L'amico dell'uovo

 


Oggi vi racconto una storia realmente accaduta nelle campagne di inizio 900 a Gravina in Puglia ma non vi dirò il nome del Latifondista...
C’era un tempo in cui la terra di Gravina non perdonava. Tra le due guerre, quando la fame masticava la polvere delle Murge e le mani dei contadini erano solcate come la pietra calcarea, bastava poco per sentirsi unici. Anche solo un uovo.
In quegli anni, la ricchezza non nasceva solo dal sudore, ma da quella furbizia affilata che certi latifondisti indossavano come un cappello a tesa larga. Uno di loro — il cui nome la memoria del paese custodisce ancora tra un sorriso e un sospiro — era diventato ricco a rotta di collo. Non aveva grandi macchinari, perché allora i trattori moderni non esistevano: per ribaltare le zolle di campi sterminati si usava la forza dei muli e degli uomini, messi in fila uno affianco all’altro, a tirare piccoli aratri in un ritmo estenuante. Chi era più veloce e stava davanti dettava il passo a tutti.
Un mattino di prima alba, prima che la nebbia si sciogliesse sulle Lame murgiane, il latifondista chiamò a sé il primo bracciante della fila. Gli scivolò accanto, gli prese la mano e vi posò sopra qualcosa con una cura quasi sacra: un uovo fresco. In un’epoca in cui un uovo valeva quanto un piccolo tesoro, quel gesto parve un miracolo.
«Mi raccomando,» gli sussurrò all’orecchio con aria complice, «tu sei l’unico vero amico mio. Ti do questo uovo, ma fai fare bella figura alla terra nostra. Spingi quell’aratro.»
Il contadino, col cuore gonfio di orgoglio e la pancia che già assaporava quel lusso, si mise in testa alla fila. Gridò ai muli, sferzò l'aria e cominciò a tirare con una forza che non sapeva nemmeno di avere. Ogni volta che il passo rallentava, dal margine del campo s'alzava la voce profonda del padrone: «Uéeee, l’amico dl’ouuuv!» — Ehi, amico dell'uovo!
Sentendosi chiamato in causa davanti a tutti, l'uomo tirava ancora più forte, trascinandosi dietro l'intera catena di aratri. Ma quello che il primo contadino non sapeva è che lo stesso identico rituale, nello scuro dell’uscita dal casolare, si era ripetuto per ognuno di loro. A ciascun bracciante il padrone aveva regalato un uovo, condito dalla stessa identica bugia: «Lo do solo a te, perché sei l'amico mio.»
Il sole ormai era alto, le schiene bruciavano e il campo era quasi del tutto domato. Fu allora che uno dei braccianti, vinto dalla fatica e dalla curiosità, decise di rompere il suo piccolo premio per berlo a crudo. Lo batté contro il ferro dell’aratro.
Un odore acido e pungente riempì l'aria secca della Murgia.
L’uomo fissò il disastro e, con quanta voce aveva in corpo, gridò verso il latifondista: «Ca l’uov ièr sciacq!» — Guardate che l'uovo era marcio!
Si fermarono tutti. I muli tirarono un sospiro di sollievo, le braccia caddero lungo i fianchi.
«Come marcio? Ma se l'ha dato solo a me...» disse il primo.
«A te? Ma se l'uovo l'ha dato a me!» rispose il secondo.
«Pure a me! Ha detto che ero l'amico suo!» ecoò un terzo da in fondo alla fila.
Si guardarono negli occhi, coperti di polvere e sudore, prima di voltarsi verso il margine del campo. Il latifondista era lì, seduto all'ombra di un ulivo, con il cappello calato sugli occhi e un piccolo sorriso soddisfatto. I braccianti erano stati ingannati due volte: nell'illusione di essere speciali e nel valore di quel compenso miserabile. Ma ormai il lavoro era fatto. Il campo era perfettamente arato, pronto per la semina che avrebbe reso quel signore ancora più ricco.
Questa vecchia storia di Gravina ci lascia un insegnamento amaro ma prezioso, valido ieri sotto il sole della Puglia come oggi nelle nostre vite: quando qualcuno vi lusinga in disparte offrendovi un piccolo privilegio per farvi tirare il carretto più degli altri, fermatevi un secondo. Controllate bene quell'uovo. Spesso è marcio, e voi non siete i soli ad averlo ricevuto.


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