sistema in efficienza. Ma da anni non si fa più.»
Perché?
«Le solite leggi ‘ambientaliste’ di cui parlavamo la scorsa volta, che sottopongono montagne come queste a vincoli totali, impedendo ogni tipo di intervento. Leggi che impediscono anche di ripulire il letto dei fiumi, che poi straripano. In questi invasi, dietro le murature, i detriti si accumulano, e quando viene un’alluvione, un’ondata d’acqua più grossa com’è successo qui, a causa dell’occlusione completa dei fori di sfiatamento la ‘briglia’ salta, scoppia, e come in un domino saltano tutte, una dopo l’altra. E il mare di fango arriva direttamente in paese!»
Dunque l’esondazione del Calore non è stata la causa principale dei danni, ma il nostro giro non è finito. Siamo andati anche a Benevento, perché pure in città se la sono vista brutta: a ottobre ha piovuto per giorni e giorni, ma lì il fiume Calore non è esondato. Ci siamo recati al Ponte Vanvitelli, in centro città, che scavalca il Calore ormai dalle acque torbide: qui il fiume non poteva esondare perché le murate di argine sono alte decine di metri. Il letto del Calore è profondo, ma non come dovrebbe.
«Vedete quegli ammassi di detriti, quei banchi rocciosi che affiorano in mezzo al fiume? Non ci dovrebbero essere»
Perché sono lì?
«Si sono accumulati negli anni perché la Legge rende difficile pulire i letti dei fiumi»
Qua gli argini sono alti. Ma a Solopaca, dove stanno ancora scavando il fango, dove stanno ancora svuotando i canaloni di deflusso dai detriti?
«Siamo in inverno, se ci fosse un’altra pioggia come quella del mese scorso sarebbe un’altra catastrofe!»

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