lunedì 7 maggio 2018

LA QUESTIONE MERIDIONALE IN UN RAPPORTO DELLE "SS"


L'immagine può contenere: 2 persone, persone seduteLA QUESTIONE MERIDIONALE IN UN RAPPORTO DELLE "SS" di Pasquale Peluso

Il rapporto sulla situazione interna dell’Italia fascista prima della guerra fu redatto dal colonnello Likus delle SS, funzionario del ministero degli Esteri alle dirette dipendenze di Ribbentrop, e fu scritto in italiano perché molto probabilmente doveva esser letto da Mussolini in persona (per quanto riguarda le vicende del rapporto e il personaggio di Likus, cfr. “Storia illustrata”, n.270, maggio 1980, pp. 13-14).
Likus, come già detto, aveva un giudizio molto positivo sul popolo meridionale e per caratteristiche antropologiche e culturali lo riteneva del tutto uguale al popolo del resto d’Italia. La differenza però esisteva “nei ceti medi e nei dirigenti, gli unici che abbiano quei difetti che si imputano all’intero popolo (del Sud)”. “I benestanti e i dirigenti – afferma il colonnello – risentono dei costumi lasciati prima dagli angioini, poi dagli spagnoli: mancano di senso sociale e di responsabilità, di cultura e di onestà. Essi sono i maggiori denigratori del loro popolo, che taglieggiano volendo vivere senza far nulla”.
Anche i Borbone, secondo Likus, avrebbero avuto la loro parte di responsabilità nel tollerare le malefatte della classe dirigente meridionale. Ma questo, atteso quanto si è detto, non può esser condiviso per intero. Bisogna aggiungere che già gli Aragonesi avevano combattuto energicamente lo strapotere baronale nel XV secolo; che Carlo III di Borbone aveva contro di esso mobilitato tutte le risorse del dispotismo illuminato; che Ferdinando IV non aveva esitato a incamerare buona parte dei beni ecclesiastici, per creare quella Cassa Sacra che sarebbe servita a riparare le enormi distruzioni causate in Calabria dal terremoto catastrofico del 1783. Con ciò aveva intaccato il potere dei preti, che avevano nella classe dirigente delle Due Sicilie un ruolo rilevante quanto quello baronale. Da considerare anche il disprezzo che Ferdinando II nutriva, con rare eccezioni, verso gli aristocratici del regno. Quando si arrabbiava con loro, si racconta che si esprimesse con un gioco di parole che opponeva alla tracotanza aristocratica la minaccia di farsi giacobino: “Fò tutti baroni”, diceva stizzito. Non poteva poi assolutamente sopportare la genia dei “paglietti”, che erano gli avvocati napoletani, tutti per lui liberali e massoni incalliti, mestatori della peggior risma che si servivano della giurisprudenza non certo al servizio della vera giustizia. In realtà Ferdinando, con tutta la sua buona volontà, non poteva eliminare la tendenza alla sopraffazione e all’intrigo che era comune alla classe dirigente di tutta l’Italia, e non solo.
Likus riconosce ciò che il fascismo aveva fatto per la modernizzazione del Sud: “Dove è sorta un’industria ben guidata sono anche cresciute maestranze intelligenti, capaci, oneste, laboriose e pulite. Il problema quindi è di creare delle gerarchie che non siano locali. Purtroppo il Duce è caduto nell’errore di alimentare l’immissione dei meridionali nella burocrazia. E’ notevole il caso della Sicilia, dove prefetti, magistrati, gerarchie sonno tutti siciliani”. Infine Likus nota amaramente che “attualmente il direttorio del partito è nella maggioranza meridionale”, e ciò ha causato “quelle deficienze che hanno minato l’opera del fascismo”.

Nessun commento:

Posta un commento