lunedì 11 maggio 2015

Il reddito di cittadinanza? Lo inventarono i Borbone

Il reddito di cittadinanza? Lo inventarono i Borbone…

 

In questi giorni, su proposta del Movimento Cinque Stelle, si è aperto un dibattito sull’eventuale assegnazione di un “reddito di cittadinanza” da assegnare alle fasce più deboli. Proposta condivisibile soprattutto perché i poveri, finora, sono stati del tutto ignorati da un governo a trazione nordica e la stragrande maggioranza dei poveri senza alcun reddito in Italia è meridionale. Ovvio che in un Paese normale e con pari diritti per tutti i cittadini, di fronte  ai dati di una questione meridionale sempre più drammatica, lo slogan “prima il Nord” resterebbe uno slogan di un  partito squallido e localistico e non sarebbe una vera e propria linea di governo per giunta seguita da più di 150 anni. I primi commenti ascoltati e letti sono inevitabilmente riconducibili a due filoni: 1) “Ma così si avvantaggia il Sud” (ascoltato, senza alcuna reazione dei conduttori, su Radio Uno Rai); 2) “C’è il rischio dei soliti furbi” ed è inutile chiedersi per gli italiani nordici gli unici furbi dove siano. Intanto, però, anche in questo caso, al contrario di quanto ci raccontano i pochi superstiti della cultura ufficiale, i Borbone ci dimostrano che erano davvero all’avanguardia e che governavano con un’attenzione, un affetto e una carità cristiana mai sperimentati dopo di loro dalle parti del Sud, come risulta da una ricerca effettuata presso la Collezione delle Leggi e dei Decreti del Regno delle Due Sicilie. 
Con il decreto n. 131 del 4 gennaio 1831 (Regolamento per la Real Commessione di Beneficenza), si provvedeva ad un vero e proprio “assegno di disoccupazione per coloro i quali non possono assolutamente con il proprio travaglio sostenere se medesimi e la di loro famiglia” (articolo 1).
  I sussidi  potevano essere “temporanei o perpetui” per coloro i quali “per fisico impedimento non potrebbero mai più sostentarsi con il loro travaglio” (articolo 4). Per gli assegni temporanei o “durabili nel tempo”, la Commessione, passato il tempo della prima assegnazione, “deciderà se debba prolungarsi per altro tempo senza che l’oziosità ne venga fomentata”.
 Le preferenze prevedevano “in primo luogo giovanetti orfani o abbandonati, poi le vedove con figli in tenera età e “vecchi, storpi, ciechi, cronici ed altri simili” fino agli “individui isolati”. La stessa Commissione disponeva di un fondo speciale di riserva “per i soccorsi urgenti” e si avvaleva dell’articolata e diffusa rete delle parrocchie che avevano il compito di raccogliere le “suppliche”.
 Ai richiedenti insoddisfatti era data anche facoltà di presentare un ricorso (articolo 14).  Ancora più sorprendente, considerata la recente normativa sulla privacy, la discrezione prevista per quei casi di dignitosissima povertà: “considerando esservi degl’individui o famiglie di tali condizioni che aborriscono il far manifesta la propria indigenza, la Commessione assumerà a sé il pietoso ufficio di ricercarle e conoscerle in modi occulti e diligenti onde prestar loro il soccorso che meritano con l’obbligo di custodire segretamente quelle notizie” (articolo 8). E poi dicono che uno diventa neoborbonico…
Gennaro De Crescenzo

fonte:
http://www.neoborbonici.it/portal/index.php?option=com_content&task=view&id=4763&Itemid=99

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